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Alberto Molteni Un incontro con Alberto Molteni: nel circolo milanese Arci Bellezza la cultura è atto politico
Laura Bianchi: Ciao, Alberto, e grazie per aver trovato il tempo per rispondere alle nostre domande! Il Circolo Arci Bellezza ha una storia importante a Milano. Come nasce e quali sono le sue radici storiche?
Alberto Molteni: La struttura che oggi è sede del Circolo Arci Bellezza è stata costruita nel 1909, con la posa della prima pietra, ancora oggi accessibile al piano interrato. Le realtà che si sono avvicendate in quasi 120 anni di storia hanno sempre avuto un’importante vocazione mutualistica e una priorità per l’attenzione alle persone, configurandosi negli anni come Società di Mutuo Soccorso e Casa del Popolo, sede per l’associazionismo e spazio di aggregazione per classi operaie o persone meno abbienti, luogo per la socialità e la condivisione, oltre che di attivazione e presenza culturale sul territorio. È un grande orgoglio poter dire di mantenere attiva questa storia ed essere, nel 2026, ancora massima espressione nazionale da un lato delle associazioni no-profit e dall’altro dei live club di medio-piccolo taglio: un esempio di spazio ibrido, casa per tante persone, riferimento stabile di sperimentazione per creatività e arte.
L.B.: Quando sei entrato nel progetto e qual era la situazione del circolo in quel momento?
A.M.: La collaborazione con il Circolo Arci Bellezza per me è iniziata un po’ per caso, diversi anni fa, quando mi è capitato di andarci per assistere ad alcuni concerti. Oltre a suonare in un paio di band in Brianza, mi affascinava molto il mondo dei concerti, il lavoro delle maestranze, l’idea di organizzare un evento. Il Bellezza è un posto che mi è piaciuto da subito tantissimo, per la sua storia importante, la sua estetica unica, la sua spontaneità, i soci che lo frequentano, il suo ambiente vintage e magico: è sempre stato un luogo dove poter, in ogni momento, “stare bene” ed essere sé stessi, per me. Poi, circa otto anni fa, si è aperta la possibilità di iniziare a occuparmi prima della comunicazione e poi del calendario dell’associazione, entrando a far parte del Direttivo, un organismo eletto democraticamente dai soci che si occupa di gestire il circolo.
L.B.: Come è cambiato il settore post-pandemia?
A.M.: Sembra passata un’infinità di tempo, perché sono passati oltre sei anni dall’inizio di quel periodo “strano”, ma sicuramente le conseguenze hanno — forse, auspicabilmente, solo da molto meno di quanto si pensi — smesso di essere così tangibili e concrete. Le chiusure — giustamente — imposte e, in maniera implicita, la discontinuità tipica delle stagioni tra il 2020 e il 2022 sono state una piaga per tante ragioni. Tanti spazi hanno chiuso per non riaprire mai più, lasciando una città molto più impoverita a livello di proposta culturale e musicale. La pandemia ha cambiato — non necessariamente stravolgendo in senso negativo, ma magari portando a cambi di vita o trasferimenti — completamente le abitudini di tanti. Una generazione di giovanissimi ha perso il ciclo di avvicinamento al mondo dei live dentro i club e della musica dal vivo in generale. Si sono evoluti di pari passo i gusti musicali delle persone che sono cresciute o invecchiate nel tempo; è esploso il mercato musicale dei grandi eventi, proporzionalmente alla velocità della discografia usa-e-getta; le possibilità economiche per molti si sono ridotte e così via.
L.B.: C’è stata una trasformazione che avete sentito necessaria?
A.M.: Negli anni, la trasformazione che abbiamo sentito sicuramente più necessaria è stata quella di aumentare la nostra presenza con tante attività che ci completassero e rispecchiassero davvero, a livello di qualità e quantità. Abbiamo lavorato a vari livelli sulla struttura del circolo, dalle riqualificazioni della Palestra Visconti agli allestimenti delle sale corso.
L.B.: Quanto conta oggi mantenere un’identità “popolare” in una città che cambia rapidamente come Milano?
