Sergio Arturo Calonego,

Sergio Arturo Calonego,

Calonego, il musicista errante che si è inventato in bagno


15/05/2016 - di Kevin Ben Alì Zinati
Quando cerchi di descrivere un musicista pensi subito a quelle definizioni categorizzanti che ti hanno insegnato a scuola. C’è il rocker, il bluesman, il jazzista. Lui invece non si rinchiude dentro a nessuna categoria. Anzi, ne vuole stare fuori. Perché un’etichetta dice cosa sei e soprattutto cosa non sei e il viaggio di Sergio Arturo Calonego nella musica non è ancora arrivato ad uno stop definitivo. Cantante? Chitarrista? Cantautore? Tutto e il contrario, dipende: qui sta il bello. Calonego è un poeta della musica con mille facce, con tante storie da raccontare e altrettanti modi e stili per farlo. Un musicista votato al costante cambiamento, un “fotografo di emozioni” che nel suo viaggio con la chitarra in mano è passato dal jazz all’acustico, da leader di una band a solista, da chitarrista ad “acoustic sailor”. Dal blues con la Lillidy Blues Band è passato agli scatenati Arturo Fiesta Circo fino ad arrivare, come solista, al concerto Pre Sanremo 2016. Quello di Calonego, dunque, è un entusiasmante e imprevedibile viaggio dentro se stessi e la musica che, per ora, non sembra ancora voler finire.

Mescalina: Sergio, come è stato suonare al concerto pre Sanremo? Emozionato? 

S.A.C.: È stata un’esperienza strana. La mia proposta musicale non è esattamente quello che ci si aspetta di ascoltare in contesto sanremese. C’entravo molto poco ma sono stato trattato benissimo e mi sono reso conto che gli addetti ai lavori sono assolutamente qualificati e molto competenti. La mia esibizione è stata un vero successo e io sono molto contento di aver potuto respirare il clima di questo festival.    

 

M: Che effetto ti ha fatto essere un musicista di chitarra acustica che suona in un concerto pieno zeppo di musicisti accompagnati band?

S.A.C.: Sono sincero, non ho sentito disagio. Anzi, mi fa molto piacere quando succede. Non ho particolari esigenze né richieste tecniche. Il mio sound-check è davvero minimale, mi bastano pochi minuti per intendermi con i fonici per cui ho tutto il tempo di osservare come lavorano gli altri musicisti e devo dire che si imparano tante cose osservando la preparazione di un concerto. E poi, non lo nascondo, il fatto di essere spesso da solo con la mia chitarra circondato da altre proposte più orchestrali mi pone su un piano differente anche da un punto di vista formale. Sono percepito come una cosa così diversa che non scatta neanche “competizione” con gli altri musicisti.  

 

M: il tuo ultimo album si intitola “Dadigadì”, nome sia del disco che di uno dei brano. E tutti i pezzi al suo interno iniziano con la lettera D. È un bel puzzle. 

S.A.C.: Dadigadì non è un disco, è una fotografia di quello che sono diventato io per la mia chitarra e lei per me. È un disco che è stato scritto in DADGAD, o di RE sospeso, che è l’accordatura che utilizzo sulla mia chitarra e che ho intuito e sposato grazie a Pierre Bensusan, probabilmente l’interprete principe a livello mondiale. Tutti i brani hanno titolo che inizia con la “D” perché in inglese la lettera “D” corrisponde al “RE” . Un discorso molto lungo legato alla moderna notazione musicale ideata da Guido D’Arezzo. Mi è piaciuto vestire questi brani, scritti, pensati e registrati con questa accordatura e con il titolo giusto. Era un simbolismo che volevo esprimere anche da un punto di vista visivo.

 

M: Come definisci il tuo stile e da dove nasce? 

S.A.C.: Non si sbaglia nel catalogarlo come “Fingerstyle Guitar” o “ Chitarra Acustica Contemporanea” però in realtà io vengo dalla “canzone” per cui ho un approccio un po’ diverso dal “chitarrista” per due motivi. Prima di tutto i brani che scrivo hanno un testo e, secondo, anche quando scrivo brani strumentali la mia intenzione è più narrativa che tecnico-accademica. In questi due anni sono stato adottato dalla categoria dei “chitarristi” con i quali condivido le tecnica, ma se dicessi che mi sento un chitarrista vero, mentirei. La chitarra acustica è lo strumento che utilizzo per raccontare le storie o le suggestioni che voglio evocare. Poi se per necessità di catalogo qualcuno mi definisce “chitarrista tecnico” e va bene così ma io, personalmente, mi sento più un fotografo di suggestioni acustiche. Mi ritrovo molto nella simpatica definizione che mi è stata data di “Acoustic Sailor” . Mi piace l’immagine di un marinaio che naviga su una chitarra acustica.  

