interviste
PIJI Un incontro con Piji: quando l'ironia racconta le contraddizioni del presente
La premiazione da parte di Francesco Paracchini de L'Isola che non c'era, con Neri Marcoré (foto Franco Valsecchi)
Laura Bianchi: Ti vedo felice come mai... e complimenti per la Targa Tenco, che ti ha premiato come opera prima; è un riconoscimento importante, ma arriva con un album che non cerca di compiacere nessuno. Hai avuto la sensazione di aver finalmente realizzato il disco che volevi fare, senza dover dimostrare niente a nessuno?
Piji: Questo è esattamente il disco che volevo fare. Ci ho messo qualche anno in più proprio perché lo volevo così: pieno di dettagli, pieno di idee di arrangiamento e che rispettasse quello che è il mio pensiero musicale, a cavallo tra l'analogico e il digitale, dove l'analogico sia più antico possibile e il digitale il più moderno possibile. Un'operazione ambiziosa che aveva bisogno del giusto team, del giusto tempo e delle giuste risorse. È accaduto ora. È andata così. Non ho voluto compiacere nessuno, ho voluto soltanto cercare di rispettare il mio gusto in toto. Quanto invece al "dimostrare", credo di dover dimostrare ancora tutto, ho appena iniziato per quasi tutte le persone, tranne per chi mi segue da anni. E per gli addetti ai lavori, da cui ho sempre ricevuto grande stima e grandi riconoscimenti. Ho sempre avuto un bel successo di critica, ma non sono ancora riuscito ad arrivare allo stesso modo al grande pubblico. Al Premio Tenco, invece, ho ricevuto un abbraccio gigantesco proprio da tutti, le persone di Sanremo nei giorni seguenti alla mia esibizione mi fermavano per strada ogni cinque minuti per dirmi cose incredibili, per fare foto e autografi (che non è vero che non vanno più di moda...). Per ora ho "conquistato" una sola città, però. A tutte le altre devo ancora dimostrare molto. Ci lavoreremo...
L.B.: Sta registrando audio… è una frase che appartiene alla quotidianità digitale. Siamo sempre pronti a parlare, ma quanto siamo ancora capaci di ascoltare? Il tuo album nasce anche dalla sensazione che abbiamo perso il senso della comunicazione?
Piji: Girerei la tua domanda ai potenti e agli oligarchi del mondo. "Ci vuole orecchio" diceva Jannacci. Loro non ce l'hanno. Qualche giorno fa, tra gli studenti in piazza, è comparso un cartello con scritta solo una parola: "ascolto". Mi è sembrato saggio e poetico. Invece in questo secondo weekend di proteste in Italia si è persa ancora una volta la capacità di ascoltare e l'unica risposta da chi comanda è stata la più ottusa, la repressione violenta e, a tratti, violentissima, altro che vetrine... Il mio album parla di comunicazione-vs-isolamento, di messaggi in bottiglia, di note vocali tra persone: in sostanza del sogno di ritrovare una forma di collettività, di senso di comunità. Di un'umanità che si è persa e che ha bisogno di rifondarsi. E chissà che le piazze di questi giorni non siano proprio il miglior modo per cominciare a ricostruire tutto.
L.B.: In Misanthropy Village racconti il desiderio di sottrarsi a un mondo aggressivo, volgare e invadente. Ma ritirarsi è davvero una soluzione? La misantropia, nel tuo caso, è una provocazione ironica o una tentazione che comprendi fino in fondo?
Piji: È una tentazione che comprendo fino in fondo. L'eremitaggio metropolitano o il sottrarsi alla realtà degli hikikomori sono naturali risposte a un mondo abusante, ignorante, cattivo. Sembrano storture poco sane, ma forse è ancora più folle sentirsi a proprio agio nel mondo orribile di oggi. Credo che l'importante sia però mantenere l'aspetto dialettico della cosa e che la tentazione resti solo una tentazione. Nel mio disco il personaggio protagonista finisce per uscire dalla sua tana proprio perché diventata una gabbia e prova a trovare in sé la spinta utopistica per rifrequentare il mondo e magari per provare anche a modificarlo. Nella prima canzone sogna, dal suo luogo d'isolamento, di riappropriarsi di una dimensione pubblica del privato ("saremo io e te in mezzo a tutti"). Nell'ultima canzone, finalmente, esce.
L.B: Nei tuoi brani affronti temi sociali e politici senza rinunciare allo swing, al paradosso e al gioco linguistico. L’ironia permette di dire cose che, affrontate seriamente, rischierebbero di diventare prediche?
