Francesca Mannocchi Crescere, la guerra
Einaudi, 2026, Collezione di poesia, pagine 80, 10 euro. Poesie | Letteratura Italiana
06/06/2026 di Ambrosia J. S. Imbornone
“Il peso del mondo / è amore”, scriveva Allen Ginsberg in Canzone nel 1954, nella traduzione di Fernanda Pivano: la giornalista, scrittrice e documentarista italiana Francesca Mannocchi, specializzata di migrazioni e conflitti, inizia il suo libro di poesie Crescere, la guerra proprio mettendo in evidenza le difficoltà che la scrittura affronta e la sua stessa insufficienza dinnanzi al peso gravoso e doloroso della guerra: “le parole si spezzano, si svuotano / e non reggono più il peso del mondo”.
Questo volume, nato da uno spettacolo ancora in tour con le musiche originali di Rodrigo D’Erasmo e diventato anche un vinile con illustrazioni di Mara Cerri, ci interroga innanzitutto allora su come si possa raccontare la guerra e su cosa sia richiesto al lettore stesso, che non può essere solo uno “spettatore” che si limiti a guardare senza sapere. Né la lingua può bastare a sé stessa: “serve un corpo / che l’ascolti / una memoria che la accolga / una ferita / che la riconosca”. “Solo una ferita riconosce un’altra ferita”, aggiunge poi Mannocchi. “Chi non conosce il dolore, chi non ne tiene una riserva dentro di sé non riesce a riconoscerlo negli altri”, ha scritto d’altra parte Roberto Saviano a proposito della scomparsa della fumettista, regista, sceneggiatrice e illustratrice iraniana Marjane Satrapi.
Se “il corpo / è il nostro modo di appartenere al mondo”, la ferita è “il modo in cui il mondo ci risponde”, nota Francesca Mannocchi in questi versi. E “si racconta sempre / da una ferita. / La propria: dunque l’altrui”. Secondo la scrittrice, autrice di reportage da Iraq, Libia, Libano, Siria, Tunisia, Egitto, Yemen, Afghanistan, Ucraina, Somalia, Chad, Kenya, Sud Sudan, Bangladesh, Palestina e Israele, tra cui Lirica Ucraina (con colonna sonora di Iosonouncane), premiato con un David di Donatello nel 2025, occorre un “arpione della memoria”, la disponibilità a farsi attraversare, a fare spazio alle storie altrui e a custodirle. E a custodire la perdita, “ciò che non può più essere salvato”, ma che si può ricordare, come fa la “nonna di Jenin”, nonna “della Nakba infinita”, il cui “corpo è un archivio” e che incarna la memoria “dei vivi e dei morti, / dei nomi che non stanno più / nel registro della scuola”. La memoria “è l’unico paese” che non si può togliere a nessun popolo. E si deve ricordare, affinché non si perda anche l’umanità:
"Misurate voi stessi
dentro ciò che vedete:
io sono il bambino
che non avete salvato."
La giornalista, infatti, in Crescere, la guerra lancia un “gentile”, ma fermissimo atto di accusa all’Occidente indifferente e alle responsabilità insite nel suo silenzio, presentato come “un permesso di uccidere”, nella sua neutralità, o nei suoi interventi parziali, momentanei, non risolutori.
I personaggi delle storie narrate in queste poesie (in cui la loro voce si alterna a quella dell’io lirico) respingono la compassione che fa sentire umano chi la prova, senza che si senta responsabile; respingono la pietà, perché è una “distanza” che ha indossato “l’abito buono”, perché “mantiene spettatori” e “guarda dall’alto”, senza mettere l’altro sullo stesso piano, presentandosi così come “una forma addolcita di dominio”. Ed essi chiedono piuttosto di essere visti veramente, chiedono verità, non l’esportazione della democrazia, con belle parole “appese al cielo come bandiere”, laddove alcune missioni – si legge in questi versi – poi si sarebbero concluse consegnando l’infanzia di tanti bambini a mani che poco prima erano chiamate “nemiche”, abbandonando un Paese con “scuole senza insegnanti, ospedali senza voce”, chiamando “‘pace’ l’oblio”. D’altronde la libertà – scrive Mannocchi – “non è un dono e non si presta”: “si partorisce con dolore” e per alcuni popoli non è “scegliere”, ma “resistere”.
In questa raccolta, con uno stile semplice e incisivo, moderno e talora in qualche modo aforistico e sentenzioso, si racconta l’esilio, che non comincia con una frontiera, ma “con una sottrazione”, osservando che la sua prima forma è “morale”: è la “perdita del proprio nome / pronunciato con rispetto”, della reputazione come “forma visibile della dignità”.