 

M: oltre allo stile particolare, interessante poi è anche la posizione “insolita” in cui suoi la chitarra. 

S.A.C.: Si, in effetti uso una postura un po’ inconsueta. In realtà si è trattato di un adattamento. Mi piace pensare che non siamo noi a scegliere le chitarre ma che siano loro a scegliere noi. A me è toccato di essere amato e quindi di amare chitarre di grossa taglia perché hanno il suono che mi serve: pianistico quando ne ho bisogno ma anche dolce se mi serve quel colore. Diciamo che mi sono trovato questa posizione strana dove il manico è sempre in diagonale rispetto al mio corpo. Visivamente sembra che io e la chitarra ci stiamo abbracciando ma in realtà questa postura mi permette di avere a “portata di mano” tutto lo strumento nella sua interezza. Non sono un malato delle tecniche percussive ma, quando il brano lo richiede, ne faccio uso per cui questa posizione mi permette di farlo.

 

M: Nel tuo percorso musicale sei partito con la Lillidy Blues Band e sei arrivato ora a suonare da solista: ci spieghi questa passaggio? 

S.A.C.: Ho iniziato a suonare in area blues verso la fine del 1989. Quella poi con gli Arturo Fiesto Circo è stata un’esperienza successiva e bellissima che mi ha impegnato grossomodo dal 2006 al 2012. Il mio passaggio alla “chitarra acustica sola” è stato un viaggio parallelo e per molto tempo è stato uno studio personale senza alcun obiettivo concreto. Semplicemente, circa dieci anni fa, mi sono messo a studiare la chitarra acustica nel bagno di casa. Approfondivo lo studio della chitarra acustica, per me stesso. Poi ho registrato il mio primo disco solista, Marinere, e l’anno successivo, nel 2014, Mogol mi ha assegnato una targa SIAE come autore e compositore.

 

M: perché la tua musica è nata proprio “in bagno”? 

S.A.C.: È un luogo estremamente adatto a suonare e registrare una chitarra acustica. Per via del riverbero naturale che si genera grazie alle piastrelle che riflettono il suono. I bagni migliori sono quelli lunghi e stretti. Nel mio caso poi, avendo in casa tre bambini piccoli, è stata anche una scelta obbligata essendo, di fatto, l’unica stanza libera a mia disposizione (ride…, ndr).  

 

M: Davide Van De Sfroos ha detto che sei unico nel tuo genere: che cosa ne pensi?

S.A.C.: Davide prima di tutto è un gentiluomo. Lo dico perché la presentazione che mi ha fatto in occasione dell’ Expo Tour, durante il concerto di Monza, mi ha davvero lusingato. E non è stata minimamente preparata. Abbiamo parlato di bambini, dei nostri bimbi, per tutto il pomeriggio. Non immaginavo che mi avrebbe presentato in quel modo proprio davanti al suo pubblico e stiamo parlando di migliaia di persone. Penso che Davide abbia descritto molto bene quello che faccio omettendo, per eleganza, il fatto che non ho inventato nulla. Mi sento il continuatore di un viaggio intrapreso da altri prima di me.

 

M: Nella tua carriera ora c’è anche un punto importante, l’aver aperto il concerto di Eugenio Finardi il 19 marzo a Parabiago. 

S.A.C.: Finardi è un altro personaggio davvero speciale che ho apprezzato molto e parlo tanto dell’aspetto musicale quanto di quello umano. Eugenio è, come me, un amante del blues e mi è piaciuto molto avere a che fare con lui. E poi, anche lui, è un papà anzi .. un pluripapà. Stimo molto questi musicisti che riescono a coniugare il ruolo di genitore con le proprie inclinazioni artistiche perché è un contesto che vivo in prima persona. 

 

M: da non dimenticare anche che hai suonato al Festival del la Guitare a Issodun, in Francia.

