Simone Tempia

Simone Tempia Gran Galà con delitto


Garzanti, 2026, 272 pagine, 16.90 euro Narrativa Italiana | Giallo

29/04/2026 di Valeria Di Tano

Il Galateo prevede ogni possibile circostanza sociale e per ognuna definisce le migliori regole di comportamento: nel caso in cui si riceva un invito ad una cena di gala in una villa elegante e vagamente gotica è perciò buona creanza partecipare con le migliori intenzioni di socializzare e trascorrere una piacevole serata, anche nell'eventualità in cui alla cena si sia circondati di sconosciuti bizzarri, quasi caricaturali. Naturalmente, se tutto questo avviene nelle prime pagine di un romanzo, qualunque lettore sa benissimo che più tardi, tra una portata e l'altra,un urlo squarcerà il chiacchiericcio e un cadavere verrà scoperto riverso tra rivoli di sangue. È una regola, nè più nè meno di quelle del galateo.

Poi accade che Simone Tempia decida di scrivere Gran Galà con delitto, un romanzo giallo e che adotti, nel suo impeccabile stile delicatamente, ironicamente britannico, la più solida delle convenzioni della narrativa di genere: cena, ospiti, delitto, investigazione. E maggiordomo. Naturalmente. Va detto che la tradizione di incolpare i poveri domestici di ogni più atroce crimine che avviene nei palazzi dell'alta società, ha radici nella cosiddetta Età d'Oro del giallo classico inglese (tra il 1920 e il 1930) e in particolare da "L'incubo" di Mary Roberts Rinehart, ma pare ci fossero già stati in precedenza maggiordomi dall'etica discutibile, persino in uno dei romanzi abitati da Sherlock Holmes. Certo, perché il maggiordomo è il sospetto meno appariscente, un personaggio per sua natura e professione discreto, che vive nei disimpegni tra le stanze più che sotto i lampadari di cristallo e che da questa posizione di privilegio può conoscere segreti, avvelenare caffè e zuppe, tramare nell'ombra.

Però Tempia adora giocare con certi stereotipi, ormai dovremmo averlo capito, e ha un debole per le parole e il loro incastro perfetto. Perciò costruisce un romanzo che comincia dove tutto l'immaginario finisce, da quella frase "L'assassino è il maggiordomo" che consideriamo ormai talmente abusata da essere innocua. E invece. Tempia la stampa nero su bianco, la fa rimbalzare tra divani, tappeti e piatti da portata, la manipola come creta, la stempera come acquerello e scrive di otto personaggi e delle loro vicende, dei loro rapporti ambigui con la padrona di casa (ovviamente una contessa) e mano a mano di sangue, segreti, menzogne e mezze verità. 

Scrive, soprattutto, di un maggiordomo colpevole. E di un maggiordomo che conosciamo benissimo. Coincidenza? Chissà.

In uno scambio costante di ruolo: chi sa davvero il nome dell'omicida, lo scrittore o il lettore? chi fa le domande: l'investigatore o i sospettati? Tempia fa sorridere, tiene altissima la tensione, sorprende e infine spiega, tutto, fino all'ultimo dettaglio, proprio come nella migliore delle tradizioni.

l'autore si è dedicato con questo romanzo al progetto ambizioso di costruire una dependance del suo universo gentile, raffinato e deliziosamente metaforico: Lloyd è sceso in cantina per portare al piano di sopra, insieme al vino rosso di ottima annata, anche una storia complessa, ironica, appassionante. E il risultato è ottimo: un omaggio ad Agatha Christie, a Cluedo, ad un modo di raccontare il sangue senza scene splatter, l'abisso senza la morbosità, soprattutto la dimostrazione che dentro Tempia albergano trame originali fatte di intuizioni, soluzioni stilistiche ardite, sperimentazioni, che non vedono l'ora di trovare la luce: si intuisce chiaramente che questa è solo la prima. D'altronde pare che, secondo il Galateo, se durante una cena di gala qualcuno muore, è indispensabile scoprire il colpevole. Specie se è il maggiordomo.


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