In Crescere, la guerra si racconta la repressione violenta nella Siria di Assad nel “mattatoio umano” di Sednaya, prigione segreta, teatro di torture ed esecuzioni.
Si narrano in versi le case perdute da cui non si è potuto portare via nulla e valigie in cui da una tenda si portano via solo “due bambole, / una pentola, / un’altalena di legno con una corda ai lati”. Si raccontano le rovine del campo palestinese di Yarmouk in Siria, distrutto dallo stesso Assad e l’ancora tragicamente attuale “dottrina” della fame: una “forma perfetta di governo”, che “uccide senza sparare / e non lascia impronte”. E qui appunto l’autrice, per bocca di uno dei personaggi dei versi, Mohammad, accusa la complicità dell’Occidente che si girò dall’altra parte e usò come alibi parole asettiche come “crisi” o “emergenza umanitaria”, o peggio ancora “tragedia”, “come se non avesse architetti”:
"Da quel giorno,
non ho più usato la parola umanità.
Aspettavamo uno sguardo, da voi.
Non cibo, non armi, non salvezza:
SGUARDO."
E allora la domanda che Yarmouk ancora pone è la seguente: “Che cos’è un uomo, / quando il mondo decide di non vederlo?”. E ciò che si ignora “ritorna, / riappare su altri volti, / su altre frontiere, negli occhi di altri bambini affamati”. Ogni volta che “crediamo di aver imparato”, d’altra parte, “la storia ritorna con lo stesso passo, / come un soldato / che fa sempre lo stesso giro di ronda”.
Mannocchi, in questo libriccino dallo stile molto comprensibile e scorrevole, in cui cerca di scongiurare il rischio della retorica con versi comunque ispirati e molto sentiti, sottolinea che spesso si è chiamata “felicità” la “rimozione del dolore”, laddove invece la vera libertà è la “soglia del dolore che sappiamo sostenere”. E racconta ancora che la guerra “disfa l’idea di casa”, mentre abitare rappresenta di contro un’ “insurrezione silenziosa”. I campi dei profughi appaiono “una costellazione di oggetti sopravvissuti”.
L’etichetta di “terrorista”, parola “senza destino”, “che non richiede verifica”, appioppata a ragazzini che già da bambini dormivano con “le mani alzate” e hanno appreso la “postura della resa / prima della grammatica del gioco”, diventa anche “una parola che non genera futuro”, una “condanna prematura”, mentre le “statistiche divorano i nomi” e si seminano assenze come grano. “Se dico a un figlio: ‘Sei già colpevole’, / getterà ombra su tutto ciò che crescerà”, si legge in Semi, per voce di madre, per voce di padre, poesia in forma dialogica come un’antica lauda drammatica. Certe parole, scritte sulla “carne di qualcuno”, diventano allora sale: dove cadono, “non nasce più nulla”.
“La parola è un confine”, annota Mannocchi in questo agile volume: “o custodisce / o cancella”. La memoria, a suo dire, non può e non deve consolare, ma “obbliga” a restare vigili e a non commettere gli stessi errori. “Ricordiamo / per non permettere ancora”.
"Restiamo umani" era il motto del pacifista e reporter Vittorio “Vik” Arrigoni, ucciso a Gaza nel 2011. Questo piccolo libro, commovente e amaro, vero e doloroso, cerca efficacemente di scuotere i lettori; qui la poesia non intende assolvere coscienze assopite o assuefatte a notizie su vite che diventano corpi e poi semplici numeri, ma ci chiede di prendere posizione e ci esorta a saper ancora riconoscere il nostro volto nel “volto dell’Altro”.
Francesca Mannocchi collabora da anni con numerose testate giornalistiche. Ha realizzato reportage da Iraq, Libia, Libano, Siria, Yemen, Afghanistan, Ucraina, Palestina e molti altri paesi. Ha vinto numerosi premi giornalistici; in particolare, ha diretto il documentario Isis, Tomorrow presentato alla 75ª Mostra internazionale del Cinema di Venezia e il film documentario Lirica Ucraina con cui ha vinto il David di Donatello 2025. È autrice di sei libri. Per Einaudi ha pubblicato Io Khaled vendo uomini e sono innocente (2019 e 2023), con cui ha vinto il Premio Estense, Bianco è il colore del danno (2021 e 2022) e il libro di poesie Crescere, la guerra (2026).