Sergio Baratto

Sergio Baratto My Favorite Things


Minimum Fax, 2023, 249pp., 18 euro Narrativa Italiana | Romanzo

23/05/2023 di Franco Bergoglio
Della mia carriera di scrittore abortito conservo nel cassetto scheletri notevoli, tra i quali campeggia anche un amorfo semi-romanzo che si intitola “Le mie cose preferite”. (Da qualche parte c’è anche una poesia con un titolo simile, ma lì si scende in un autentico abisso di orrore). Sì, il tutto è ovviamente ispirato al brano di John Coltrane My Favorite Things. Un valzer di emozioni senza tempo, un dolce sabba infernale.
In comune con Sergio Baratto, l’autore del romanzo My Favorite Things -oltre a un viscerale amore per Coltrane- condivido l’essere un cinquantenne “spaccato in punto”, nato nel 1973. A occhio credo che le somiglianze finiscano qui, ma sono più che
sufficienti per farmi prendere in mano questo romanzo con un certo entusiasmo. A titolo coltraniano, scritto da uno del ‘73, l’anno della crisi energetica, del golpe in Cile, di Elvis che fa il cazzone in mondovisione dalle Hawaii.

Ovviamente tutto quello che avevo fantasticato a partire dal titolo è distantissimo da quanto propongono le pagine di Baratto. E questo è un bene per il lettore! La storia oscilla tra Milano e l’Asia sovietica, tra flash back negli anni Cinquanta e Sessanta e l’Italia dei fatti di Genova 2001, un paese che scivola in un presente oscuro e marcescente. La scrittura di Baratto non ha paura di essere lirica, di cercare la tensione. Cattura il lettore e lo trascina avanti e indietro nel tempo e nello spazio con il suo protagonista, un giovane appassionato di jazz, di nome Franco (ennesima coincidenza!), che attraversa la vita alternando distacco dalle cose terrene e compassione per l’umanità.

Come non immedesimarsi? Impossibile. La trama oltretutto presenta i giusti cambi di passo, i punti oscuri di un mistero da sciogliere. E Coltrane? Il protagonista addirittura lo incontra a Milano, durante il tour del 1962, quello che divise il pubblico e la critica (anche in Italia). Franco è un imbucato al concerto che non ha ancora contratto il morbo incurabile del jazz; sarà proprio Coltrane a segnare la via del contagio. Una cosa che negli anni Sessanta peraltro era comune a tanti, un po’ ovunque nel mondo...

Ecco qui un assaggio dal libro, tratto dalla descrizione dell’assolo di Coltrane sul brano che lo ha reso celebre e si è prestato qui a far da titolo al romanzo: “Era un canto liturgico, un fiume di cristallo, un fluire di suoni tintinnanti e sempre più densi, che si incrociavano e si scontravano spargendo tutto intorno frammenti aguzzi”. Cercatevi qualche versione live di My Favorite Things. Ce ne sono di lunghe venti, trenta, quaranta minuti. Ascoltate e iniziate a leggere fiduciosi.