Roberto Diana

Roberto Diana

Le radici crescono


28/01/2015 - di Vittorio Formenti
Le radici crescono Roby Diana rappresenta una delle migliori realtà del chitarrismo nazionale e, eccezione assoluta ad una regola nazionale perversa, é anche un giovane artista. Giovane non significa imberbe, Roby ha sulle spalle esperienze pesanti da un punto di vista personale, esperienze che ha saputo tradurre in una musica a programma dal forte impatto comunicativo nel suo “Raighes vol. 1”. Come tutti i concept di rispetto questo lavoro ha avuto un seguito in termini di tournée e avrà una puntata successiva che si tradurrà nella stampa del secondo volume. A valle delle tournée e prima del secondo episodio abbiamo incontrato Roby per fare un punto sulla situazione. L’intervista non é recentissima ma, a nostro avviso, ha beneficiato del tempo trascorso come il buon vino. Quindi ve la proponiamo come esito positivo di un metabolismo che certamente porterà ad altri buoni risultati.


Mescalina:  Raighes ti ha portato per la penisola e per il mondo impegnandoti in una serie di promozioni e presentazioni del disco. Che bilancio ne trai?

 

Roby : il primo tour é stato in Lussemurgo, con tre date ed il supporto dell’ex pianista dei Lowlands Stefano Brandinali. Poi sono andato in Scozia, al festival dell’isola di Colosay; lì é stato interessante perché si é trattato di un ritorno, dato che ero già stato l’anno precedente, e questo é per loro inusuale; una replica in due manifestazioni successive é rara ma la richiesta é pervenuta dall’organizzazione stessa, con mia grande meraviglia ma anche soddisfazione. Poi ho girato l’Italia, dal Nord al Sud, l’Inghilterra, Glasgow e Coll, sempre nelle isole Ebridi, per arrivare all’ultimo tour negli Stati Uniti.

 

Mescalina: dove hai trovato il responso migliore in rapporto al significato che per te ha il disco?

 

Roby: sicuramente mi ha colpito molto la Scozia. Il festival era stato organizzato da Donald MacNeill ( autore di Father and Son con la collaborazione del nucleo dei Lowlands nel 2011) e io in partenza dovevo fare una sola data. Finito il concerto, con anche un buon risultato di vendita del disco, mi é stato richiesto di fare una seconda sessione per il giorno dopo visto l’apprezzamento del pubblico. In questo bis é stato emozionante vedere come molti conoscessero i brani e cantassero le melodie mentre io suonavo.

 

Mescalina: c’é a tuo avviso un motivo particolare per questa empatia con il pubblico scozzese?

 

Roby: più che alla Scozia mi riferirei a quell’isola specifica. Anch’io, come loro, sono un isolano e questo probabilmente ha evidenziato un fattor comune. Inoltre il vantaggio comunicativo della musica strumentale, anche se a tema o a programma con un soggetto, é che si presta  ad una libera fruizione ed ognuno ci trova un po’ quello che vuole. Questa combinazione ha probabilmente generato quel rapporto positivo a cui mi riferisco.

 

Mescalina: capisco la facilitazione della mancata barriera linguistica ma in che modo gioca la comunanza “geografica”, il fatto di essere come dici tu un isolano?

 

Roby: credo sia soprattutto un fatto di stile di vita. Vivendo in un’isola alla fine ti abitui ad arrangiarti, a fare qualcosa con quel che trovi nel tuo mondo. Oggi disponiamo di molti mezzi di comunicazione e le opportunità di contatto sono continue ma penso che questo elemento di fondo, probabilmente frutto di eredità generazionali, permanga come sensibilità generale.

 

Mescalina: resta il fatto che il folk del Nord é orientato al ballo, alla vita in comunità. L’eredità trasmessa dagli emigranti al tempo del West consisteva proprio in una musica che riuniva la comunità attorno al fuoco. Il tuo lavoro é più personale, tocca corde diverse. Non hai avuto modo di confontarti  con qualcuno per capire meglio questo aspetto?

