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Jim Harrison

Ritorno sulla terra

Jim Harrison


2008, Rizzoli - Pagine 288 - Formato 13,5x21,5

di Christian Verzeletti
Jim Harrison è uno dei maggiori scrittori americani. Non grande come Cormac McCarthy, Don De Lillo o Philiph Roth, ma uno importante, che qualche cosiddetto classico l’ha già scritto. Qualcuno lo ricorderà magari per essere l’autore di un racconto da cui è stato tratto il film “Revenge” con Kevin Costner oppure di un romanzo che ha fatto da sceneggiatura a “Vento di passioni”, altro film di cassetto, stavolta con Brad Pitt, ma in realtà meriterebbe di essere riconosciuto per ben altro: “Un buon giorno per morire”, “Luci del Nord” e “L’uomo dei sogni” su tutti. Nato e residente nel Michigan, pare in una fattoria, Jim Harrison è un uomo che si potrebbe considerare di quelli all’antica: ama pensare, rimuginare ed esplorare lentamente l’ordinaria bellezza della vita. È questo respiro, ponderato nel corpo e nella mente, che permea la sua scrittura.
“Ritorno sulla terra” è il suo ultimo lavoro e porta forse a compimento questa caratteristica, già comunque presente nei precedenti: la storia mette l’uomo di fronte alla natura, alla sua natura e soprattutto alla sua mortalità. I protagonisti si trovano così a scoprire un paesaggio interiore che li invade e che a tratti li ammutolisce, gettandoli anche in territori ignoti in cui non sanno orientarsi.
Donald è condannato dal morbo di Gehrig e detta alla moglie la storia della sua famiglia, che nella sua mente diventa una sequenza umana inesausta di persone in lotta con sé stesse, spesso a propria insaputa. L’unico momento di pacificazione è nel contatto con la terra e difatti i protagonisti tendono a cercare l’isolamento nei boschi, in una sorta di ritiro a la Thoureau che però produce risultati solo frammentari.
A fianco di Donald, prima e dopo la sua morte, concorrono Cynthia, David, Clare e K, tutti accomunati dallo spaesamento provato di fronte allo scenario troppo naturale a cui la scomparsa dell’amico li obbliga. Ognuno a suo modo si rifugia nella terra che sente più sua: il sesso piuttosto che un capanno o qualche opera di carità (come i kit di sopravvivenza che David distribuisce ai messicani che tentano di attraversare il confine con gli Stati Uniti).
Quella di Harrison è una zona di confine interiore – per questo ancora più ardua da superare -, un passaggio obbligato per chi vuole sopravvivere: è il confine tra la vita e la morte, tra il sé e l’altro, tra la realtà e le proprie proiezioni. L’autore è bravo a calarsi nell’ordinario, persino negli istinti dei suoi personaggi, e a rendere la loro fatica di vivere, sempre sull’orlo dello sconforto: a tratti pare di leggere uno Svevo americano, con tutto il suo accessorio quindi di concretezze anche banali. Ancora una volta Jim Harrison ci pone davanti un panorama che merita di essere osservato ed esplorato.