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Non recidere, forbice, quel volto


20/11/2019 - di Arianna Marsico
“Non recidere, forbice, quel volto,” è lo splendido verso di Eugenio Montale che riassume l’interessante chiacchierata con Luca Romagnoli del Management in occasione dell’uscita del loro ultimo album “Sumo”. Dal disco si è partiti per parlare di libertà creativa, di bellezza dei ricordi e della malinconia.
Mescalina - Nonostante l’assenza del dolore post operatorio, che tra parentesi ti devo dire che era un nome bellissimo…

Luca - Eh lo so…

Mescalina - …Sembra che la gioia di vivere male non sia passata. Chiara scappiamo sembra quasi continuare a testimoniarlo e fare da congiunzione o no?

Luca - Chiara scappiamo è una canzone molto triste, perché ci sono due aspetti. Un aspetto è quello di un amore intimo, per così dire casalingo, però circondato da un mondo esterno molto brutto, dove qualcuno sta inventando delle torture, qualcun altro sta come al solito aspettando il momento giusto per buttare una bomba… Addirittura il Dalai Lama s’è comprato i fucili, quindi proprio non c’è più speranza! Allora l’unica speranza è andare su un altro pianeta, e questi viaggi per altri pianeti sono presenti in un po’ tutto il disco. Stiamo appunto aspettando i marziani, ma qual è il problema? Ci ho riflettuto dopo…il problema è che questa persona sta anche perdendo tempo, rischiamo di perdere la navicella che ci porterà alla salvezza… perché stiamo pensando al trucco, a vestirci, a prepararci, alle cose di questo mondo (risate ndr). Rischiamo anche di perdere la possibilità di salvarci perché magari dobbiamo fare un selfie prima, capito…il selfie con gli alieni.

Per quanto riguarda questa cosa me l’hai lanciata…il fatto della gioia di vivere male. Il disco è molto malinconico, molto triste. Alda Merini diceva che la malinconia è la gioia della tristezza. Forse questa gioia di vivere male è appunto la gioia di questa tristezza nel senso che poeticamente, secondo me, la malinconia e la tristezza sono i sentimenti più nobili, più belli. Presa coscienza che la vita è quello che è, in questo disco c’è una lotta contro la vita così com’è: l’accettazione di tutte le cose naturali, anche il semplice fatto che dobbiamo morire…è una battaglia anche contro la morte, nel senso che: “Vaffanculo fa schifo morire!”. “E dobbiamo morire” … sì dobbiamo morire ma non è che io ora ne sia contento o che l’accetti…c’è sempre una cosa violenta dentro di me, una battaglia violenta e giornaliera. Diciamo quindi che i ricordi, per quanto facciano male, sono belli. Sui ricordi si basa la gran parte della poesia e della cinematografia, quando piangi, quando ti emozioni…si basa tutto su un qualcosa che non c’è, su un’assenza, su un abbandono, su una cosa che finisce. L’unica cosa che dobbiamo dire a favore della morte è che il senso di finitudine è quello che dà all’essere umano, che è un essere cosciente, questo senso di poesia e di bellezza della vita: proprio perché deve finire. Se non finisse mai probabilmente saremmo ancora più scemotti di quello che siamo adesso…

Mescalina - Oddio non saprei, abbiamo raggiunto dei bei picchi…

Luca - Eh no anche più di così, perché ora uno ogni tanto ha quel minimo di senso della vita, di poesia della vita perché sa che finirà, ogni tanto ce l’hanno tutti un barlume. Siamo messi male però comunque ce l’abbiamo ogni tanto.

Mescalina - Proprio a proposito di questa malinconia… il disco inizia con Avorio che sembra essere un manifesto, sia per questa malinconia più accentuata rispetto ad altri dischi, non c’è il cinismo di quando cantavi del test dell’HIV (in Pornobisogno ndr), sia per le nuove sonorità che sono più elettroniche e meno rock. A cosa si deve questa ricerca rispetto a una formula comunque consolidata e che vi aveva fatto amare parecchio dal pubblico?