 

Roby: in questo senso no. Posso però dirti che in loco ho ascoltato diversi diversi musicisti scozzesi; riconosco la loro sensibilità verso il fattore sociale e l’intrattenimento per la comunità ma in molti ho riscontrato anche l’interesse alla narrazione di storie personali; vicende di amore finite bene o male,  situazioni familiari che  si accostano al mio approccio.

La riprova di questa compatibilità é evidenziata dal fatto che racconto; come sai io tendo a presentare e a spiegare i miei brani. All’inizio ebbi qualche difficoltà nel farlo in inglese ma ciononostante vedevo che la musica arrivava al segno giusto; molti dopo il concerto mi dissero che potevo anche evitare di sforzarmi a illustrare, la musica era più che sufficiente ed autonoma nel comunicare.

 

Mescalina: la capacità di narrare con le note é certamente la caratteristica principale della tua arte. A questo punto sorge spontanea un’altra domanda, complementare alle precedenti; come mai in Scozia sì e altrove meno?

 

Roby: no, no, anche altrove ho avuto risposte analoghe. Diciamo che mentre qui me lo aspettavo e non sono restato sorpreso la situazione in Scozia mi ha colpito perché inattesa.

Anche in Sardegna, dove ho fatto un tour col mio quartetto sperimentando un modo diverso di proporre il lavoro, ho ricevuto molto calore. Lì ero forse più preoccupato per via della classica regola del “nemo profeta in patria” ma poi é andata bene.

 

Mescalina: c’é qualche brano del disco che trovi arrivare più di altri?

 

Roby: direi di no. Hi ricevuto riscontri forti un po’ su tutti i pezzi; naturalmente c’é chi é stato più colpito da un brano piuttosto che da un altro, coloro che poi hanno vissuto una situazione familiare simile alla mia hanno manifestato emozioni analoghe a quelle che mi hanno guidato nella composizione.

 

Mescalina: gli addetti ai lavori che dicono? Vista la tua ricerca anche di aspetti armonici, l’uso di accordature particolari e una certa impostazione ritmica, i musicisti ti hanno trasmesso qualche considerazione aggiuntiva rispetto ai non specialisti?

 

Roby: talvolta sì. Non voglio insistere con la Scozia ma lì i musicisti usano spesso un’accordatura che loro chiamano DAD GAD (Re-La-Re-Sol-La-Re) che da quelle parti pare essere uno standard. Pur essendo loro quindi abituati a questo approccio mi chiedevano come facevo ad usare lo strumento con le mie impostazioni, evidentemente riconoscendo un’inusualità nelle accordature anche per i loro canoni.

In generale comunque coi musicisti c’é una fase iniziale di sospetto e diffidenza; poi, normalmente, riesce a subentrare un’attitudine più aperta e disponibile con la quale viene recepito comunque l’aspetto più comunicativo che non quello squisitamente tecnico.

 

Mescalina: le mete del Nord e della Mittleuropa invece che quelle latine sono frutto di una scelta o, più semplicemente, di opportunità?

 

Roby: certamente di opportunità. Mi sarebbe piaciuto molto andare per esempio in Spagna ma non ne ho avuto l’occasione. Qui credo giochi un po’ a mio sfavore la difficile etichettabilità della mia musica. Non posso dir loro che suono Flamenco, o Jazz, o anche Rock, sarei fuorviante. Il modo migliore con cui posso presentarmi é quello di inviare materiale da ascoltare, come é andata per gli Stati Uniti.

Lì sono stato a Los Angeles, che tutto sommato ha un meticciato latino; ho incontrato anche diversi amici sudamericani che hanno apprezzato la proposta forse proprio per via della sua indefinibilità e quindi, per loro, di una certa originalità nella quale tuttavia presumo abbiano trovato dei caratteri a loro vicini.

 

Mescalina: come é stato suonare a Los Angeles e, in modo particolare, in quel tempio rock che é il Whiskey a Go Go? Il pubblico non ha aspettative particolari legate alla storia artistica di quei luoghi?

