interviste
Ezio Guaitamacchi Ezio Guaitamacchi, una vita a tutto rock
Ci sono persone che hanno attraversato la storia della musica e altre che hanno contribuito a raccontarla e a costruirne la memoria. Ezio Guaitamacchi appartiene sicuramente alla seconda categoria. Giornalista, scrittore, musicista, autore e conduttore radiofonico e televisivo, editore, docente, storyteller: nel suo percorso ha cambiato strumenti e linguaggi, ma non ha mai cambiato la direzione. Ora torna a farlo con California Dreamin’, un libro che è un percorso non solo musicale, ma anche personale, iniziato cinquant'anni fa con il suo primo viaggio nel Golden State. Lo incontro negli studi della sua Jam TV, coloratissima, arredata con quadri di Carlo Montana, poster e ricordi di una vita. Mi siedo su una sedia targata Stones, e iniziamo una chiacchierata tutta rock...
Laura Bianchi: Ezio, che piacere chiacchierare con te e ripercorrere la tua vita…Prima di diventare giornalista musicale sei stato musicista. Quanto è stato importante suonare per imparare a raccontare la musica degli altri? Non solo come esperienza tecnica, ma proprio come modo di ascoltare…
Ezio Guaitamacchi: Intanto avevo la fortuna di avere un fratello più grande, che, oltre a essere stato il capofila del nostro primo viaggio in California, aveva 5 anni più di me, suonava la batteria, grazie a mio fratello ho visto i primi concerti nel 1971, ma aveva soprattutto un amico che poi è diventato un bravissimo autore televisivo che si chiama Icio De Romedis, che a me era simpaticissimo, era super milanista e aveva una Rickenbacker esattamente come quella di John Lennon; io cercavo di imitarlo, e quindi ho iniziato a suonare, non ho mai pensato di scrivere…
Poi a un certo punto è subentrata un'ubriacatura per i folk americani, e decidemmo, con un gruppo di amici, di fare la rivista Hi Folks!; solo a quel punto ho cominciato anche a scribacchiare. Per rispondere alla tua domanda, ci sono due scuole di pensiero. Una è quella del mio amico Green Marcus, forse il critico musicale che è riuscito a elevare la critica musicale a livello letterario. Lui, che non suona neanche il citofono, sostiene che, per essere un grande critico, non devi saper suonare; invece sono della scuola opposta. Secondo me, se sai suonare capisci meglio certe cose, pur evitando di avere l'approccio del musicista il quale sta attento solo, o prevalentemente, alla parte musicale; a me consente molto più facilmente di decodificare anche l'aspetto psicologico degli artisti, metto insieme sia la parte tecnica sia la parte psicologica, sia i valori, musicali ed extramusicali.
A San Francisco
L.B.: Hai studiato alla Bocconi, un percorso apparentemente lontanissimo dal mondo del rock. A un certo punto hai scelto la musica. Ricordi il momento in cui hai capito che quella sarebbe stata la tua strada? Mi interessa soprattutto sapere se è stata una scelta razionale oppure, come spesso accade con la musica, qualcosa che semplicemente è successo.
E.G.: La California è stata malandrina… nel mio primo viaggio, esattamente cinquant’anni fa, vedo, in un gigantesco muro di un edificio a Berkeley, un arcobaleno e una balena, con la scritta “Greenpeace saves the whales”. Non avevo mai sentito quel nome in vita mia. Poi vedo una foto in cui David Crosby e Graham Gash avevano una maglietta con le balene, perché loro erano molto amici di Jacques Cousteau, un grande oceanologo, ricercatore, addirittura mi pare avessero acquistato una delle sue barche, e mi informo su cos’è questa Greenpeace. In un successivo viaggio in America, trovo un libro che si chiamava Marketing for Non Profit Organization, firmato da Philip Kotler, un guru del marketing; lo leggo e da lì decido che quello sarebbe stato l'argomento della mia tesi; il mio relatore mi chiese di creare un case history, un caso pratico, e a quei tempi non erano molte in Italia. Così mi metto in contatto con l’ AIRC, l'Associazione per la Ricerca sul Cancro, con cui poi avrei lavorato a lungo, prima da volontario, poi assunto part time, mentre già scrivevo su Hi Folks!. A quel punto, la svolta: all’epoca Arbore scriveva sul Corriere della Sera, in una rubrica di musica, e io decido di scrivergli una lettera a mano: ci metto il numero uno del giornale, e glielo spedisco al Corriere. Venti giorni dopo, suona il telefono, mia mamma risponde: è Arbore, che mi propone di incontrarci a Milano, negli studi di Mr. Fantasy! Lì conosco un Massarini giovanissimo, ma già all'apice della sua carriera. Chiacchierando, gli dico che col mio gruppo, i Country Jamboree, avrei suonato al Folk Studio di Roma, e lo invito per quella sera: lui arriva!