A.M.: Essere “popolari” a Milano è frutto di un lavoro molto più difficile di quanto siamo abituati a pensare. Per farlo serve difendere l’idea di una città “plurale”, fatta di cultura e spazi dedicati, che siano accessibili, sempre aperti e abitati, dove le persone abbiano consapevolezza delle proprie possibilità, dei propri desideri e voglia di contribuire in maniera proporzionale e giusta rispetto a quanto possibile. L’accessibilità economica per noi è un obiettivo primario, uno sforzo continuo per mediare tra i costi di gestione delle attività, che sono in crescita in maniera esorbitante, e la sostenibilità per le tasche dei nostri soci, che vogliamo siano sempre parte di ciò che accade qui. Milano, oltre a cambiare rapidamente, è diventata nell’ultimo decennio ogni anno sempre più luogo di passaggio per turisti, lavoratori, traffico occasionale e mordi-e-fuggi, dove si dorme o consuma più che vivere e abitare, in un circolo vizioso che rischia di indebolire tante realtà. Una città dalle mille potenzialità che spesso non è nemmeno così facile cogliere, per via del poco tempo che ci lascia, dei costi esorbitanti, delle mode e dell’hype, della mancanza di riferimenti consolidati, delle prenotazioni a ogni costo. Penso sia una prova eclatante l’immediatezza con cui, in occasione di ogni ricorrenza festiva, sia diventato così un’abitudine per tanti “scappare”, lasciando strade svuotate — oltre che spesso, in estate, caldissime.
L.B.: Il Bellezza è noto per una programmazione molto trasversale: concerti, dj set, teatro, stand-up, eventi culturali. Come costruite il palinsesto? Seguite una linea precisa o lasciate spazio all’istinto e alle proposte esterne?
A.M.: Il Bellezza forse si distingue da molte altre realtà o luoghi cittadini per l’essere un centro di produzione tout court. Per quanto siano tante, di qualità e fondamentali per la vita dell’associazione, le istanze che arrivano “dal basso” tra professionisti, volontari, collettivi, crew, piccoli promoter, etichette DIY — da tutta Italia e non solo — sono una parte dell’attività quotidianamente svolta. Per cercare contenuti e sviluppare la linea artistica e di contenuti credo sia fondamentale una grande curiosità verso l’esterno e verso l’estero, tra festival internazionali e artisti dal mondo, in un dialogo che spesso si sviluppa direttamente con questi ultimi per lo sviluppo di proposte ancora più originali e uniche, specificità che è fondamentale oggi appartengano a uno show dal vivo. Il risultato, che prova a migliorarsi negli anni, è una lineup che riflette perfettamente la vocazione di una realtà come la nostra a mescolare generi, lingue e culture diverse, portando sul palco il meglio della scena internazionale e italiana. E poi tutto questo si affianca alla scuola, con oltre 15 corsi, alle attività estive per bambini, alle presentazioni di libri, al bar e alla ristorazione popolari, alla scuola di italiano per stranieri Filef della Rete Scuole Senza Permesso, che ha vinto l’Ambrogino d’Oro.
L.B.: Che ruolo ha la musica indipendente nel vostro progetto?
A.M.: La musica indipendente ha un ruolo fondamentale qui in Arci Bellezza: la programmazione sette giorni la settimana ospita ogni anno circa 400 spettacoli di musica, che è al 99,9% indipendente appunto, eventi che a loro volta includono spesso un numero ancora maggiore di band e act, per raggiungere e dare di conseguenza spazio a qualche migliaio di artisti da tutto il mondo ogni stagione. Poi è altro discorso capire quanto valga effettivamente ancora oggi la parola “indipendente”. Per quanto mi riguarda, vorrei dare un senso di continuità con quello che aveva quando è nata e associarla, quindi, al mondo della produzione originale “dal basso” e spesso in qualche modo “emergente”, lontana dalla necessità di far parte dei circuiti tradizionali e/o mainstream, dai numeri delle grandi arene e dagli obiettivi “pompati” della discografia come priorità, dalle speculazioni delle multinazionali. Un mondo dove la dimensione live viene al primo posto, senza girarci troppo intorno. In generale credo la natura indipendente di certa musica che trova spazio qui al Bellezza sia ciò che davvero denota la reale differenza con il resto, una differenza che sono convinto si possa ancora sentire e vedere sotto il palco: è questo che spinge oggi il pubblico a uscire di casa con la continuità che serve per restare vivi.
L.B.: Vi capita di rifiutare proposte per coerenza con l’identità del circolo?
R. Decisamente sì! (ride, ndr)
L.B.: Il pubblico che frequenta oggi l’Arci Bellezza è cambiato negli anni?