S.A.C.: Issoudun è stata una delle più grandi soddisfazioni del mio viaggio musicale insieme alla consegna della targa SIAE da parte e la chiamata di Enrico De Angelis e Antonio Silva per suonare davanti al Club Tenco. Ho suonato in uno dei più prestigiosi Festival della chitarra del mondo perché sono stato nominato miglior nuova proposta acustica al Rendez Vous dell’Atkins Dadi Guitar Players Association (ADGPA). Sono arrivato a Issoudun con la mia chitarra acustica e, sono sincero, non avevo capito bene di cosa si trattasse. La sera ho suonato in questo teatro bellissimo e alla fine del mio concerto sono stato richiamato dal pubblico per il bis. Ero già nei camerini, sono stato richiamato dall’uomo di palco. Sentivo un rumore lontano ma non avevo capito che era il pubblico che, con le mani e con i piedi, stava chiedendo il mio rientro in scena. Un ricordo stupendo.

 

M: alle origini della tua musica chi c’é? 

S.A.C.: Suono la chitarra acustica ma ascolto davvero poca musica per chitarra. Ascolto molto jazz, in particolare quello fino agli anni ‘50/60. Amo il blues prebellico ma sono incuriosito anche da musica che tende all’etnico e in particolare sono affascinato dalla poliritmia africana. Ho pochi miti e in quanto ad ascolti sono decisamente “demodè” . Amo la musica di Pierre Bensusan, un compositore/chitarrista franco algerino e poi adorazione pura per Paolo Conte, Lightning Hopkins, Glenn Gould, Chet Baker e Lester Young. Ho ascoltato tanto pochi autori che ho veramente amato e poi ho cercato di mettere insieme la mia musica facendone un frullato che mi piacesse.

 

M: La tua chitarra è una Martin HD28: hai qualche aneddoto su si lei? 

S.A.C.: L’ho acquistata personalmente a Los Angeles qualche anno fa. L’avevo presa per rivenderla poi in Italia in modo da ammortizzare il viaggio. Poi quando sono tornato ho cominciato a giocarci e alla fine me la sono tenuta. L’avevo chiamata “Baby” e dopo pochissimo tempo ho scoperto che sarei diventato papà per la prima volta. Come facevo a venderla ?

 

M: Una volta hai detto che per chi fa dischi di questo tipo l’intenzione deve essere più di testimonianza che di proposte: che cosa intendevi? 

S.A.C.: Si, è una visione un po’ personale ma è una cosa in cui credo. Credo che esistano sostanzialmente due modi di approcciarsi allo studio di registrazione e quindi di fare dischi. Ci sono i dischi di “proposta” e i dischi di “testimonianza”. Nessuno dei due in realtà è meglio o peggio dell’altro, sono semplicemente due intenzioni diverse. Il  disco di “proposta” è un disco che è pensato come proposta per un pubblico che esiste realmente o che l’autore vorrebbe crearsi o intercettare. In buona sostanza l’autore il suo pubblico o lo vede o se lo immagina. I dischi di testimonianza sono altra cosa. Sono album che “devono” esistere proprio perché testimonianza di un processo creativo o di un percorso. Possono anche vendere molto o diventare casi discografici ma non erano nati per quel motivo. I dischi di testimonianza sono anche loro fatti di canzoni ma nascondono un sistema di architetture che doveva trovare un luogo di appartenenza. E questo a prescindere dall’esito positivo o negativo dal punto di vista commerciale. A mio modo di vedere Creuza de Ma di Fabrizio De Andrè è un classico esempio di disco di testimonianza mentre “Storia di un impiegato” è più un disco di proposta.    

 

M: Il tuo viaggio è continuamente in atto. Quella in cui ti trovi ora è una tappa, e poi?  

S.A.C.: Nella mia vita privata sono stato e resto un viaggiatore. La madre dei miei figli è una compagna di viaggio come lo sono i miei bimbi. Nella musica, come nei mie viaggi, più che nella meta provo interesse per la direzione, il percorso, le soste e i paesaggi. Non so molto di quello che farò in futuro né dove arriverò però posso dire che le coordinate delle mie intenzioni vanno verso l’evoluzione del mio essere musicista. La chitarra acustica è la mia barca a vela ed io, a prescindere dall’approdo, voglio corteggiare il vento che fa sorridere me e lei. Il resto mi interessa relativamente poco.

 

Sergio Arturo Calonego, Altri articoli