L.B.: …ed è stato così che è iniziata la tua collaborazione, poi amicizia, con Arbore…
E.G.: ... sì, alla fine mi ha detto, ti chiamerò perché sto preparando un nuovo programma: era Quelli della notte! Nello studio c'era la sua orchestrina, quella con Gegè Telesforo, e poi il palco per gli ospiti, invitati a suonare la musica che piaceva a lui, il jazz, il blues… Noi avremmo dovuto suonare mercoledì 29 maggio 1985. Sì, proprio il mercoledì della tragedia allo stadio Heysel di Bruxelles. Renzo, sconvolto, sospende la puntata, e promette che ci farà suonare nell’ultima: 12 milioni di contatti! Siamo andati in onda tre minuti e mezzo, abbiamo suonato un pezzo, scambiato qualche battuta… insomma, il giorno dopo hanno chiamato parenti, morose che non mi ricordavo chi fossero, ex compagni… da lì è iniziata l'amicizia con lui, che mi coinvolse nel programma DOC, con una piccola collaborazione. A quel punto, ho capito che la musica voleva prendersi tutto lo spazio; e gliel’ho concesso!
L.B.: A proposito di Arbore; io l'ho visto da spettatrice e l'ho sempre percepito come uno dei pochi che sapesse fare un mix, nella divulgazione, tra ironia e profondità; vedo le stesse qualità anche nei tuoi spettacoli. Cosa ti ha dato, che cosa hai portato di quell'esperienza anche nel tuo fare divulgazione?
E.G.: Lui è stato un maestro per tanti, conosco benissimo tutte le sue prerogative, nel tempo sono diventato amico suo e soprattutto della sua famiglia, che è un po' la mia seconda famiglia, per cui conosco altrettanto bene, forse meglio, il Renzo dietro le quinte; Arbore, uomo di spettacolo, forse passerà alla storia come il più grande entertainer della RAI. Lui viene da una famiglia foggiana, di buona borghesia, ha studiato, è laureato in legge e ha incrociato anagraficamente la nascita del jazz in Italia, quella del rock'n'roll in America, più tutta la cultura napoletana; quindi, dal punto di vista artistico, ma anche personale, è un mix di tutte queste cose, anche se per lui la sua passione è comunque il jazz.
L.B.: Anche lui è un musicista…
E.G.: Certo! lui è proprio un musicista, clarinetto, pianoforte, è bravo. Una cosa che gli invidio molto è il fatto che sia un genio a raccontare barzellette, e inoltre è una persona stilosa; anche quando racconta cazzate, lo fa con stile. Lui è molto più timido di me, e, essendo una celebrità totale, ha un po’ di ansia da prestazione; quello che ci unisce è anche la venerazione assoluta per la città di Milano, che per lui è anche professionalmente il luogo che lo ha consacrato. Pensa che si è impuntato di fare un concerto all’aperto in Piazza del Duomo, il 21 dicembre 2007, A Milano non fa freddo: ci siamo ammalati tutti tranne lui! (ride)... però c'era una adorazione collettiva.
L.B.: Sei passato dalla carta alla radio, dalla radio alla televisione, al web. Qual è il mezzo in cui ti senti più te stesso?
E.G.: Il video, il palcoscenico, sono le cose che credo di far meglio. Per questo ho fondato JamTV. Il web è il canale sempre meno utilizzato, purtroppo, nel mondo della musica. I costi, i diritti, sono allucinanti e a volte è anche un casino ottenerli. Inoltre, si sono moltiplicati i canali, ma sono diventati un decimo i compensi. È difficile, ma mi diverto ancora...
All'Istituto Italiano di Cultura, San Francisco
L.B.: E come si riesce a fare divulgazione di musica, soprattutto adesso, senza banalizzarla e semplificarla? Perché, seguendo sia i tuoi spettacoli, sia i tuoi programmi anche su JamTV, vedo che c'è profondità… è un mix delicatissimo.
