Franco Fabbri

Franco Fabbri L’ascolto tabÚ


IL SAGGIATORE 2005 Musica

di Simone Broglia
Qualcuno lo ricorda come la chitarra degli Stormy Six, storico gruppo della scena progressive italiana degli anni settanta.
Io personalmente sono più legato alla figura del Fabbri musicologo. Lo studioso di popular music, propugnatore in Italia, di libri di capitale importanza in questo campo come “Studiare la popular music” di R. Middleton e la “Sociologia del Rock” di Simon Frith. Testi centrati sull’analisi sociologica e metodologica con cui deve essere affrontato il tema della popular music che mostra da tempo il suo volto serio. Il volto musicale dell’epoca in cui si vive.
“L’ascolto Tabù”, come anche “Il suono in cui viviamo”, non sono studi sistematici, ma raccolte di articoli già pubblicati dall’autore, magari non ancora in italiano, oppure spesso come critico de “l’Unità” o come articolista di importanti riviste del settore come “Musica/Realtà”.
Tutti gli scritti raccolti in questo testo possono essere accomunati dal loro stile e dall’intento dell’autore.
La musica in cui viviamo non riflette più i movimenti della società, o meglio continua a rifletterli solo che i libri di musica ed i programmi di musica vengono confinati in ambito specialistico togliendole voce, impedendole di parlare a tutti, di dire la verità. Ecco allora l’intento: mostrare come le musiche e l’ascolto, in un mondo in cui il controllo sui mezzi d’informazione è essenziale, diventino tabù.
Lo stile di parecchi articoli di Fabbri è sempre stato molto coinvolgente per il sottoscritto che si avvicina con gli studi alla filosofia della musica e con la passione alla musicologia ed etnomusicologia. I saggi partono da argomenti spesso non inerenti al fine di mostrarli come metafora e riportare il discorso sul tema principale. Il libro riflette i molteplici interessi e campi di studio dell’autore, ora docente universitario a contratto, precedentemente musicista e programmatore.
I saggi e gli argomenti trattati sono parecchi quindi mi tocca in qualche modo scegliere. Non essendo un patito degli studi sulle tecnologie informatiche legate al mondo della musica o dell’analisi dei vari supporti fonografici, tralascio, mea culpa, questa tipologia di articolo per concentrarmi su quelli che più mi hanno coinvolto. Uno di questi è indubbiamente, all’interno del capitolo sulle “Musiche dal Mondo”, il paragrafo dedicato a Roberto Leydi, al suo funerale ed in qualche modo alla sua storia di grande studioso di musica contemporanea ed etnomusicologia. Leydi ha lasciato, oltre ad un grande patrimonio culturale che spazia dagli studi sulla canzone dei Cowboy alle musiche di Weill per il teatro di Brecht, un vero e proprio indirizzo e modo di affrontare lo studio della musica del mondo. Era l’uomo con il sigaro in bocca che registrava, seguendo l’insegnamento bartokiano, i canti tradizionali nelle osterie del Canton Ticino. Un ricordo di un importante caposcuola.
Nel capitolo intitolato “Paint it Black, Cat: rock, pop e il Mediterraneo” è interessante leggere per il tema dell’esotismo interno e della costruzione commerciale di un genere, quello della musica mediterranea, che non aveva alcun bisogno di essere costruito. Esemplare è la vicenda del sirtàki, o piccolo sirto, già analizzata se non ricordo male nel suo precedente “Il suono in cui Viviamo”, che non è mai esistito come musica tradizionale greca, ma inventato come colonna sonora di “Zorba il greco” da Theodorakis che creò questa musica popolare semplificata unendo il Sirtos alla complessa danza Hasapikos. Mi ha ricordato il processo di “samsonitizzazione” dei totem presso i Dogon. La cultura che diventa commercio a tal punto che gli stessi abitanti adeguano le proprie usanze e tradizioni a quello che il turista vuole da loro, fino al punto che le nuove generazioni assumano le leggi imposte dal turismo come proprie.
Di fondamentale interesse è anche lo studio svolto nei confronti della canzone d’autore, i suoi legami con la poesia e il suo essere intrinsecamente legata alla musica. Spesso sono state sottovalutate le proposte musicali dei cantautori facendo diventare la musica un’ancella della parola. Ha ragione Max Manfredi quando dice, nell’intervista pubblicata su questo sito, che in una canzone c’è la musica, la poetica e la parte musicale: il testo. Sottolineando così la coesistenza e lo stretto legame delle parti.
Aspettando dunque la prossima pubblicazione di “Prendendoci Gusto”, la lettura di questo “L’ascolto Tabù” è consigliabile per conoscere le indagini di un campo di studi in evoluzione ed imparare a guardare in maniera critica il mondo musicale non come un universo chiuso, ma come specchio della realtà.


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