Davide Longo

Davide Longo Requiem di provincia


Einaudi, 2023, Collana Stile Libero Big, 496 pagine, 20 euro Romanzo | Giallo

15/03/2024 di Silvano Rubino
Ma che cos'è che mi ha conquistato in questa saga di Arcadipane, la quadrilogia che Davide Longo ha scritto con gli stessi protagonisti, il commissario Corso Bramard e l'ispettore Vincenzo Arcadipane?
Ho iniziato e non ho più smesso, uno dopo l'altro, a distanza di pochissimo tempo, sino a quest'ultimo, Requiem di provincia, uscito da poco, ma che è in realtà è un prequel di tutte le vicende raccontate nei primi quattro. 

Sarà l'ambientazione brumosa, piemontese, torinese, spesso di montagna tratteggiata con maestria impressionistica? Sarà l'alternanza di toni, tra l'umorismo quasi farsesco, incarnato dal piccolo, goffo, brutto e meridionale Arcadipane, e la malinconia quasi disperata, incarnata dall'ombroso, taciturno, un po' maledetto Bramard? Saranno i personaggi di contorno, caratteristi di spessore, la scapigliata Isa Mancini, il quasi macariesco viceispettore Pedrelli? 

Di certo non è per le trame gialle. Che, seppure ben congegnate, non sono mai davvero quello che fa scattare la voglia di leggere (almeno in me) e di proseguire nella lettura i gialli di Davide Longo. Niente più che dei whodunit, la ricerca del colpevole diventa, in tutti i cinque romanzi della saga, una ricerca dei protagonisti in se stessi, nei propri vissuti, nel dolore, nelle incertezze della vita, nell'incontro con il male, nella voglia di emergerne cercando vie di fuga.

Nessuno di questi aspetti mi ha conquistato. O meglio, anche questi. Ma quello principale è un altro. Ed è la scrittura. Longo scrive maledettamente, incredibilmente bene. È il tipo di scrittura che ognuno sogna per sé: equilibrata, capace di squarci di poesia, ma al riparo da ogni scivolamento retorico. Come dicevo, in grado di dominare tonalità diverse, di tratteggiare psicologie e paesaggi con poche pennellate. Lo dico? Lo dico: un po' come sapeva fare uno scrittore, che secondo me Longo ha letto molto, Simenon.

E infatti anche Alessandro Baricco, che è un ammiratore di Longo, cita lo scrittore belga quando dice: "quel suo scrivere che ho studiato a lungo, come potrei studiare un cocktail, e adesso credo di aver capito: due parti di Fenoglio, due di Simenon, una di Paolo Conte e cinque di Davide Longo. Aggiungere una spezia che non so (qualcosa come una goccia di disperazione, direi, ma non so) e servire. Ne butti giú uno e poi non smetti piú. Giuro".

Di Fenoglio c'è la piemontesità, c'è un'asciuttezza di sentimenti, una durezza mai crudele, sempre venata di malinconia e pietas profonda, di sentimenti che ci sono, ma si nascondono per pudore. Cito un passaggio che descrive un bar torinese: "Nella sala come sempre c’è una manciata di persone. Uomini e donne indifferenti gli uni agli altri che non sono lí per parlare, rimorchiare e neppure per bere, ma solo per essere tristi in santa pace. Gente che malgrado l’ora avrebbe pure un posto dove tornare, ma non gli basta il cuore per dire «Ho sbagliato», «Lasciami dormire» e nemmeno «Parliamone domani».” Oppure, quando parla del ruolo di poliziotti di provincia di Corso e Vincenzo: "È il mondo, quello che loro né curano né difendono, solo scortano, come fa un cane pastore con il gregge, abbaiando, facendosi il sangue amaro quando una pecora cade in un dirupo o un lupo se la piglia, buscandosi pure qualche calcio, qualche cornata e, alla fine, stando sui coglioni".

Che ne dite di uno che scrive così? Serve davvero che vi faccia la sinossi di questo prequel, intitolato Requiem di provincia? Ché uno può tranqullimente leggere come primo, se non ha letto gli altri quattro, perché racconta una vicenda del 1987, mentre tutti gli altri sono ambientati molto dopo. Bramard è ancora commissario di polizia, ma, dopo essere stato celebrato per le sue eccezionali capacità investigative, ora è caduto in disgrazia.

Accanto a lui troviamo Arcadipane, l'amico di lunga data e protetto, caratterizzato da un cinismo affettuoso e da una disarmante sincerità. Bramard, un tempo il più giovane commissario d'Italia con un tasso di successo impressionante, vive il suo momento più buio, vagando per i bar di notte, mentre Arcadipane cerca di riportarlo sulla retta via. Il whodunit è l'attentato a un importante dirigente industriale di Torino, che viene brutalmente aggredito, lasciandolo in coma. Nonostante le pressioni per attribuire l'atto a motivazioni terroristiche, Bramard indaga sugli aspetti più intimi e personali della vittima, seguendo il suo istinto. Le sue intuizioni lo portano a soluzioni inaspettate, ma a un costo personale devastante.

Insomma, questo prequel è l'occasione giusta per cominciare. Se amate la scrittura, vi assicuro che dopo non potrete più smettere. E - come me - aspetterete con ansia il prossimo capitolo della saga.

Davide Longo è nato a Carmagnola nel 1971 e vive a Torino. Tra i suoi romanzi ricordiamo Un mattino a Irgalem (Marcos y Marcos 2001, Feltrinelli 2019), Il mangiatore di pietre (Marcos y Marcos 2004, Feltrinelli 2016), L'uomo verticale (Fandango 2010, Einaudi 2022). La serie con protagonisti Vincenzo Arcadipane e Corso Bramard, che ha riscosso un grande successo di pubblico e critica, comprende finora Il caso Bramard (Feltrinelli 2014, Einaudi 2021), Le bestie giovani (Feltrinelli 2018 con il titolo Cosí giocano le bestie giovani, Einaudi 2021), Una rabbia semplice (Einaudi 2021), La vita paga il sabato (2022) e Requiem di provincia (2023).