E.G.: È un mix delicato, però la chiave, secondo me, è raccontare una storia. Quando tu racconti una storia, anche se a volte lo spettatore non conosce i protagonisti, se è una bella storia, uno si ferma a vedere o ad ascoltare, no? Poi, se questa storia la illustri, quindi dai anche un volto ai protagonisti, addirittura, nel caso della musica, dai anche il suono, allora viene fuori quello che faccio io.
L.B.: E anche i libri? Ne hai scritti più di venticinque!
E.G.: I miei libri sono storie, però hanno le immagini, hanno la colonna sonora col QR code… alla fine, è un po' un insieme tra lo schema che usavamo per pubblicare le riviste mensili e quello che trovi negli spettacoli o nei programmi televisivi. Più la storia diventa fruibile, più il modo di raccontarla è divulgativo; uno, che è interessato alla musica, oltre che alla storia, ad esempio, si chiede: "ma chi è questo Ry Cooder?", e lo va a scoprire… immagino di parlare anche a chi ne sa, per stimolarlo, ma senza esagerare; occorre comunque che essere molto competente, perché, se tu sei molto competente e appassionato, chi ti ascolta rimane coinvolto ed entra in una relazione migliore con te.
L.B.: Rispetto a quando hai iniziato tu, è cambiato il modo di fruizione della musica: qual è a tuo parere la maggiore trasformazione? Hai anche insegnato per vent’anni al CPM Music Institute di Franco Mussida: come sono cambiati anche i rapporti coi giovani?
E.G.: Quando ho cominciato a insegnare al CPM, al Master in giornalismo e critica musicale, era il 2001: eravamo all’inizio del momento in cui il mondo cambiava, e cominciava a cambiare la funzione della musica. Io insegnavo le funzioni della musica, nelle varie culture, e quella che ha subìto i maggiori cambiamenti riguarda il fattore identitario, come invece è stata la musica negli anni '70. Contestualmente la situazione è cambiata anche per motivi tecnologici, per una diversa fruizione della musica: noi avevamo la cameretta in cui c'era l'impianto stereo, ascoltavamo i nostri long playing dall'inizio alla fine, studiando le copertine, traducendo le parole, quando c'erano… Poi non c'erano i video, ma solo qualche film concerto, e dovevamo immaginare tutto. Invece ora, per la prima volta in oltre un secolo di riproduzione, la musica, come viene normalmente ormai ascoltata, cioè dal punto di vista della qualità sonora dell'ascolto, sta vivendo un'involuzione. Noi siamo passati dai cilindri di cera, ai 78 giri, ai 45, ai 33, al CD, quindi al digitale, e siamo arrivati purtroppo ai file audio che appiattiscono l’ascolto, ancor peggio se sono ascoltati da casse del PC o dalle cuffiette. Ed è una musica che diventa quasi di sottofondo, mentre per noi era un'esperienza immersiva, come si dice oggi, in cui ci tuffavamo, anche se il nostro livello di conoscenza dell'inglese era molto scarso. Non capivamo, eppure capivamo; perché ci arrivava comunque il messaggio.
Davanti alla casa di Joni Mitchell
L.B.: Forse conta proprio il messaggio: in quegli anni c’era una rivoluzione culturale in atto…
E.G.: La musica popolare del ventesimo secolo ha vissuto un nuovo rinascimento delle arti. E, come tutte le forme d'arte, ha un momento in cui nasce, uno di ascesa, uno di picco e poi un declino inevitabile.
L.B.: Infatti ho notato che il titolo dell’ultimo libro, California Dreamin’, parla di “ascesa”, ma anche di “declino del sogno americano”. Dove collochi il momento del declino?
