interviste
Riccardo Bertoncelli Un incontro con Riccardo Bertoncelli: la scoperta, la musica, la memoria di un ragazzo che ascoltava il futuro
Laura Bianchi: Innanzitutto, grazie per avermi dedicato questo tempo…parliamo del nuovo libro, Abitavo a Penny Lane, che coglie le parti migliori del saggio e del memoir, senza concessioni alla nostalgia. È stata una scelta precisa, tenere il Bertoncelli di allora sempre in dialogo con quello di oggi, e come ci è riuscito?
Riccardo Bertoncelli: Nessuna strategia a tavolino, diciamo che mi è venuto spontaneo. Ho grande cura del mio passato e non ho mai sfrattato il fanciullino che si entusiasmò per tante cose rock, specie negli anni ’60. Mi ha fatto compagnia, mi ha guidato.
L.B. Mi ha colpita, nel libro, il racconto di una professione che in Italia non esisteva ancora nella forma in cui la intendiamo oggi: come dice Ransom Stoddard nel film L’uomo che uccise Liberty Valance, e come ha ripetuto lei in un recente incontro per la Fiera del Libro di Como, “qui era tutto deserto”. All'inizio si rendeva conto che stava creando, insieme ad altri, una figura che sarebbe diventata tanto importante e definita?
R.B.: No di certo. Anche qui è venuto tutto molto spontaneamente, per via di un’adesione totale e sincera. Noi ragazzi beat e dintorni prendevamo il rock molto seriamente, come non facevano quelli più grandi e men che meno gli “addetti ai lavori”. Era una musica di una forza così travolgente che ci sembrava soltanto logico immaginare una permanenza nel tempo. Molti pensavano il contrario, che fosse una moda passeggera. Il West è stato conquistato così, e raccontato cosà, qualche volta. Quando Ransom Stoddard nel film spiega al direttore del giornale locale come andarono veramente le cose, si sente rispondere che tra una normale storia e una bella leggenda, “print the legend”. (ride, ndr)
L.B.: Nel libro si incontrano artisti che oggi consideriamo imprescindibili nella storia della musica, ma che allora erano esordienti, ascoltati e valutati quando ancora non si sapeva quale posto avrebbero occupato nella Storia. Oggi, rileggendo quei giudizi, le interessa di più scoprire se abbia visto giusto o se il giudizio sia stato in parte smentito?
R.B.: Be’, mi fa piacere avere individuato per tempo giganti di culto come Tim Buckley, Beefheart, Robert Wyatt, i Gong, e anche luminose meteore come Bruce Palmer, la Third Ear Band, i Deviants. Sono medaglie al merito, anche se la paura nel riandare a vecchie pagine è di certo per i casi opposti; chi hai dimenticato o preso a male parole sbagliando. Qualche sottovalutazione c’è stata indubbiamente (cito sempre i Joy Division) ma in generale penso che il bilancio mio personale sia positivo. Anche in quel caso comunque era tutto istinto; scrivevo per quei giorni e per quelle sensazioni, non “per la storia”.
LB.: Chi legge il memoir ha la sensazione che sia pervaso da un’impostazione etica precisa. Pratica ancora lo stesso approccio critico e rigoroso nei confronti di un’opera, oppure esso appartiene a quel tempo?
R.B.: Etica mi sembra una parola grossa. Forse nasce da una “purezza” che in effetti, molto ingenuamente, ricercavo nei dischi. Cercavo il coraggio, la smania di andare controcorrente, la voglia di rompere con i luoghi comuni. Belle intenzioni di anni innocenti. Con il tempo credo di avere imparato a contestualizzare e a capire, più che a giudicare.
L.B.: Qual è il compito del critico? Dire se un disco merita di essere ascoltato, oppure insegnare – nel senso più nobile del termine – ad ascoltare?
R.B.: Tutt’ e due le cose, solo che allora avrei scelto di preferenza la prima ipotesi, oggi scelgo la seconda. Cercavo complici delle mie passioni, con il tempo ho capito che potevo fare di più e meglio se non mi limitavo a mettere le bandierine qui o là.
L.B.: Ha scritto che la scrittura può essere uno strumento critico e dirompente, scandaloso, immaginifico. Oggi, in un'epoca in cui tutti possono pubblicare immediatamente un'opinione su qualsiasi disco, a volte senza averlo ascoltato integralmente, che cosa può ancora rendere davvero “dirompente” una critica musicale?
R.B.: La serietà del giudizio, oltre a una buona scrittura; merce rara nell’alluvione di liquami che la Rete porta con sé. Ho smesso di credere nei gesti e nei giudizi estremi, non è più il tempo. Vale anche per chi fa musica; una volta bastava prendere posizione, c’erano tanti spazi liberi che sorprendevano e davano adito a fascinose fantasie. Oggi non è più così. La facilità con cui oggi si può recensire, pubblicare, intervenire pubblicamente deve per forza accompagnarsi a uno sforzo di originalità e disciplina. Altrimenti sono parole perdute, confuse nel fragore della nostra epoca.
L.B.: Nel libro, oltre alla competenza, si avverte molto il piacere di scrivere. Questo è rimasto intatto nel tempo, oppure qualcosa è cambiato?
R.B : Il piacere si è spesso accompagnato a un sottile tormento: non ho scritto solo per piacere in vita mia, qualche volta l’ho anche sofferto. Ma specie negli ultimi anni ho scoperto che la fatica dello scrivere e l’ansia della pagina vuota sono giusto pensieri che si dileguano quando mi metto davanti al computer. Lì è ancora una gioia, un estraniarsi dal mondo intorno per un viaggio che il più delle volte ti ripaga di tutto.
