interviste
Leaving Venice Lo shoegaze e il lasciarsi attraversare dalle emozioni
Qual è il prezzo dell’intensità emotiva? Prova a rispondere a questa domanda il giovane quartetto di Piacenza Leaving Venice nel suo album d’esordio Price of Caring (Dear Gear Records), fondendo dream-pop, shoegaze e alt-rock.
Le chitarre pensose hanno una risonanza intima e dolceamara, mentre riecheggiano lente e chirurgiche come una fitta carica di distorsioni, ben calibrate, in riff efficaci o tesi e oscuri. I bassi pulsano suadenti; i ritmi regalano accelerazioni e rallentamenti dreamgaze che lasciano galleggiare dolcemente l’ascoltatore. La voce di Sara Groppi ha un carisma sognante, riflessivo e sicuro, con cui spicca su convincenti arrangiamenti esterofili.
Nei versi il peso delle emozioni si esprime nella stanchezza, nel tentativo di dimenticare chi non era in grado di amare, oppure si scioglie nelle lacrime; può anche essere alibi di chi ha finto o preteso di essere speciale, prima di “accoltellare” alle spalle. Ancora, in queste canzoni si parla di addii e di lasciare andare, mentre si innalzano muri di chitarre e il livello di intensità del pezzo, o un riff di chitarra o di basso canta la vulnerabilità, una sensazione morbida e agrodolce tra nostalgia e desiderio. D’altronde, fin nel nome il gruppo si presenta come in transito e le canzoni di questo primo lavoro sono presentate come “testi che sembrano cartoline da luoghi che non esistono più, creando atmosfere che alternano momenti incisivi a passaggi luminosi”: Sono la fotografia di un passaggio: un luogo lasciato, una stagione finita”, in un’estetica musicale che mescola struggimento ed armonia, dolcezza e malinconia, dense e vischiose.
Tra chitarra languide e più chiare che scivolano delicate tra le pieghe delle emozioni, distorsioni lancinanti più cupe e riff ad alto tasso emozionale, si muovono paura, disorientamento, rimorso, rassegnazione, dolore che si cerca di lavare via, la sensazione di inappagamento di chi dà tanto e non riceve altrettanto. Un disco che suona al contempo avvolgente ed etereo, un esordio da non perdere per chi ama lo shoegaze e l’alt-rock, che nel complesso comunque ti lascia addosso la piacevole sensazione di emozioni intime condivise, di una bellezza carezzevole e onirica, di un chiarore tenero e diffuso, come quello della copertina luminosa. E un nodo in gola per il price of caring…
Per approfondire e scoprire di più su questo nuovo progetto così affascinante, abbiamo rivolto alcune domande alle band. Ci ha risposto Sara Groppi, voce, chitarra, autrice dei testi e della musica dei brani; a quest’ultima hanno lavorato tutti i altri componenti della band, che comprende, oltre a lei, Nicolò Botti (chitarra), Tommaso Botti (basso) e Diego Cardini (batteria).
Mescalina: Venezia di solito è associata a bellezza e decadenza, grazie anche alla sua lunga storia letteraria e artistica, dalle vedute di Canaletto alle pagine di d’Annunzio e Thomas Mann: come mai avete scelto proprio il moniker Leaving Venice? L’idea della partenza e della partenza da Venezia sembra possedere un fascino malinconico…
Sara Groppi: Esatto, il senso dietro al nome della band è proprio l’idea di abbandonare qualcosa che ci ha fatto provare emozioni profonde, sia positive che negative, e di conseguenza che evoca un sentimento nostalgico. Se guardiamo al contesto in cui è nato questo nome, ho vissuto a Venezia tre anni durante l’università; vari motivi mi hanno poi spinta a lasciarla, anche se con molta fatica. È tutt’ora un luogo, e anche un periodo della mia vita, che mi porto nel cuore.
Mescalina: I vostri brani sono presentati come "cartoline da luoghi che non esistono più”: c'è in qualche modo anche un legame nostalgico con la nebbia o la provincia della vostra terra d'origine (Piacenza) in questa estetica musicale?
Sara Groppi: In realtà no, o meglio, non in maniera voluta. Sicuramente chi ascolta i pezzi può pensarlo ma non era a quello che ci riferivamo. I luoghi a cui facciamo riferimento sono più che altro interiori, luoghi in senso di angoli bui che ognuno di noi porta dentro di sé e che raramente vengono alla luce. Alcuni ancora presenti, più o meno in sordina, altri che non esistono più o che sono cambiati insieme a noi.