 

Roby: all’inizio avevo qualche timore in questo senso. Mi domandavo se, visti i miei capelli, si aspettassero un gig in stile Jerry Garcia o Slash. Tra l’altro c’era molta gente, é stato il concerto più partecipato. Poi ho fatto le mie cose e tutto é andato bene. Mi ha colpito l’apprezzamento che ha espresso un “buttafuori” della sicurezza; loro sentono di tutto, devono per forza star lì fino in fondo e quindi finiscono con il disinteressarsi per assuefazione. Invece, alla fine del concerto, questa persona é venuta a farmi i complimenti precisandomi che il pezzo che aveva preferito era “If you are happy”, il che vuol dire che ci aveva prestato davvero attenzione. Inoltre ha pure comprato il CD.

 

Mescalina: in Lussemburgo come ti sei trovato?

 

Roby: lì il pubblico era principalmente composto da italiani. Ho avuto la sensazione di aver portato loro qualcosa della terra d’origine, qualche ricordo di casa loro.

 

Mescalina: ma la tua musica non ha quella connotazione “nazionalpopolare” che spesso é richiesta per avere questi effetti. Le tue influenze sono molto aperte sia come generi che come origini.

 

Roby: certamente non potrei suonare in circoli di musica locale o tradizionale. Tuttavia  mi sento profondamente sardo, sono molto legato alla mia terra. Sono stato fuori per molti anni, quasi dieci, ma ciò mi ha  sempre fatto capire che mi manca un vero punto di riferimento. Più esco  e più spero di tornare in Sardegna ma allo stesso tempo capisco che, purtroppo, questo non é possibile finché faccio questo mestiere.

Può essere che questa tensione sia emersa ed abbia portato all’effetto che dicevo verso il pubblico emigrato.

Terrei comunque a precisare che il mio essere sardo non comporta un voler tornare a tutti i costi. Sono stato nella mia terra fino a ventunanni e poi sono partito alla ricerca di  qualcosa che non troverai mai in un posto solo.

Anche queste tournée sono state una ricerca per scoprire e non un viaggio per poi ritornare.

Il curioso é che poi il rientro risulta sempre traumatico perché hai la sensazione di aver costruito qualcosa fuori ma di aver perso altro qui; non si tratta di nostalgia di casa ma di una persistente tensione nel desiderio di qualcosa, tensione che ti  sbatte continuamente tra estremi opposti.

Ad esempio: paradossalmente in tournée speravo di trovare cose che non mi sarebbero piaciute, così da evitare il trauma al rientro,  ma ovviamente non é stato così;  Los Angeles mi ha entusiasmato ma, date le sue dimensioni e la sua storia, mi incuteva paura, timore di restare ingoiato in un ambiente dove hai tutto.

 

Mescalina: “Raighes” non é un disco molto lungo, non arriva a dieci brani. Come facevi ad organizzare le scalette tenendo presente che il tuo scopo era quello di presentare il lavoro?

 

Roby: il disco ha nove brani. Io inserivo i pezzi unendoli anche a quelli del secondo volume (di prossima uscita – nda) perché mi interessava molto testarli e rodarli. Inoltre ho aggiunto qualche brano nato in tour come “Empty rooms” (pezzo emozionantissimo, ispirato dalla casa vuota che Roby trovò in un rientro tra una fase e l’altra dei tour - nda) che ho suonato per la prima volta in Scozia.

 

Mescalina: hai sempre eseguito in acustico?

 

Roby: sempre. Ho miscelato anche l’uso della Weissenborn, che é uno strumento di origine hawaiana diventato poi importate nel blues e nella cultura americana. Usare quello strumento, che tra l’altro molti non conoscevano, per suonare cose mie, lontane dalle sonorità per cui é stato inventato, é stata una delle cose più singolari di questi viaggi.

Un altro aspetto curioso é stato l’interesse destato dall’uso della lingua sarda che ho usato per dei brani di Piero Marras; il sardo ha alcune similitudini con lo spagnolo e il catalano, ha quindi degli elementi latini uniti ad una cadenza all’inglese per via di certe sillabe brevi. Questo generava una sonorità che incuriosiva molto il pubblico.A Gennaio prima di partire per gli States ho rilasciato in download gratuito una mia versione strumentale del brano Tradizionale Sardo “Deus ti Salvet Maria” suonato solo con la Weissenborn. L’ho suonato spesso in tour, modificandolo e ricercano sempre sonorità diverse  proprio per il discorso di miscelare la mia cultura Sarda con quello che scopro nei posti in cui vado.