Luca - Noi abbiamo sempre dimostrato, chi ci ama lo sa, e chi ha smesso di amarci si vede che non ha capito nulla di noi, che abbiamo fatto del cambiamento di disco in disco la nostra bandiera, il nostro credo. Noi crediamo che conformarsi a uno stile artisticamente sia terribile, l’autodefinizione porta sempre alla banalità: “Io sono questo, devo rimanere per sempre questo perché siamo questo e rappresentiamo questo”. Ma allora artisticamente ci si ferma, è come se l’uomo si fosse fermato all’età della pietra perché andava bene così no? Uno ricerca anche perché cambia, noi cambiamo come persone e questo lo capisci anche quando ti prendi una pausa, cosa fondamentale in un momento della vita, soprattutto a livello artistico… Perché ti fermi, capisci un attimo dove sei arrivato, dove vuoi arrivare. Abbiamo capito che eravamo cambiati, che eravamo cresciuti, maturati, che eravamo diversi e volevamo mettere queste nostre nuove emozioni, sia a livello testuale che musicale e di produzione, nel disco. Per quanto riguarda Avorio…non è un manifesto, non abbiamo fatto una canzone apposta. Però diciamo che forse a livello di significato può rappresentare tutto il disco perché l’assenza, la fine di un amore, l’abbandono di una persona cara, di un amico – anche l’amicizia è amore- tutte le cose che finiscono quando cresci… non hai più gli amici di una volta, magari ti senti solo oppure sei stato abbandonato volutamente oppure per cause di forza maggiore, oppure qualcuno che è andato via per sempre… queste sono le cose preziose che rivorremmo tutti indietro. Come un elefante che vuole la cosa più preziosa che ha, non nel senso di pregio del materiale ma delle emozioni che sono in questo caso i ricordi. Posso dire che gran parte di questo disco è dedicato a mia madre, che non c’è più, e tutte queste emozioni si mischiano tra di loro, perché a prescindere dal dolore, grande o piccolo che sia, tutte le cose finiscono e fanno sempre male. Magari quando hai provato un dolore grande sei molto più sensibile a tutti gli altri piccoli dolori che moltiplicano la loro grandezza per dieci, per cento, per mille. È due giorni che non trovo il gatto e sono disperato capisci… è proprio che non riesco più ad accettare di soffrire, neanche poco. Non mi va.

Mescalina - È infatti da queste riflessioni che è nata l’immagine del lottatore di Sumo che viene associato al tempo bastardo?

Luca - Sì è per questo, pian piano c’è tutto un filo durante il disco. C’è questa lotta contro il tempo che è troppo più grande di te, è troppo pesante e difficile da spostare. Il tempo che passa ti viene incontro, cerchi di fermarlo, di dire: “Non ti portare dietro tutto”, perché poi il tempo si porta dietro tutto. Gli dici: “Fermati”, ma non ce la fai. C’è una battaglia contro questa entità superiore immensa che prima o poi siamo costretti tutti a perdere…purtroppo è così. Questa malinconia, che però si porta questa gioia dei ricordi, belli o brutti che siano, che a volte sono una cosa molto dolce. C’è però questa continua battaglia che saremo costretti a prendere ma la battaglia ci deve essere. Questa è una battaglia forte, più forte e provocatoria delle altre, che continua a esserci. Il dolore post – operatorio è entrato nell’intimo, nello stomaco, e quella che ci sembrava essere diventata una cosa solo estetica è diventata intima. Volevamo parlare solo attraverso le parole, la musica e non attraverso piccole provocazioni che fanno parte della giovinezza, e che alla giovinezza si possono lasciare quando raggiungi un altro tipo di maturazione… che non è per forza dire: “Adesso sono saggio!”. È un altro livello della tua vita, crescendo ho visto le persone solo peggiorare, compresi me e Marco (ride ndr). Sia ben chiaro che non si tratta di migliorare, è proprio un altro passaggio, ti sposti, non è che vai più in alto.

Mescalina - Una cosa che mi ha incuriosito… In Sumo non sono rientrati i due singoli Kate Moss e Saturno fa l’Hula Hoop, che avete realizzato durante questo lungo periodo di pausa. Rappresentavano un qualcosa a sé stante, più interlocutorio come suoni e tematiche?

Luca - Semplicemente quando abbiamo finito il lavoro avevamo tantissime canzoni, quindi abbiamo selezionato quelle che avevano un filo conduttore tra loro, questo non è un concept album ma quasi. Quindi con questo filo che collegava le canzoni, questo tipo di emozioni forti e malinconiche, abbiamo sentito che queste due canzoni spezzavano troppo questa consecutio. Sono inoltre uscite molto prima del disco, anche troppo prima. Sono due canzoni che mentre lavoravamo al disco e tentavamo di capire che cosa fare e dove andare, stavamo ancora cercando noi stessi…beh siamo contenti e fieri di averle fatte ma rappresentavano quel periodo là, una cosa che volevamo fare in quel periodo per dimostrare che stavamo lavorando per tirare fuori delle cose, per noi stessi, per mettere la carne sul fuoco. Però poi sono passati due anni e abbiamo raggiunto un altro tipo di equilibrio, e ci è sembrato che non fosse giusto inserirle perché non rappresentavano il disco come le altre canzoni.

