interviste
Pacifico Un incontro con Pacifico, tra riflessioni e progetti
Laura Bianchi: Innanzitutto grazie per avermi regalato un po' del tuo tempo, durante le prove del nuovo spettacolo, Turbo - Lento, che, devo subito premettere, mi ha entusiasmata. Alla prima ero in prima fila, e la tua interpretazione mi ha letteralmente catturata. Non leggevi soltanto: sembrava che il testo ti abitasse, che passasse attraverso di te prima di arrivare al pubblico. Ho provato tanta emozione in diversi momenti. Vorrei partire da qui: come è nata l’idea di Turbo-lento? E soprattutto: com’è nato il tuo modo di stare dentro il testo?
Pacifico: Siamo stati, I Metameccanici e io, molto soddisfatti della prima, e anche un po’ sorpresi. Le prossime repliche le aspettiamo con impazienza. Però ti confesso una cosa: io ho capito davvero che tipo di oggetto teatrale fosse solo quando lo abbiamo portato in scena. Prima lavoravamo da lontano, separatamente, scambiandoci materiali in continuazione, con testi, audio, bozze, idee. Era un processo molto “a distanza”, quasi da laboratorio diffuso: ognuno costruiva e rimandava all’altro. Ma la forma finale, quella che hai visto, è nata sul palco, dal contatto tra suono, voce, movimento e presenza.
L.B.: Conoscevi già i Metameccanici o è stato un incontro recente?
P.: Conosco Sebastiano De Gennaro da anni e aveva già collaborato con me. Lui è… non saprei come dirlo, una sorta di alchimista della materia. Vive in una soffitta-laboratorio dalle parti di Montevecchia, in Brianza, in cui costruisce strumenti da zero, usando cose trovate, recuperate, persino rottami che gli regalano: legni di scarto di un liutaio, pompe per gonfiare i materassini, che alimentano dei mantici... Ogni volta che vado da lui, per fare qualcosa, apro una porta aperta verso un atelier di divertimento, di gioco, e sempre completamente imprevedibile. Gli altri due del gruppo li avevo incrociati più volte, soprattutto Angelo Trabace, perché opera con artisti che conosco, come Bianconi (Francesco Bianconi, Baustelle, ndr). Da tempo volevamo fare qualcosa insieme, e poi è arrivata questa proposta da loro e Ponderosa: musiche già pronte e una traccia narrativa che ruotava intorno a un'automobile costruita, ribelle, una "macchina inutile", che funziona a modo suo, ma non è servile.
L.B.: La cosa che mi ha colpita è proprio il fatto che tu non reciti, ma incarni. Come hai lavorato sul testo?
P.: Hai detto una cosa molto giusta: io non sono un attore, non so recitare in senso tecnico, anche nei concerti faccio la stessa cosa, e sono in parte d'accordo con alcuni grandi artisti come Conte, che, credo, non abbia mai detto una parola prima di una canzone, perché la canzone si presenta da sola: prima creo un ambiente, non mi interessa spiegare, ma predisporre l’ascolto, portare il pubblico in un certo stato. Quando i Metameccanici mi hanno mandato la traccia narrativa, ho capito subito che non potevo semplicemente leggerla. Avrei dovuto interpretarla “da attore”, e non me la sentivo; allora ho detto: "Posso farlo solo se lo riscrivo da capo" E così ho fatto: ho mantenuto i temi fondamentali, ma ho ricostruito la voce narrante, la sua memoria, la sua infanzia, la sua percezione del mondo. Per me l’infanzia è un luogo mentale, uno spazio di risonanza, quell’età che rimane dentro a prescindere. Ho incontrato tanti anziani nelle case di riposo: anche quando il corpo cede, c’è sempre un sedicenne, che continua a parlare da dietro gli occhi, con uno scrigno indifeso di tenerezza, che si nasconde dietro lo sguardo. Per questo ho inserito Rodari, alla fine dello spettacolo: la sua chiosa sulla fiaba è perfetta, e mi è passata dentro, perché l'ho rimodellata su di me.