Mescalina: Avete pubblicato questo disco per la Dear Gear Records, particolarmente attenta a progetti dalle sonorità sognanti. Come vi siete trovati?
Sara Groppi: Siamo stati molto contenti quando Enrico Tosti, fondatore dell’etichetta, ci ha proposto di darci una mano. Abbiamo prima conosciuto uno dei suoi due gruppi, i Six Impossible Things, ed è nato un bel rapporto anche con loro. Enrico è sicuramente molto attento nella scelta dei progetti e la linea delle band che segue è molto coerente. Ci ha fatto decisamente da mentore soprattutto per quanto riguarda i dettagli sulla promozione del disco, trovare date, gestire i social, e come muoverci per quanto riguarda la creazione dei supporti fisici. Speriamo e gli auguriamo col cuore che in futuro abbia sempre più risorse per portare avanti l’etichetta, anche se non è un ambiente facile.
Mescalina: Lo shoegaze/dreamgaze sembra godere di ottima salute in questo momento sia all’estero, sia in Italia in cui si è creata in qualche modo una scena nel tempo con nomi come voi, Six Impossibile Things, Glazyhaze, Angel Names, Satantango, Black Reverie, ancora prima gli Stella Diana, Soviet Soviet, Be Forest, Cosmetic e vari altri progetti. Resta però un genere per appassionati: voi che impressione avete? Pensate che la presenza di giovani band che praticano questo genere possa allargare la schiera di spettatori/ascoltatori?
Sara Groppi: È sicuramente un genere che sta prendendo piede, o meglio riprendendo. Forse all’estero non ha mai smesso, mentre in Italia si sta creando una seconda wave di progetti dream pop e shoegaze in tutte le loro sfumature. Da un lato penso che i nuovi progetti di questa scena stiano sdoganando quelle che sono “le regole” del genere, cioè tutti quegli elementi che vengono considerati da molti ascoltatori e musicisti di questa nicchia come imprescindibili: “Se non fai così, non fai shoegaze”. Su questa rigidità di stile non sono molto d’accordo, quindi è bello che le sonorità stiano godendo di maggior respiro. Allo stesso tempo temo che in alcuni casi stia diventando un’etichetta che si incolla su progetti che effettivamente sono molto lontani dal genere e da ciò che il genere esprime, magari per cavalcare l’onda. In altri casi, progetti nati facendo tutt’altro genere hanno virato sullo shoegaze e dream-pop, a volte in maniera riuscitissima, altre risultando un po’ forzati. In generale, però, è bello veder rinascere un genere che in Italia, tranne ovviamente per i nomi storici che hai citato, era rimasto un po’ dormiente.
Mescalina: Ci sono a proposito delle band italiane che vi piacciono particolarmente in questo momento, senza scontentare nessuno?
Sara Groppi: Su due piedi, come gruppi italiani attuali che rientrano nel genere mi vengono in mente Swear, Kodaclips, Glazyhaze, Six Impossible Things. Gli storici li avete già detti tutti voi!
Mescalina: Provenite da altri progetti musicali della scena indipendente emiliana (Diego dal jazz, Nicolò e Tommaso dal crossover, tu, Sara da una band post-grunge): come siete riusciti ad amalgamare i vostri background e a trovare un equilibrio con queste sonorità?
Sara Groppi: È stato tutto molto naturale. Sicuramente, parlando per me, gli accordi grunge si sentono tutti, come anche la malinconia e il risentimento che racchiudono i testi del genere. I miei ascolti però sono in realtà molto incentrati sul dream pop, ormai da anni, cosa che penso si noti soprattutto a livello di cantato come timbro e come costruzione delle linee vocali. Idem si sentono bene le chitarre più cattive di Nico, soprattutto su alcuni pezzi. La parte ritmica di Tommi e Diego penso che sia un nostro segno particolare, soprattutto per il genere che facciamo, perché ha molto groove ed è molto meno dritta rispetto alle ritmiche tipiche dello shoegaze e del dream-pop.
Mescalina: Avete ascolti comuni che vi hanno influenzato come Leaving Venice?