Piji: È proprio come dici tu. Infatti in questa intervista sto diventando troppo serio. L'arte non solo è la mia personalissima via di fuga, ma è la lente attraverso cui mi piace trasfigurare i pensieri. "Misanthropy Village" è infatti la storia di un villaggio vacanze pensato per un solo cliente e tutta l'amarezza del senso che dicevamo assume un tono ironico. Mi piace il fatto che il brano più duro e pessimistico dell'album sia musicalmente molto allegro, pensato proprio come una hit estiva pop-jazz. Quello che, soprattutto, volevo raccontare in questo pezzo è la nostra responsabilità come esseri umani circa le cose del mondo. "La storia siamo noi: che guaio" ribalta ironicamente la frase capolavoro di De Gregori, visto che questo "noi", per ora, sembra fare solo danni. Se questo "noi" è quello che vota certi governi, sbiglietta certi cinepanettoni, dà auditel a certi format imbarazzanti e dà stream a certe canzoni orribili, allora questo "noi" è davvero un guaio...
L.B.: La canzone d’autore italiana ha una lunga tradizione di artisti che hanno raccontato il proprio tempo. Oggi, però, sembra spesso prevalere il racconto dell'io. Ci siamo innamorati delle nostre emozioni al punto da perdere la curiosità per ciò che accade fuori da noi?
Piji: Da un lato siamo nel tempo del consenso obbligatorio e ogni artista teme di diventare "divisivo" (parola molto in voga) e, banalmente, perdere il pubblico che lo tiene in vita. Il racconto ombelicale dell'amore e dell'io sono per molti un semplice fatto di prudenza. Per altri è ancora peggio, e lo capisci dalle prime conversazioni a cena o alla macchinetta del caffè, ovvero, come dici tu, non hanno interesse circa il mondo reale. Queste due questioni, sommate, hanno fatto in modo che negli ultimi anni abbiamo avuto sanremi e playlist radiofoniche in cui sembrava che non stessero mai accadendo guerre, pandemie, genocidi, abusi, disarticolazioni della Costituzione. Certe mie canzoni, come "Umano poco umano", nascono dalla gran voglia di sottrarmi a questa omertà collettiva della canzone italiana di oggi. E non solo la canzone pop mainstream, anche la canzone indie e quella underground sermbrano vivere su altri pianeti...
L.B.: In Swing Politik la politica incontra il ritmo e la satira. Ma la satira contemporanea sembra parlare soprattutto a chi è già d'accordo. Come si fa a mettere in discussione le convinzioni del pubblico senza limitarsi a strappare un applauso?
Piji: Questa domanda è bellissima ed è il motivo per cui ho sempre messo Gaber al primo posto di tutte le mie classifiche. Solo lui, nessun altro, ha sempre cantato canzoni a un pubblico che non aveva modo di cantarle con l'accendino acceso (ogni anno erano nuove, non faceva mai delle scalette best of) e solo lui ha scritto cose satiriche sbeffeggiando coloro che che aveva in platea, ovvero il proprio pubblico. Quando andavo a vederlo mi rendevo conto che non mi stava mai dando lo zuccherino, magari scagliandosi contro i miei stessi nemici, ma viceversa ce l'aveva proprio con me, con noi che eravamo là. Rigore incredibile. Oggi per me sarebbe impossibile ricreare quel rapporto così maturo col mio pubblico. Beh, anche perché il mio pubblico si deve ancora formare...(ride). Però usare questa logica di non adulazione del pubblico, di non dare al pubblico ciò che vuole sentirsi dire, è una lezione che cerco di fare mia. Ad esempio, proprio "Swing Politik" credo sia l'unica canzone al mondo che parla bene dei politici. Il pubblico di solito vuole sentirsi dire che i politici sono tutti farabutti e corrotti. Ecco, quello che voglio dire con questa canzone è che invece può (e deve per forza) esistere la buona politica. Solo immaginando (in questo caso sognando) una buona politica possiamo risolvere i nostri problemi. Non si scappa. Quindi, invece di dire sempre che sono tutti uguali, bisognerebbe cominciare a celebrare i piccoli pezzetti di buona politica. Nel mio sogno hanno risolto addirittura TUTTO. E ballano e cantano a festa. Ma, come in uno slogan disneyano, "se puoi sognarlo, puoi farlo".
Con Simona Molinari in Swing Politik (foto Alessandro Rabboni)
L.B: Nel tuo universo musicale convivono swing, jazz, tango, indie-rock e canzone d’autore. È il tema a suggerirti il linguaggio musicale oppure è una determinata musica a farti scoprire che cosa vuoi raccontare?