E.G.: Lo colloco tra le righe e lo esplicito nell'ultimo capitolo, che si chiama Sogni e incubi del nuovo millennio, in cui, partendo dall'11 settembre, racconto come tutto sia cambiato. Però è un declino che comunque sarebbe stato inevitabile, nel senso che è difficile che una forma d'arte abbia una tale longevità, mantenendo immutato il canone. Oggi ci sono, ancora in vita per fortuna, alcuni grandi maestri: Bob Dylan è ancora in concerto, a 85 anni, addirittura premiato col Nobel per la letteratura, lui musicista di arte popolare. Questi grandi maestri, anche l'amato Bruce, per quanto possano fare delle cose bellissime, verranno però sempre ricordati per quanto hanno fatto cinquant'anni fa, perché nell'arte la primogenitura è un valore, e loro stessi sono in competizione con il loro ingombrante passato… A meno che un artista sia un tale genio che cambi radicalmente, come Picasso, Miles Davis, e pochi altri, è impossibile che raggiunga gli stessi livelli o li superi; sto parlando di valore e di importanza storica, artistica; e non parlo nemmeno dell’intelligenza artificiale, che non è soltanto una nuova forma tecnologica che l'uomo può utilizzare a proprio vantaggio, ma presenta il rischio che possa scappare di mano agli esseri umani.
L.B.: Allora “sogno americano” può avere una doppia lettura?
E.G.: Certo: però è anche il sogno americano di noi, non americani, che abbiamo sognato l'America per la musica, il cinema, la letteratura, la politica; e infatti il libro si chiude con gli interventi dei "Californiani d'Italie", italiani che amano la California per quello che rappresenta ancora oggi. Per la nostra generazione, ad esempio, certi film rappresentavano tutto. Oggi, credo che metà degli americani pensi al sogno mancato con grande rammarico, e anche con un senso di frustrazione, perché è in atto una sorta di guerra civile non armata, tra due Americhe diverse.
Con Pamela Des Barres, Miss Marcy e Alberto Fortis
L.B.: Torniamo alla California… quali canzoni sceglieresti come rappresentative di quella stagione?
E.G.: Beh, tutte quelle che ho messo nel libro sono abbastanza emblematiche di ciascun capitolo, partendo proprio da California Dreamin’, che è un pezzo nostalgico, però fa capire come la California, per gli americani prima e per il resto del mondo dopo, fosse una sorta di Land of Hope and Dreams. Un’altra che sceglierei è Somebody to Love, una specie di inno all'amore; però l'altra grande canzone che scrive Grace Slick è White Rabbit, il primo brano che inneggia alle sostanze psichedeliche, perché in quel momento l'LSD era ancora una sostanza legale, che aveva la funzione di portare i giovani in un'altra dimensione, in cui essi ampliavano la percezione psicosensoriale. Musicalmente, il Festival di Monterey e quello di Woodstock segnarono l'esplosione di questa cultura, che poi qualcuno fece diventare un business. Si è passati dalla canzone impegnata politicamente, come Ohio, Wooden Ships, Chicago, For what is worth… a canzoni che descrivono il declino: Hotel California degli Eagles, poiCalifornication dei Red Hot Chili Peppers, o Celebrity Skin di Courtney Love, contengono già fortissime critiche - e autocritiche - a quello che era successo e che non sarebbe dovuto succedere. Eppure, i grandi di quegli anni continuano a fare scuola per decenni; e non è soltanto carisma... è che arriva quella che noi definiamo l'espressività dell'artista, che va oltre la capacità tecnica, a volte anche oltre la bellezza della canzone.
San Francisco, Hardly Strictly Bluegrass Festival
L.B.: Hai partecipato a molti concerti in California; quale ricordi con più piacere?
E.G.: Ah, di sicuro uno è il Bridge Benefit organizzato da Neil Young; ho visto e sentito lì Willie Nelson, ancora con un carisma pazzesco; poi uno dei Grateful Dead, di cui ho un'immagine che non ho potuto fotografare: vedo uno con capelli bianchi, ponytail, maglietta tie dye, con il nipotino, uguale, con la stessa maglietta. Poi guardo meglio: il nonno ha un joint, grosso, quasi giamaicano, è seduto per terra, e legge il Wall Street Journal. E la gente intorno è come a Woodstock, nel senso che non ascolta la band, ma è lì per partecipare, proprio il be-in. La California è anche questo…
Con Sam Andrew e la chitarra di Janis Joplin
L.B.: Hai intervistato anche moltissimi di questi artisti; quale ti ha colpito di più? Non solo californiani, eh…
E.G.: Le interviste più emozionanti… di sicuro una è con Miriam Makeba, al Lirico a Milano; mentre una delle più divertenti è stata a Ray Charles, che era esattamente come lo immaginavo nelle parodie che ne faceva Teo Teocoli; si agitava, si alzava, mi abbracciava…una cosa fenomenale. E voglio ricordare anche Joel Selvin, per anni il critico musicale del San Francisco Chronicle, il più accreditato storico del rock californiano, che ha anche firmato una delle due prefazioni del libro, e Carlos Santana, un mito assoluto, incrociato per caso in un negozietto di souvenir di Maui, alle Hawaii, e poi incontrato altre volte: sempre sereno, disponibile e ricco di aneddoti sulla storia del rock che ha contribuito a creare; uno dei personaggi le cui conversazioni mi hanno sempre molto arricchito. Quelle meno riuscite, o addirittura mancate, a causa del carattere degli intervistati… Joni Mitchell e David Crosby, senza dubbio!