L.B.: Il libro è ricco di nomi, dischi, band e artisti. Sembra che, accanto al memoir, ci sia anche un'intenzione di salvataggio dell’immaginario collettivo musicale. C’è stato un musicista, o una band, per cui ha sentito questa urgenza in modo più netto?
R.B.: Vale la risposta di prima... Non mi sono mai sentito “portavoce” di questo o quell’artista ma ho sempre cercato di spostare l’attenzione su personaggi poco conosciuti e invece meritevoli. Nel libro lo scrivo: i Velvet o gli Stooges, oggi veri padri del rock, nell’Italia dei ’60 e ’70 erano misconosciuti, e di tanti altri “culti” oggi imprescindibili nessuno parlava. Mi muovevo controcorrente, mi è sempre piaciuto farlo: sono biologicamente un salmone (ride, ndr).
L.B.: Ha raccontato un'epoca in cui la musica non era ancora diventata un'enorme macchina industriale e digitale, ma era già immersa in una società di consumi culturali. Se guarda oggi quel mondo dal nostro presente, cosa le sembra sia andato perduto? C’è invece qualcosa che è stato conquistato?
R.B.: La conquista più grande è stata la distruzione della cittadella della Musica, quella verticale, quella per cui la classica era l’unica musica con dei valori, e il resto mancia, pochezza o al più stranezza. D’altro canto si è perduta tanta semplicità, nel proporsi da parte dei musicisti, nell’ascolto da parte nostra. Penso alla promozione di un disco e mi vengono i brividi. Le priorità, gli schemi prefissati, gli embarghi…Sembra strategia, è burocrazia.
L.B.: Oggi un giovane che volesse fare il critico musicale non partirebbe probabilmente da una rivista, da una fanzine o da una redazione, ma da un profilo Instagram, da YouTube, da Substack, da un podcast. Ha qualche consiglio da fornire a chi intraprende questo percorso?
R.B.: Lo faccia solo per piacere e realizzazione personale, non cerchi un mestiere. Come dico sempre, con un realismo che solo all’apparenza è cinismo, “l’ultimo spenga la luce”. È già arrivato il tempo, nel giro di pochi decenni. Chi fa questo mestiere (pochissimi, a occhio) deve sentirsi come un bottaio nell’Italia del primo Novecento o un doratore di gondole oggi a Venezia: un artigiano con un grande avvenire dietro le spalle (e l’età non c’entra).
L.B.: So che ha spazi di divulgazione in riviste ed emittenti radio; prova ancora curiosità nel cercare artisti da proporre ai lettori e agli ascoltatori?
R.B.: Ho smesso anni fa di seguire l’attualità, del “nuovo” mi arriva una debole eco spesso anche sgradita. Mi piace la storia, mi piacciono le storie, specie quelle del Novecento. Ho passato l’estate a cercare tracce di Dashiell Hedayat, di June Tyson, di Sonny Boy Williamson I, di “Chappaqua” per articoli che pubblicherò prossimamente. Tutte strane storie di un Novecento lontano dai riflettori; mi diverto così.
L.B.: Il piacere che abbiamo provato nel leggere il memoir potrà essere ripetuto con un nuovo libro? C’è qualche progetto in vista?
R.B.: Come tanti artisti che amo, mi piace pescare nel mio immenso archivio che vorrei vedere ordinato, magari con un volumone che alla fine dovrò (dovrei) stamparmi da solo. Il bello è che critico sempre ferocemente questa tendenza negli altri e ora scopro che ci casco anch’io. In ogni caso nessun sequel di Abitavo a Penny Lane; oltre gli anni ’80 sarebbe un libro di piccola storia, mentre qui è pura mitologia... e giusto quella cercavo.
L.B.: Allora aspetteremo il volumone... intanto grazie per tutto, e anche per questa rarissima foto a ventun anni!
Riccardo Bertoncelli, critico musicale e scrittore, è nato a Novara nel 1952. Per la sua lunga carriera e il numero di pubblicazioni, è considerato il più importante critico italiano di musica pop e rock. Nel 1973 pubblica con la casa editrice Arcana “Pop Story”, un libro, oggi di culto, che per primo avvicinò i ragazzi italiani agli orizzonti della Popular music. Nel 1974 ha fatto parte del nucleo fondatore di “Gong”, la rivista più importante di quegli anni per i giovani appassionati di musica, a cui fa seguito un’intensa attività come giornalista musicale su quotidiani, periodici e siti internet. Oggi scrive su “Audio", “Musica Jazz” e “Blow Up”, dopo lunghe collaborazioni anche per "Max", "Musica di Repubblica", "XL", "Linus". Al 1981 risale l’inizio della collaborazione con Arcana, casa editrice di cui è diventato direttore editoriale nel 1985 e per la quale ha coordinato la redazione di una monumentale Enciclopedia rock divisa per decenni. Dal 1995 per trent'anni ha curato l’area musicale Bizarre nel gruppo Giunti, con un’attività editoriale che negli anni ha superato le 150 pubblicazioni. Negli anni '70 e '80 è stato uno dei conduttori radiofonici di Radio Rai e, per rimanere sempre in ambito radiofonico, dal 1974 è un assiduo collaboratore della Radio Svizzera Italiana, per cui ha condotto programmi di rock e di jazz.