Sara Groppi: Ascoltiamo tutti post-punk, shoegaze, e dream-pop e penso che le cifre stilistiche di tutti e tre i generi si sentano bene nei nostri pezzi, pur sempre reinterpretate.
Mescalina: Pensate che il Price of Caring, che dà il titolo a una canzone e al disco, il peso della forza dell’intensità emotiva e di provare sentimenti profondi, sia in qualche modo aumentato in una società superficiale che non sempre li riconosce, valida o apprezza?
Sara Groppi: Pensiamo che il peso del sentire con intensità faccia parte dell’essere umano, semplicemente in alcune persone viene più a galla, anche come conseguenza di una maggiore consapevolezza di sé. Nonostante oggi si parli di più di emozioni e di salute mentale, stiamo anche vivendo un momento di profonda disconnessione da noi stessi. Abbiamo infiniti modi per distrarci da quello che sentiamo ed è in parte a causa di ciò che dici, cioè dell’impressione di dover essere sempre funzionanti e di stare al passo con la velocità di ciò che ci circonda. Così si crea una situazione di squilibrio: il volersi proteggere per non farsi vedere vulnerabili alternato alla volontà di scoprirsi e farsi attraversare dalle emozioni, insieme alle persone che ci circondano. In realtà, entrambe le cose hanno un prezzo; l’album si concentra più sulla seconda.
Mescalina: Quali stati d’animo pensate siano prevalenti in queste canzoni? Il peso emotivo qui sembra manifestarsi spesso nella delusione o disillusione, nella stanchezza, nel dolore, in prese di coscienza e rotture…
Sara Groppi: Tutti i pezzi sono caratterizzati da una struttura che alterna sospensione e rilascio. Le parti più sottili e delicate nascondono spesso sentimenti di delusione, confusione, confessioni e prese di coscienza. Le parti più impattanti esprimono rabbia, frustrazione, ma in alcuni casi anche un volersi lasciare andare, un sentimento di accettazione.
Mescalina: Progetti per il futuro?
Sara Groppi: Vogliamo poter portare il disco in giro almeno fino a fine anno. Abbiamo ancora un po’ di date in programma per la stagione estiva e ci stiamo muovendo per organizzare anche in autunno. Se fossimo ricchi, inizieremmo già a registrare il secondo disco nel 2027, ma temo che passerà ancora un po’ di tempo!
Mescalina: Desideri per il futuro? Con chi vi piacerebbe collaborare o di chi vorreste aprire un concerto?
Sara Groppi: Un desiderio è già stato avverato perché suoneremo al Soglianois il 4 luglio, un festival che ormai è storico nella scena shoegaze, seppur sempre di nicchia. Ci piacerebbe molto aprire un concerto dei Glazyhaze, sono davvero forti. In generale, speriamo di riuscire sempre di più a portare la nostra musica in giro. Va bene curare i social, va bene stampare le maglie e i dischi, ma pensiamo che la cosa più importante sia suonare live e stare in mezzo alla gente.
Mescalina: Tre aggettivi per descrivere la vostra musica.
Sara Groppi: Malinconica, sognante, nostalgica.
BIOGRAFIA BAND
I Leaving Venice sono un quartetto dreamgaze che intreccia shoegaze, dream pop e tensioni alt-rock in un sound stratificato e immersivo. Chitarre riverberate e trame eteree si espandono in dinamiche in crescendo, dando vita a paesaggi sonori che alternano momenti incisivi a passaggi luminosi.
Nati nel 2024 dalle ceneri di diversi progetti della scena indipendente tra Piacenza e Modena, i Leaving Venice costruiscono un linguaggio sonoro che fa della profondità emotiva il proprio centro espressivo. La loro musica si muove tra malinconia, intensità, e vulnerabilità.
Nel 2025 e 2026 pubblicano i singoli Zebra e Heaven’s Bright, anticipazioni di un percorso che trova compimento nel debut album Price of Caring. Un lavoro intenso e coeso che esplora il peso e la forza dell’intensità emotiva: otto tracce che raccontano notti insonni, domande ossessive e nodi interiori, mettendo al centro un conflitto universale: proteggersi e nascondersi o scegliere di sentire fino in fondo. Con Price of Caring, i Leaving Venice firmano un esordio capace di coniugare atmosfere sognanti e profondità emotiva, inserendosi nel panorama dreamgaze contemporaneo.
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Ufficio stampa: Doppio Clic Promotions