Piji: Succedono entrambe le cose. Provo a lavorare testo e musica il più possibile a ping-pong un po' per uno e quindi capita che una frase di testo abbia bisogno di un compendio musicale adatto o viceversa che un passaggio musicale necessiti sia foneticamente sia concettualmente, di quella determinata soluzione letteraria. Mi viene in mente come ho lavorato "Umano poco umano" che, essendo lunga otto minuti, aveva bisogno di continue "stanze" diverse per non diventare monotona. Di base è un tango-rock, ma anche l'elettronica si muove a strati enfatizzando certi momenti, e poi c'è il momento "Oligarchia" in cui lo scenario cambia completamente e diventa vagamente da operetta, poi arriva il grande coro dei sinonimi e contrari e tante altre cose che cercano continuamente di rispondersi tra testo e musica.
L.B.: Quando si affrontano temi come la guerra, l’indifferenza e la disumanizzazione, il rischio è che una canzone diventi un editoriale con la musica. Come trovi il punto in cui il messaggio smette di essere un discorso e diventa davvero una canzone?
Piji: Mi vengono in mente due risposte diverse. La prima è pensare che la guerra, l'indifferenza e la disumanizzazione siano tematiche del nostro vivere quanto l'amore, l'amicizia, il mare e via discorrendo. Quindi trattarle in maniera laica, come parti dello scibile. Non dividendole nella vecchia dicotomia canzone impegnata uguale predicozzo e canzone d'amore uguale emozione. La seconda risposta però mi interessa di più e riguarda la "quantità d'arte" che ci si lavora dentro. Sì, intendo proprio "quantità". Questo è ciò che rende il linguaggio poetico diverso da quello di un'intervista come questa, ad esempio, o da una chiacchiera da bar o da una predica o da un comizio. Quanti passaggi di lavorazione e affinamento fa il tuo concetto? Questo potrebbe essere il punto. Ti faccio un esempio che mi è molto caro. Qualche anno fa, ben prima che diventasse un argomento così dibattuto, volevo scrivere qualcosa sulla parità di genere, sempre più schifato dai femminicidi e da tutti i gradi di abuso di genere di cui la nostra società è tuttora permeata. Avrei potuto essere didascalico, magari raccontare un fatto di cronaca, che ne so. E invece, proprio per evitare quel rischio che menzioni, sono andato per lavorazioni e trasfigurazioni. Ho pensato al contrario, quale fosse un esempio da cui ripartire, un esempio positivo. E la storia delle ragazze del calcio italiano mi è srmbrata la giusta metafora di tutto. Nel mondo più maschilista di tutti, il calcio, nel 1933 nacque la prima squadra femminile, subito vietata dal regime. Poi altri tentativi dopo il '68, ma sempre dovendo superare ostracismi, derisioni e delegittimazioni di tutti i tipi. La storia è complessa, ma provo a farla breve: negli ultimi dieci anni una generazione di calciatrici, guidata dalla capitana della nazionale Sara Gama, attraverso una serie di battaglie dentro e fuori dal campo e di vittorie dentro e fuori dal campo, è riuscita a dare una grandissima legittimazione al calcio femminile, trovando spazi mediatici, nuovo pubblico e un nuovo rispetto, fino a ottenere il primo contratto professionistico del calcio femminile nel 2022 (con le conseguenti tutele, a quasi cento anni di distanza dal primo contratto professionistico maschile). Da qui è nata la canzone "Sara e le altre". E poi anche il mio spettacolo teatrale "No Wags. Il calcio (non) è uno sport per signorine". Ecco. Questo mi è sembrato il modo più artistico e non predicatorio per raccontare quanto sia ardua, ma anche possibile, la lotta per la parità di genere.
L.B.: A proposito del teatro... il tuo lavoro attraversa musica, teatro, radio e scrittura. Sono mondi che si alimentano reciprocamente oppure ciascuno ti permette di esprimere una parte diversa della tua personalità? C'è qualcosa che riesci a dire con una canzone e che non riusciresti a dire in nessun altro modo?
Piji: Restando al calcio femminile, quando avevo finito di scrivere "Sara e le altre" mi sono reso conto che sul tema della parità di genere e sulla metafora del calcio femminile avevo ancora un milione di cose da dire che non sarebbero mai entrate in una canzone. È lì che mi è venuto utile il linguaggio teatrale. Ho iniziato a scrivere una manciata di monologhi, alcuni satirici, altri più seri. Poi mi sono reso conto che una storia di parità di genere aveva necessariamente bisogno di avere un punto di vista femminile e ho formato uno splendido team di autrici/attrici che hanno a loro volta trattato con loro scritti le mille declinazioni dell'argomento. Poi mi sono messo a studiare il calcio femminile, ho letto una ventina di saggi e di autobiografie e ho iniziato a vedere tutte le partite (fino a restarne anche oggi tifoso). E il risultato di tutto questo è stato uno spettacolone pieno di linguaggi diversi che certo non sarebbero potuti stare in una canzone. A seconda dei casi la stessa cosa mi capita di farla con la radio, la tv, le direzioni artistiche, la scrittura di poesie o saggi. Ogni disciplina ha il suo specifico e a seconda dell'idea cerco di capire dove possa vivere meglio. Il centro, però, resta la canzone.
