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Javier MarÍas

Selvaggi e sentimentali

Javier MarÍas


2002, EINAUDI

di Christian Verzeletti
Il calcio è ormai sport talmente corrotto, che chi lo ama sente il bisogno di giustificare la propria passione. È così per Javier Marìas, scrittore spagnolo ammirato per “Un cuore così bianco” e “Domani nella battaglia pensa a me”, e collaboratore de “El Pais” con una rubrica fissa appunto sul calcio.
“Selvaggi e sentimentali” raccoglie i commenti finora pubblicati, ed è un’occasione per leggere di calcio ad un livello più alto, distaccato dall’inutile e violento cicaleccio troppo spesso diffuso dalla televisione. Marìas, un vero Merengue, tifoso del Real Madrid, vive e descrive il fùtbol come “il recupero settimanale dell’infanzia”: il piglio nostalgico degli scritti deriva dall’attaccamento per una formazione nelle cui file militavano campioni come Di Stefano e Puskas e dal ricordo della giovane età passata. Partendo dai propri sentimenti e dalle proprie emozioni, Marìas fa della vera letteratura andando a scavare nei gesti, nei nomi e nei caratteri dei protagonisti di questo sport, come pure negli inni nazionali e negli antagonismi con avversari storici come Barcellona e Atletico Bilbao: ne esce un calcio che recupera nobiltà, profondità e senso storico, oltre che sociale.
“Se perdere o vincere una partita non viene vissuto come un evento cruciale e con una trama e una storia, con una svolta o una catastrofe, che riguarda il passato, il presente e il futuro, la dignità e il decoro e naturalmente la faccia con cui uno si alza l’indomani, allora lasciamo perdere…”.
La scrittura di Marìas è intrigante, mescola le opinioni del commentatore con quelle del tifoso e con lo sguardo di un bambino, ma soprattutto si nutre della fierezza e del senso drammatico che l’autore si sforza ancora di trovare su un campo di calcio. Il pregio del libretto è che non cerca di essere politically correct, non nasconde il proprio essere tifoso, il proprio essere di parte, e così ogni storia diventa passione, sentimento, riscoprendo connotati epici e collettivi, davvero sportivi.
Il calcio è allora occasione per guardare a se stessi e al mondo, alla natura umana e al suo sistema: “essere appassionato di calcio e di qualche altro sport non mi impedisce di rendermi conto del carattere malsano e perverso che affiligge e governa questo mondo, il quale riflette meglio di ogni altro lo sventato spirito competitivo che domina sempre di più la nostra società”. Altro che quella forma di oblio pubblicitario prodotto ormai quasi quotidianamente.
Come Camus, Nabokov e altri scrittori, Marìas si nutre di questo amore perché prima di tutto è storia di uomini, calciatori e spettatori, allenatori e presidenti, vincenti e perdenti. Tanto sentimento lo porta a sbilanciarsi in curiose previsioni, in preferenze e antipatie, sempre dotate di una lucidità ficcante: “Ronaldo non è un grande, nonostante la brutale campagna della sua promozione universale … non è intelligente, o forse non pensa, agisce soltanto, e senza saper aspettare”.
Sarebbe interessante leggere i suoi commenti ora che il giocatore brasiliano ha lasciato Milano per Madrid, per indossare quella casacca sotto cui, secondo Marìas, dovrebbe sempre battere un cuore così bianco.