L.B.: E poi c’è l'idea della memoria che diventa il recupero, da parte del nipote, di quanto hanno fatto il padre, e prima di lui il nonno, che attraversano il Novecento comprendendo anche il lato futurista, con una riflessione sulla coscienza, sulla ribellione della macchina nei confronti dell'autore - autista...
P.: .. e questa secondo me è una cosa molto toccante; in casa ho un figlio di quattordici anni, che ha tutto il futuro davanti ed è abituato alla tecnologia. Mentre scrivevo, lavoravo con l’intelligenza artificiale come copilota, per chiedere informazioni, ma mi rendevo conto che quel rapporto, fatto di piccoli errori, disservizi, risposte strane, era molto simile a quello che stavamo raccontando in scena: una macchina che a volte sembra collaborare, altre volte pare rifiutarsi. Vorrei aggiungere anche che è importante il tema del ricordo unito all'infanzia: non riesco a guardare un anziano come tale, ma me lo immagino giovane, con un bisogno di comunicare con noi.
L.B.: Qual è stato il tuo contributo in senso musicale?
P.: Il lavoro dei Metameccanici è stato bellissimo: loro mi hanno mandato il materiale, che era molto più ricco rispetto alla versione asciugata che abbiamo proposto, perché volevamo restare sull’ora, un tempo che permette all’ascoltatore di essere immerso senza essere stremato; hanno scritto una musica che assomiglia molto a loro. Io faccio più un lavoro di idraulico della canzone, devo riparare, portare un po' di logica nella creatività altrui, ma in questo caso è stato diverso. La loro musica non sta mai ferma: elettronica, riferimenti cinematografici, musicali, echi di videogiochi anni Ottanta, momenti da cui traspare la loro formazione classica, perché Sebastiano è un percussionista sinfonico, ma il risultato finale, a mio parere, è di una coerenza non meditata e armoniosa.
L.B.: Anche i piccoli testi cantati dai musicisti, come il finale, sono tuoi?
P.: No, li hanno scritti loro; quel finale è volutamente romantico, quasi tenero, dantesco...e avevamo anche una parte in più, una specie di “paesaggio infernale”, la Valle dei Calanti, dove la macchina passava tra artisti che avevano mancato la loro occasione. L’abbiamo tolta, a malincuore, ma non escludo che un giorno possa rientrare, se porteremo lo spettacolo in un contesto più teatrale. Ci sono tantissime sedimentazioni sparse, che non abbiamo poi inserito; parlavamo la stessa lingua, e anche in questi giorni ci stiamo scambiando ulteriori suggerimenti.
L.B.: Mi stai dicendo che per le prossime repliche cambierà qualcosa?
P.: Piccoli dettagli, sì, perché la prima ha una casualità che è irripetibile. Non vogliamo gonfiare il progetto, ma ci sono due o tre sottolineature tecniche, visive, anche nella relazione tra narratore e macchina, che vogliamo rivedere, mettendole più a fuoco, con qualche elemento in più.
L.B.: Il Futurismo è nato a Parigi, e tu hai ambientato a Parigi il ritrovamento del racconto che interpreti...Vorrei chiederti del tuo rapporto con Parigi. Che cosa ti dà quella città nella quotidianità? Influisce sul tuo modo di scrivere?
P.: Credo che un artista venga aiutato dalla distanza, perché, se resti vicino alla scena in cui vivi, ci sono codici che tendi a ripetere, mentre, se ti allontani un poco, serve molto. Parigi mi dà distanza; là mi basta camminare, guardare le insegne dei negozi, sfogliare libri dai bouquinistes, che conosco da anni, anche perché loro hanno il culto dell'Italia, e ci vado spesso, perché mi sembra interessante. È una città che tiene insieme grandiosità e paccottiglia, rigore e disordine, centro e banlieue, armonia e tensione, ribellione e fermezza. Questa combinazione mi affascina, topi da un lato e monumentalità dall’altro, un equilibrio di anarchia e ordine... mi sono abituato alla disciplina nell'instabilità, e questo mi stimola: ho visitato la casa di Gainsbourg, vorrei vedere quella di Vian, e il loro disordine, nelle vite e nelle opere, sento che mi autorizza a sperimentare, a sentirmi libero e provare nuove strade.