 
È possibile scaricarlo da qui: https://robertodiana.bandcamp.com/

 

Mescalina: hai detto di aver provato dei brani che hai in previsione per il secondo volume, che hai annunciato elettrico. Questo rodaggio ti ha riorientato? Cosa dobbiamo aspettarci per la seconda puntata di “Raighes”?

 

Roby: sarà un disco più elettrico ma non così tanto come lo pensavo all’inizio. Come sai mi alterno molto tra l’acustico e l’elettrico; non so nemmeno bene quale sia la mia anima vera, mi sento più un Dr. Jekyll e mr. Hide, una volta prevale l’uno e un’altra il secondo. Resta il fatto che viaggiando é più facile portarsi appresso la chitarra acustica e i pezzi che poi nascono, soprattutto quelli compatibili con il concept di “Raighes”,  hanno questa matrice che sovente é difficile spostare sul versante elettrico.

Quello su cui sto lavorando é la versione per gruppo piuttosto che per solista. In una fase del tour, in Sardegna e a Milano, ho lavorato con una formazione insolita: batteria, percussioni, chapman stick (strumento a 10 corde -nda), basso e chitarra. La matrice, come si intuisce, resta acustica ma la base ritmica e il lavoro dello stick con certe distorsioni crea un impasto rock piuttosto originale.

 

Mescalina: che senso ha quindi il secondo disco rispetto al primo? Certamente non ne sarà una replica...

 

Roby: non potrebbe esserlo. Continuo a narrare le mie radici; alcuni brani già esistevano in occasione dell’uscita del primo volume e quindi la storia é molto più compatta di come uno se la può immaginare. Quello che é variato nel tempo,  grazie alle esperienze avute, sono le sonorità trovate sul sentiero di questa mia ricerca che non si é ovviamente fermata. I brani saranno quindi più o meno quelli ma sento di metterci una diversa maturità legata ad una fisiologica crescita intercorsa nel frattempo.

 

Mescalina: l’aspetto del tema melodico continuerà ad essere “prioritario”?

 

Roby: in qualche modo sì anche se per me anche il lato armonico é molto importante. In realtà cerco di lavorare sul brano finito, non separo mai la melodia per poi cercarci il giro armonico di sostegno. Mi viene naturale lavorare contemporaneamente su tutti gli aspetti, quelli ritmici compresi che spesso nascono da soli, come parti del tutto.

 

Mescalina: ma se é così , se i brani nascono “finiti”, in che modo interviene l’evoluzione di cui parli? Pare difficile andare a toccare parti specifiche in un qualcosa nato come un tutt’uno.

 

Roby: la dimensione principale é la sicurezza e la confidenza che il tempo ti porta. Quando sei davanti al pubblico con una chitarra per raccontare te stesso ti  senti nudo e, all’inizio, esiti. E’ come leggere per la prima volta una poesia che hai composto; le parole restano poi sempre quelle ma ciò che cambia é la confidenza con cui la pronunci e che ti permette l’interpretazione giusta.

 

Mescalina: questi tuoi lavori esprimono una personalità chiara, una volontà vivace di espressione individuale che parrebbe mal conciliarsi con vincoli terzi generati da collaborazioni. Nel tuo caso invece l’avvenutura coi Lowlands (per fare un esempio) pare funzionare molto bene. Come concili questi due apparenti opposti?

 

Roby: in effetti sono due dimensioni molto diverse ma che entrambe mi appartengono. Mi trovo molto bene a lavorare sia come front-man che come side-man. In questo secondo caso il mio approccio non prevede di uscire in risalto ma di operare come sostegno della struttura di cui mi sento parte; voglio contribuire affinché il gruppo abbia una base solida.