Retrocopertina del disco (foto Tamara Casula)
L.B.: Nell'album convivono una visione spesso disincantata del presente e la possibilità di immaginare cambiamenti. Sei più pessimista nei confronti dell'essere umano o più fiducioso nella capacità delle persone di sorprendere?
Piji: Non riesco a non avere fiducia. Trovo talmente insensato e assurdo chi fa il "male" a tutti i livelli che non riesco a credere che il "bene" non stravinca a mani basse con tanto di goleada. E invece perde sempre. E questo mi frustra, mi delude e mi fa incazzare quotidianamente. Ma, come dico in "Umano poco umano", io "sto coi tentativi, da sempre con i velleitari, con gli inguaribili utopisti che ancora credono agli umani, coi fallimenti quotidiani, che tanto riformuleremo tutti i piani e rassegnati non ci vedrete quasi mai. Perché più il tempo si fa buio, più c'è da essere vitali, essere vigili, essere lucidi e fare sogni straordinari. Volare in alto tra i gabbiani, ma con i piedi ben piantati, avere il fuoco dei vulcani e poi provare e riprovare e non fermarsi mai". Quindi sono più ottimista che pessimista. Per esempio, nelle proteste italiane e europee di questi giorni, negli studenti in Serbia che addirittura si sono organizzati e hanno vinto le elezioni, ci intravedo l'inizio di qualcosa di possibile. Un'umanità risvegliata, in cui, citando Totò, gli uomini possano essere più dei caporali. E i contrari possano essere più dei sinonimi.
L.B.: So che dietro un album c'è anche un lavoro di ricerca, scrittura e selezione. Quanto è importante, per te, sapere che cosa vuoi dire prima di cominciare a scrivere e quanto spazio lasci invece alle intuizioni che arrivano durante il processo creativo?
Piji: Le mie canzoni arrivano in studio di registrazione quasi sempre finite. Credo molto nel labor limae e, quando sento qualche collega dire "questa l'ho scritta in 2 ore", non riesco a non pensare dentro di me "...e si sente...". (ride) Durante la lavorazione, però possono succedere molte cose. Questo disco ha avuto un lavoro molto lungo, un pezzetto per volta, quindi l'ho lavorato e rilavorato, come dovrebbe succedere sempre, secondo me. E arrivare fino al punto che puoi difendere la tua opera, perché piace innanzitutto a te, primo critico di te stesso. "Umano poco umano" era la canzone che mancava. L'ho scritta a casa mentre molti altri brani erano già finiti, ma avevo questa urgenza di cui ti ho già detto prima. Per riassumere, arrivo in studio con un'idea precisa in testa di come dev'essere arrangiata quella canzone. A quel punto parte il lavoro più difficile: riuscire a farla somigliare all'idea iniziale. O, ancora meglio, farci convivere qualche nuova idea. I processi creativi di scrittura, composizione e arrangiamento, in fondo, si somigliano parecchio.
L.B.: Dopo questo riconoscimento, che cosa ti piacerebbe poterti permettere artisticamente che finora non hai fatto? Non necessariamente qualcosa di più ambizioso: magari qualcosa di più rischioso, strano o persino scomodo.
Piji: Mi piacerebbe fare le stesse cose di oggi, ma con più supporto. Per me il successo è solo questo. Niente di più. Fare lo stesso concerto, ma con un fonico e un datore luci in più. Fare lo stesso spettacolo, ma con una scenografia più ricca. Stare una settimana in più in studio per il prossimo disco. Poter riempire una sala che abbia un'acustica migliore. Poter dedicare più tempo a scrivere qualcosa perché in quel determinato mese posso permettermi di fare "solo" cinque lavori e non quattordici. Insomma, il mio sogno nel cassetto non è una casa alle Maldive, ma lavorare a un livello sempre più professionale. Prima o poi, magari, ci riuscirò. Per il momento mi godo la Targa Tenco che, oltre a farmi intravedere possibili miglioramenti futuri in tal senso, è soprattutto una gigantesca pacca sulla spalla, un gigantesco "Vai, continua così".
L.B.: Allora, parafrasando il titolo di una tua canzone...Vai, Piji!
Foto cover Tamara Casula