L.B.: Il libro di scena era bellissimo, con quella grafica anni Settanta. È stato creato ad hoc?
P: Il cofanetto era davvero vintage; il libro sembra rovinato artificialmente, ma in realtà sono stato io a maneggiarlo molto...(ride); invece la grafica è curata in modo molto attento. Stiamo pensando infatti a come ampliare anche l’aspetto grafico, scenografico, coreografico, perché ci siamo resi conto che è particolarmente risucito, e che c’è una potenzialità forte. Potrebbe anche diventare un video, oppure si potrebbe mettere l'auto su una piattaforma girevole, anche perché l'auto è qualcosa che tutti conoscono...
L.B.: Guardandoti in scena, ho avuto l’impressione che potresti esplorare una dimensione performativa, più teatrale. È una strada che ti interessa?
P.: In realtà mi interessa, sì. Ho però un blocco: la memoria. Anni fa portai un monologo all’Elfo (teatro di Milano, ndr) nato da Boxe a Milano, la canzone che poi è stata messa in un'antologia su Milano, con testi poetici e di canzone d'autore, e questo monologo è diventato un libro, Ti ho dato un bacio mentre dormivo; era una forma ibrida tra lettura e teatro, ma la paura che ho provato prima di entrare in scena è stata una sensazione terribile, che non avevo mai provato prima, né ho provato dopo. Gli attori mi dicono che la memoria si allena, ma io ho ancora timore. C'è un'idea, qualcosa di misterioso che continua a "scalpellarmi intorno", pieno di commozione: il tema della memoria e dell'infanzia, e sto anche scrivendo una specie di viaggio. Devo ancora decidere come fare, però, e per farlo devo essere autorizzato da un regista, perché da solo arrivo fino a un certo punto: avere qualcuno che mi guida potrebbe aprire una strada nuova. Ho già visto nei miei concerti che questo modo di interagire col pubblico ha preso piede, ed è un cammino che mi sta portando lì.
L.B.: Hai collaborato con tantissimi artisti. C’è qualcuno che sogni di coinvolgere o un ambito che vorresti esplorare di più?
P.: In genere, come autore sono affascinato e sbalordito dalle voci, dal modo in cui un cantante si trasforma appena inizia a cantare, e, sì, ci sono artisti che ammiro molto. Uno è Caparezza: la vastità dei suoi riferimenti è incredibile; nel suo ultimo disco ci sono strofe che, per capirle davvero, ti fanno aprire sette libri contemporaneamente, e come ascoltatore ho respirato, allontanandomi dagli schemi del pop. Quando feci Sanremo, o il pezzo per Gianna Nannini, Tu che sei parte di me, ad esempio, in tanti volevano che cantassi per San Valentino, ma rispondevo che non ho canzoni felici..(ride). Un altro ambito che mi piace è quello delle colonne sonore, che ho già frequentato (come per Zamora, ndr), e che ritengo un territorio più vicino al lavoro dell'autore; è emozionante lavorare per il cinema.
L.B.: In conclusione, ti ringrazio per avermi concesso questo tempo per noi...e voglio anche ringraziarti per le parole che hai scritto su Ornella Vanoni...
P.: La cosa strana che è successa è che ho capito che c'è una distanza tra una cosa che puoi guardare da lontano, anche se ti tocca, e invece quando sei coinvolto, più vicino alla fonte del dolore... Ad esempio, io non riuscivo a fare una dichiarazione, un'intervista, e così ho avuto bisogno di scriverlo. Perché lei ha accompagnato anche la malattia di mia madre, con una curiosità che significava autentico interesse, una caratteristica sua propria, e non solo per me, che la vedevo molto spesso per raccogliere i suoi ricordi in un libro (Vincente o perdente, ndr), ma anche per quanti la circondavano. Quando mia madre è morta, mi è stata vicina, e, quando è mancata anche lei, mi sono sentito totalmente coinvolto. Per questo ho scelto di scrivere.
L.B.: E la tua emozione è stata la nostra...grazie ancora, e a presto!
Le prossime repliche di Turbo - Lento a Milano, Volvo Studio, sono:
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FOTO COVER ALBERTO MANCINI