Francesco Guccini Calde le pere! Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla
Giunti, 2026, 96 pagine, 14,90 euro Narrativa Italiana | Romanzo | Racconti
31/08/2026 di Laura Bianchi
Caro il mio Francesco,
È con trepidazione, nostalgia preventiva e affetto che ho iniziato a leggere il tuo ultimo (ultimo...) libro, Calde le pere! Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla, che Giunti ha pubblicato postumo, e su cui hai speso le ultime settimane della tua lunga vita. Ed è con ammirazione, serenità e dolcezza che l'ho finito, in un viaggio nel tempo e nello spazio che mi ha donato una pausa da questo nostro mondo duro e complicato. Hai fatto bene a costruire a Pàvana il tuo centro vitale, tornando a quelle Radici che non hai mai smesso di rispettare e amare, senza melensi passatismi, con ironia e gentilezza, coltivando la tua memoria con attenzione e cura, consapevole che sarebbe potuta diventare - ed è diventata - memoria collettiva. Non si spiegano altrimenti i pellegrinaggi dei tuoi ascoltatori, poi anche lettori, verso quell'Appennino tosco emiliano da te vissuto, cantato, poi rivissuto, né il desiderio, da un mese a questa parte, di rileggere i tuoi scritti, che siano sotto forma di versi di canzoni ( rigorosamente con la tua zeta dolcissima), di racconti, di romanzi.
Questo tuo ultimo (ultimo...) è al crocevia delle tre forme: della canzone ha il ritmo, certe cadenze metriche, le atmosfere conosciute, eppure sempre nuove, tra osterie e case modeste di gente semplice, ma del racconto ha la ripartizione in quadri, ognuno dei quali ha una propria intima coerenza, non scevra da citazioni colte, metafore argute, didascalie efficaci per ogni capitolo, e pure qualche nozione etimologica con termini dialettali, simili a quelli che avevi scritto nelle Cròniche epafàniche e in Tralummescuro, incisi nero su bianco sulla carta, con tutto il loro fascino antico, per preservarli dall'oblio. E del romanzo, ancorché breve, ha l'impianto complessivo, ma anche l'incipit: ho ritrovato infatti un'immagine che si legge in Vola Golondrina, l’ultimo di una lunga sequenza di gialli scritti con Loriano Macchiavelli, un passaggio rapido di una figura (lì, un uomo in motocicletta, qui una donna - forse una prostituta - che grida la frase del titolo), che anticipa e riassume il senso e lo scopo dell'intreccio. Del romanzo storico, inteso in senso manzoniano "misto di storia e d'invenzione", ha anche la scoperta di un "brogliaccio", che l'io narrante, ossia tu, Francesco, scrivi di aver scovato da un tuo amico, e su cui costruisci la storia, con un intento dichiarato: "(...) ci dilettiamo a rivestire di attendibilità storica questa altrimenti fragile vicenda, scovata dentro a un insieme di fogli male assortiti dei quali, per caso, conosciamo l’esistenza. (...) D’altra parte, si parva licet, una Balena Bianca non ha mai sfidato il capitano Achab; non c’è mai stato un operaio lombardo della seta, di nome Renzo Tramaglino, che abbia assistito, nella prima metà del Seicento, all’assalto al Forno delle Grucce; e Camilleri stesso, in quello che supponiamo sia stato il suo ultimo romanzo, svolta le carte e confessa, con una rivelazione pirandelliana, che Montalbano e tutti gli altri, Augello, Fazio, Catarella, non sono mai esistiti, che sono sue invenzioni, e come tali svaniscono, scompaiono, lasciando, a poco a poco, solo pagine bianche."
Non ti dico, Francesco, il brivido appena umido di lacrime che mi ha percorsa, leggendo la citazione di Camilleri; come se tu sapessi che questo sarebbe stato l'ultimo romanzo, anche per te. E no, "si parva licet" non funziona, nel tuo caso. Tu sei sempre stato un grande scrittore, che fossero canzoni (sempre con la zeta dolce), racconti, romanzi, dizionari delle cose perdute, manuali dei giochi di una volta, quasi autobiografie, sceneggiature di fumetti (come quelli con Bonvi), e hai costruito una cattedrale mobile del ricordo, mutevole, cangiante, sfaccettata, sempre ancorata a un passato mai idilliaco, che emerge anche qui, nella ritrosia della Lisetta, nell'operosità della Lina e del Fonso, nella solidarietà ruvida di un perdigiorno avventore del circolo Doremi, al Portello, nella sfrontatezza giovanile del "fontaniere Mario".
Anche se, credo, il vero protagonista è il Reno, "l’unico personaggio veramente autentico, il solo di cui abbiamo certezza di identità, di vitalità, di nome", dalla significativa assonanza con il panta rhei di Eraclito, che rimanda a uno dei tuoi temi principali: lo scorrere della vita e del tempo, che è "diverso tutti gli anni ma tutti gli anni uguale", in un ritmo circolare che appartiene al fiume e non a noi. Un fiume "maschio", quindi padre, che rifiuta di essere un affluente del Po, ma finisce il suo corso eterno più sotto, "orgoglioso e solitario". Un fiume che, in Canzone di notte n. 4, sentiamo mentre "muglia", ma che, qui, accarezza il corpo abbandonato della Lisetta, in un'estasi bucolica, densa di "colori, suoni, aromi, profumi, rumori, sottili impressioni e lampi di luce," in cui tu dai il meglio della tua arte, dedicando pagine indimenticabili alla natura del fresco bacino di Casalecchio in una calda giornata di fine agosto, e ai suoi silenziosi abitanti, beccapesci, coditrèmmola, rondanina, marughi, bàggioli, bròciolo, che rivivono nei nomi dati loro dagli abitanti della zona. Come se volessi dare loro un addio provvisorio, in attesa di tornare nel ciclo misterioso della vita.
Si sbaglierebbe, chi leggesse il tuo libro cercando allusioni boccaccesche, situazioni lubriche e doppi sensi: tu hai costruito un piccolo grande inno all'ambiente, naturale e umano, in cui sei cresciuto e ti sei formato, portandotelo nel cuore e nel ricordo, nonostante il tuo cammino ti abbia condotto lontano, fino a tornarvi, come il protagonista dell'Itaca di Kavafis, "fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso", per scrivere "d'amore, di morte, e di altre sciocchezze". Immenso e umile, di fronte alla grandezza di una vita che continua il suo corso.
Grazie, Francesco, per questo tuo dono.
Francesco Guccini, nato a Modena nel 1940, morto il 6 agosto 2026, viveva a Pàvana, sull’Appennino Tosco-Emiliano. Cantautore, poeta e scrittore, ha esordito nella narrativa nel 1989 con Cròniche Epafániche per pubblicare poi molti altri racconti e romanzi di straordinario successo fra cui Vacca d’un cane, Cittanòva blues, Tralummescuro (premio Selezione Campiello), Non so che viso avesse, Tre cene, La legge del bar e Romeo e Giulietta 1949, cui si aggiunge il volume delle Canzoni con il commento filologico di Gabriella Fenocchio. Nel loro insieme sono affreschi autobiografici e un vasto omaggio letterario ai luoghi delle radici. Con Loriano Macchiavelli ha scritto anche gialli amatissimi dai lettori, da Macaronì a Vola Golondrina.