Mescalina - Hai parlato infatti di un filo che in qualche modo lega queste canzoni, e se dovessi cercare di rintracciarlo da Auff a oggi?

Luca – Ho sempre detto che è la libertà. La libertà che ci siamo presi di provocare quando eravamo più giovani poi è diventata la libertà di cambiare senza tenere conto di nessuno, poi a sua volta è diventata la libertà di fare quello che vogliamo nei dischi sia musicalmente che a livello di testo… libertà artisticamente ed emotivamente. Siamo sempre stati liberi da etichette e categorie. Vogliamo avere la libertà di raccontarci volta per volta per come ci sentiamo, non è detto che il prossimo non possa essere un disco felice o un ennesimo disco di rottura. Sono stati due anni in cui avevamo queste emozioni e le abbiamo raccontate. Riusciamo solo a scrivere per come siamo, è l’unico modo in cui riusciamo a vivere, contenti è difficile, felici è difficilissimo… Riteniamo sia giusto portare avanti la propria vita, in questo caso la musica, in maniera coerente con noi stessi e quello che siamo attualmente, non con i nostri dischi passati. Non voglio tradire quello che sono adesso, quello che mi sento di dover raccontare, quello che ho bisogno di raccontare insieme a Marco. Quello che ho detto sei anni fa… non mi interessa! Quindici anni fa mi mettevo i pantaloni a zampa di elefante, non è che me li debba mettere tutta la vita…

Mescalina – È sempre in nome di questa libertà che è nata la canzone collettiva, scritta anche con i vostri fan, Sesso sesso sesso?

Luca – Quello era un gioco, ci siamo presi la briga di fare questa cosa e giocando abbiamo scoperto delle cose interessanti. Abbiamo scritto il testo con i nostri fan. È stato simpatico e pure un po’ difficile, tutti davano idee, parole, frasi, pensieri lunghissimi, le loro idee. Avevamo promesso che a questa canzone avremmo dato un valore, non era solo un gioco destinato a finire là. Ci siamo presi la nostra libertà, i rischi per giocare con le cose della vita: il rischio è stato che la canzone avrebbe potuto non uscire bene. Noi arriviamo sempre alla fine una volta che iniziamo a giocare. Abbiamo promesso che questa canzone sarebbe rientrata nell’album prima di finirla, prima di conoscere il risultato artistico. Ci siamo impegnati tutti insieme, loro che scrivevano il testo, Marco che ha scritto la musica e abbiamo mantenuto la promessa. Però se fosse uscita male ce l’avemmo messa lo stesso…

Mescalina -  La gente ormai ricorda, ve l’avrebbe rinfacciato a mezzo social (risate ndr)

Luca –  Eh…abbiamo giocato, giochiamo!

Mescalina – Un’ultima domanda…Napoli è una città di luci e ombre, c’è il sole di Piazza del Plebiscito e il buio, per certi versi, dei vicoli, il mistero del Cristo Velato e di Napoli Sotterranea. Cosa ha significato quindi per voi registrare a Napoli, oltretutto in un posto così prestigioso come l’Auditorium Novecento?

Luca – Sotto un certo punto di vista quando una storia ti accompagna, ci sono alcune cose magiche successe all’Auditorium, le trovi a Napoli ma ciò non toglie che a Milano, Roma, Firenze o Bologna siano successe delle cose pazzesche artisticamente…quando arrivi a un certo punto della vita in un posto, e quel posto rappresenta quello che tu vorresti dire, che tu ti porti dentro…poi viene fuori questo tipo di magia che ti fa emozionare mentre fai le cose e ti fa sentire responsabile di quello che stai facendo. Siccome la malinconia nella musica Napoletana è molto presente, parlo di come la musica Napoletana riesce a parlare di certe cose, di certi sentimenti, l’amore, la malinconia, toccando delle corde particolari … beh essendo circondati da queste storie e da queste leggende, da questo mito, anche nello stesso studio, ti emozioni, ti senti responsabile,  a volte ti senti ispirato da un’energia universale. Ti escono delle cose dal sotterraneo, che in tal caso è il nostro intimo…e bum, avviene qualcosa che in questo disco si sente e tocca delle corde particolari perché senti questa verità e questa magia che vengono fuori.

Mescalina - Grazie mille Luca!

Luca – Ciao, grazie a voi.

 

 

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