A.M.: In questi anni sono cambiate davvero tante cose, anche se forse molto più fuori dal Bellezza che dentro, parlando della città di Milano e del ruolo della musica. Nonostante per noi non sia mai un obiettivo primario quello di intercettare “nuove fasce”, sicuramente c’è stato un grande rinnovamento e ampliamento nella partecipazione a livello anagrafico, con l’avvicinamento di pubblico internazionale che spesso crea anche un indotto importante per territorio ed ecosistema. In generale penso siano tutte conseguenze della nostra volontà di raggiungere nicchie piccole ma preziose di appassionati di genere: fan di artisti in qualche modo speciali e pertanto da tutelare, ascoltatori di musica “diversa” dal mainstream. Raccogliamo sfide che vogliamo vincere.
L.B.: Vi sentite più un club, un centro culturale o un presidio sociale?
A.M.: È una bella domanda. Non credo di esagerare — purtroppo o per fortuna — dicendo che certe volte dipende dall’orario o dal giorno della settimana, dal punto del circolo in cui ci si trova o da quale periodo dell’anno si visita il Bellezza. Siamo uno spazio ibrido, dove la partecipazione della seconda fascia della giornata è a metà tra quella di un live club e di un centro culturale europeo, che tuttavia svolge sempre e comunque al contempo una grossa funzione — onorata quotidianamente, non senza sforzi — di presidio sociale, a livello non solo di contenuti, specialmente la mattina e il pomeriggio, ma anche di metodo e visione generali. La nostra è un’identità sfaccettata: siamo un punto d’incontro abitato, una comunità viva e in continua evoluzione. Voglio che a dialogare siano sia il pubblico che gli artisti, in tutte le direzioni.
L.B.: Quali sono le principali difficoltà nel fare cultura indipendente a Milano e qual è stata la sfida più grande affrontata negli ultimi anni?
A.M.: La più grande sfida che abbiamo affrontato è stata — ed è, in parte, ancora oggi, nella quotidianità — la gestione e i lavori sullo spazio del circolo, di proprietà del Comune di Milano. Finalmente nel 2021 è giunta, non senza complessità, trovandoci a competere con grandi realtà commerciali, in maniera definitiva l’aggiudicazione dello stabile per i prossimi 18 anni. Con un investimento di oltre 900.000 euro completamente a nostro carico, dedicato alla parte strutturale e integrato alla progettualità sociale e artistica già consolidate, sono stati fatti una serie di interventi e lavori importanti, soprattutto per quanto riguarda la parte architettonica, con tutti i suoi aspetti di rispetto delle normative e dei requisiti di sicurezza, oltre che di recupero completo del piano interrato, che aveva anche subito allagamenti negli anni. Per il futuro vogliamo portare la nostra visione fuori dalle quattro mura fisiche di Via Bellezza, crescendo e lasciandoci contaminare ancora di più — senza cambiare però mai natura e principi.
L.B.: Avete nuovi progetti in cantiere? Puoi segnalare qualche concerto che ritieni imperdibile?
R. In questa stagione sono molto contento del fatto che, per la prima volta — dopo le rassegne più occasionali e gli episodi degli scorsi anni — avremo finalmente un circolo letterario stabile, un cineforum e un format di stand-up comedy attivi mensilmente, i quali si affiancheranno agli appuntamenti continuativi già presenti della slam poetry e della jam di jazz. Per il resto, i progetti speciali sono tanti: dalle attività sparse sul territorio cittadino con Bellezza Diffusa alla nostra piccola etichetta DIY Bellezza Records, dalla discoteca inclusiva IncluDisco alla campagna di crowdfunding “Insieme è Più Bello”, per sostenere le attività del circolo. Per quanto riguarda i prossimi mesi, già all’inizio della nuova stagione ci sono alcuni nomi da non perdere per nessuna ragione: Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp, Tyto, Destroyer, Dinamarca, Gazebo Penguins, Sessa, Don Letts, The Lemonheads, Azymuth, La Yegros, MyNew Band Believe, Imarhan, feeble little horse, Westside Cowboy, deary, Girls in Hawaii, Sondre Lerche, Grace Cummings, Slift, System Olympia, John Grant.
L.B.: Cosa significa oggi, per te, “fare cultura”?
A.M.: Fare cultura oggi è un atto politico e ormai rivoluzionario. Significa essere in una rete di persone e realtà, contribuire allo sviluppo di strumenti critici e consapevolezza, creare occasioni di incontro e confronto, stimolare senso civico e cittadinanza attiva, esaltare la pluralità delle prospettive, promuovere una partecipazione diversa dalla fruizione passiva del prodotto. È anche e soprattutto una forma di resistenza, etica e sociale, per quanto siamo circondati da tante forme di “rumore” e distrazione.
L.B.: Allora, lunga vita al Bellezza!