Daniele Mencarelli

Daniele Mencarelli Tutto chiede salvezza


Ed. Mondadori - Collana: Scrittori italiani e stranieri, 2020, 204 pp., Euro18,05 Narrativa Italiana | Biografie

19/07/2020 di Laura Bianchi
Daniele Mencarelli ha vent'anni nel 1994. In un afoso pomeriggio di metà giugno, si spezza il suo fragile equilibrio, già incrinato, prostrato dall'ennesimo scenario di dolore che gli si apre davanti, durante una delle tante visite alla ricerca di clienti per la sua agenzia di assicurazioni. E il ragazzo si ritrova costretto a un TSO, nella stanza del padiglione psichiatrico di un ospedale, impregnato di sudore, dolore e rimorsi.

Tutto chiede salvezza, confessa l'io narrante; ma, aggiunge, non è possibile ottenerla, non qui, non sempre, e di sicuro non per sempre. L'ipersensibilità dell'autore, che cerca di occultare sotto una maschera di superficiale edonismo quella che pensa sia una fragilità, lo porta a scrutare, con tenacia mai doma, il mondo in cui vive, anche se esso, per una settimana, è composto da anime altrettanto fragili, e pertanto escluse dalla società dei cosiddetti sani.

Lo sguardo di Mencarelli è insieme quello di un poeta e di un anatomo patologo, quello di un figlio e di un padre, perché dei primi possiede la levità, che non è mai leggerezza, e la volontà di non arrendersi, e dei secondi ha la severa esattezza con cui descrive colpe e pene, delitti e castighi, ansie e speranze.

Lentamente, ma inesorabilmente, i due sguardi finiscono per unirsi in uno solo, che si impossessa anche del lettore, rapito da scene che sembrano tremare come foglie per un vento desiderato, o come terra scossa da un violento terremoto.

Gli odori, gli sguardi, i passi insulsi nei corridoi vuoti, il sonno che non arriva, o, se arriva, porta via senza memoria; e poi, le storie dei compagni di stanza, ognuno con la propria, pesante croce da portare, con lo stigma della diversità da sopportare, ma, anche, con un patrimonio di ricordi e di umanità: Mencarelli registra tutto, dialoghi, descrizioni minuziose, sospiri e monologhi, perfino la silenziosa, enigmatica immobilità di Alessandro, e l'eroica prova di fede di suo padre, perfino la quieta ribellione di Giorgio, che esplode furibonda a causa di un trauma mai superato, perfino la loquacità solo in apparenza frivola di Gianluca, perfino la ricerca di un nuovo nido di Mario, poeta onesto, anche lui, attirato nell'abisso dal bisogno di amore.

Sul tutto, nuove divinità insensibili, distanti, assopite anche mentre gli uomini chiedono salvezza, presiedono i medici, distratte entità devote alla medicina, disinteressate alle reali sofferenze dei loro pazienti, veramente tali, nel senso etimologico del termine, in quanto tollerano con deferenza, sudditanza e passività lo sguardo vuoto di senso di professionisti - mestieranti, che nulla possono donare, perché tutto è stato loro tolto, anch'essi vittime di sogni spezzati. Anche in questo caso, l'autore ferma ogni dettaglio senza acredine, con consapevolezza, usando una lingua esatta, in cui i codici diversi ( l'italiano burocratico e il dialetto, il gergo e i tecnicismi) si amalgano in modo mirabile.

Da quei sette giorni del giugno 1994, Mencarelli non esce guarito, perché non si guarisce, mai, dal male di vivere. Ma il suo quadernone sotto il braccio lo accompagna, lo medica, lo stimola a trovare il proprio sguardo libero, senza farsi raccontare il mondo da nessuno, come gli suggerisce Mario. Decenni dopo, l'autore  è pronto per condividere i propri ricordi con noi lettori, spingendoci a interrogarci su salute e malattia, su empatia e diversità, e a chiedere, anche noi, salvezza.