Con Ben Harper
L.B.: E adesso, Ezio Guaitamacchi ha ancora qualche sogno?
E.G.: Certo, quelli sempre!... tra poco sarà pubblicato l'Atlante della musica italiana, curato da Luca De Gennaro, a cui ho collaborato, poi mi dedicherò alle presentazioni del libro e a The Rolling Stones – Paint it Black, il progetto - spettacolo sui Rolling Stones, con Brunella Boschetti, Andrea Mirò e Folco Orselli, concentrato sui sei mesi più difficili, ma anche più creativi della storia della band, nel 1969, tra svolte artistiche, fatti tragici e la rinascita del gruppo. Invece, il sogno mio non è legato alla California, sinceramente. La California è un po' una metafora; il mio sogno è di continuare a fare a vari livelli quello che ho sempre fatto. Il 3 gennaio compio 70 anni, ma non andrò in pensione; sono arrivato a fare nella vita quello che mi piaceva, e adesso vorrei fare il più possibile quello che mi diverte. Se morissi, vorrei che la mia bara si chiudesse con dentro almeno l'ukulele, se non con la chitarra... Ecco, guarda, a me piace molto il tennis, e ci sono molte analogie con la musica, per certi versi; il fatto di poter entrare in un campo e giocare è già un successo e un divertimento. Ho due passioni: la musica e il tennis, e, finché potrò farlo, le seguirò. Quindi il Pilates, quelle robe lì, possono aspettare!
L.B.: Certo, aspetteranno! Game, set, match, Ezio!
On stage
Questi i suoi prossimi impegni:
19 OTTOBRE MILANO (ore 14.30) - Incontro con Filippo Graziani
21 OTTOBRE – BOLOGNA (Red Ronnie/Roxy Bar) “CALIFORNIA DREAMIN’” (con Andrea Mirò e Brunella Boschetti)
23 OTTOBRE – BERGAMO (Druso) THE ROLLING STONES (con Folco Orselli, Andrea Mirò e Brunella Boschetti)
5 NOVEMBRE – ARCO di TRENTO (Libreria Cazzaniga) - “CALIFORNIA DREAMIN’”
7 NOVEMBRE – VICENZA THE ROLLING STONES (con Folco Orselli, Andrea Mirò e Brunella Boschetti)
8 NOVEMBRE – TOLENTINO (RisorgiMarche) - THE ROLLING STONES (con Folco Orselli, Andrea Mirò e Brunella Boschetti)
13 NOVEMBRE – PISTOIA (Libreria “Lo Spazio”) “CALIFORNIA DREAMIN’”
14 NOVEMBRE – FIRENZE (Libreria “On The Road”) “CALIFORNIA DREAMIN’”
17 NOVEMBRE – NAPOLI – (Mondadori) “CALIFORNIA DREAMIN’”
19 NOVEMBRE – BRESCIA (Museo dei Beatles) “CALIFORNIA DREAMIN’” Guest: Adolfo Galli - Live con Mirò, Boschetti, Orselli
20 NOVEMBRE – VIMERCATE (“Il Gabbiano”) “CALIFORNIA DREAMIN’”
21 NOVEMBRE – MILANO (Milano Music Week – Fabbrica del Vapore ore 16.30) presentazione del libro ATLANTE della MUSICA in ITALIA
27 NOVEMBRE – MILANO (“Après-Coup - Scatola Lilla”) presentazione del libro ATLANTE della MUSICA in ITALIA
29 NOVEMBRE – MILANO Ma Mu (Book City) “CALIFORNIA DREAMIN’” live con Brunella Boschetti
4/8 DICEMBRE – ROMA (Festival “Più libri, più liberi”) presentazione del libro ATLANTE della MUSICA in ITALIA