Tuttavia sono due facce di una stessa medaglia. In generale io tendo a perdermi, ad immergermi nelle cose che mi piacciono e spesso mi ritrovo a soffermarmi anche su singole note.

Quando lavoro in singolo espongo le mie storie, che in generale sono storie forti per me, che mi ritrovo a vivere in un’ora e mezza di concerto finendo spesso stanchissimo.

Quando lavoro con altri, specie con i Lowlands, mi sento comunque parte di un gruppo con cui ho condiviso e condivido situazioni importanti; questo perché non tendo ad essere un turnista , più che di collaborazioni parlerei di partecipazioni.

In questo senso le due dimensioni finiscono con l’essere assolutamente compatibili.

 

Mescalina: che rapporto hai con la musica di altri? Ascolti o segui qualcosa di particolare?

 

Roby: sì, certamente, ma cerco di evitare la bulimia. Da ragazzino era difficile disporre di molto materiale per ragioni principalmente economiche, dato che l’unica via era l’acquisto di dischi. Da qualche tempo questo limite non c’è più e la musica, ormai facilmente accessibile, viene consumata a tempo zero. La quantità di materiale a disposizione rende impossibile assimilare quanto circola per cui preferisco concentrarmi su qualcosa, innamorarmene ed evitare l’ansia della ricerca antologica. Tendenzialmente il mio sviluppo quindi non dipende dall’ascolto di quello che fanno altri ma da una mia ricerca interiore unita allo studio dello strumento.

Iniziai suonando la chitarra elettrica che a un certo punto non mi bastava; mi portai sull’acustica e poi mi dedicai a studi per migliorare la tecnica. Oggi cerco la mia personalità e la tecnica deve consentirmi di esprimere quello che io sento in un determinato momento.

 

Mescalina: allora ti dedichi a studiare?

 

Roby: sì nella misura in cui lo studio mi permette la padronanza dello strumento che consente di esprimermi. Non mi interessa il virtuosismo in quanto tale, la capacità di rieseguire brani di altri o la ginnastica da jam. Fin da quando iniziai a suonare restavo colpito dal fatto che nessuno dei chitarristi che ascoltavo riusciva a rendere, e quindi a ispirarmi, quanto desideravo emotivamente. Finiva quindi che mi sedevo e cercavo quella nota, arrabbiata o malinconica, che traducesse ciò che sentivo; stavo anche ore su di una nota. Questo approccio l’ho trasportato poi sul mio modo di scrivere; adesso non studio più nel senso didattico del termine, mi siedo e suono quello che sento dentro; questo é il mio fare esercizio di oggi.

 

Mescalina: il tuo modo di eseguire i brani viene quindi influenzato dal contesto ?

 

Roby: solo per alcuni pezzi, i più liberi come “S’Astore”. Quelli più forti invece, come “If you are happy” o “Empty rooms”, mi consentono di mantenere un “mood” non contaminato. I brani che hanno una radice profonda nelle mie vicende difficilmente vengono modificati dall’ambiente che mi circonda. Anzi, in questi casi devo cercare di non esagerare nel vivere il momento altrimenti mi perdo, finisco con il suonare solo per me stesso. Questo va evitato perché parte della ricerca sta nel rapporto col pubblico e devi poter sentire quello che lui ti dà, senza isolarti nelle tue interpretazioni. Col pubblico bisogna condividere e non imporre.

 

Mescalina: a conclusione di questa conversazione una domanda lapidaria: se ti si dovesse puntare una pistola alla tempia chiedendo una scelta tra l’elettrico e l’acustico cosa risponderesti?

 

Roby:  mi chiudo a casa mia .... Mettiamola così: se il mondo finisse adesso non ci sarebbe più corrente elettrica e quindi potrei suonare solo in acustico. In altre parole, sarebbe meglio finire sulla classica isola deserta con l’acustica piuttosto che con l’elettrica.

 

Acustico o elettrico, qualunque sia il paradigma del prossimo volume di “Raighes” restiamo in attesa nella speranza che Roby non abbia ripensamenti e non ci obblighi ad una quarantena esagerata.


Foto di: Giulia Cartasegna

Roberto Diana Altri articoli