Wolfgang Fischer

Styx

Wolfgang Fischer


2018 » RECENSIONE | Drammatico
Con Susanne Wolff, Gedion Wekesa Oduor, Alexander Beyer, Inga Birkenfeld



15/11/2018 di Silvia Morganti
Un viaggio all’interno di noi stessi, un’impresa per mare, una ricerca incrociata di “paradiso” che si rivela in realtà molto più simile ad una visione infernale (come annuncia il titolo, Styx /Stige, il fiume che divide i morti dai vivi).  La solitudine della protagonista Rike - interpretata da una bravissima Susanne Wolff - si trasforma da scelta esistenziale a condizione estrema. Ma andiamo per gradi.

Il film assai interessante è costruito in maniera accurata, è del resto il frutto di nove anni di lavorazione. Un inizio immediatamente straniante mostra due situazioni: un luogo, Gibilterra, abitato da primati ‘cittadini’; un incrocio stradale a Colonia dove improvvisamente si ridisegna lo spazio attraverso un incidente che, con un’inquadratura dall’alto, ci mostra e circoscrive movimenti e presenze, in cui ognuno è nel suo ruolo che svolge alla perfezione, dal ferito al pompiere, al medico. Si tratta di realtà osservate da punti di vista diversi, anche se la macchina da presa riprende come da una distanza (di sicurezza) e non indugia su particolari.  Dopodiché si segue la protagonista, donna di grande forza e determinazione, con una sua pace interiore ben salda e dai valori certi: è la dottoressa della scena precedente. I preparativi del viaggio in solitaria per mare su di una barca a vela di dodici metri, risultano minuziosi: la protagonista è pronta ad attraversare un tragitto piuttosto lungo, misurato da ‘passi’ di compasso che si muovono su una carta geografica che inquadra il mondo (s)conosciuto al di là delle colonne d’Ercole. La sua preparazione è meticolosa, ha ottime scorte, conoscenze e strumentazione adeguate…il mare si presenta in tutta la sua meraviglia!

Il movimento segna un avvicinamento non tanto al luogo fisico, quanto al mondo interiore della persona: accade una tempesta, ma questa per quanto dura si supera con perizia. Il non-prevedibile accade dopo, nell’incontro di un’altra imbarcazione, con altre vite.  Le rotte si incrociano e si allontanano (senza più lasciarsi) per rimanerne però ‘impigliati’.

La legge del mare è salvare chiunque risulti in pericolo, che significa ‘salvarsi’, salvare se stessi e salvarsi l’un l’altro. Si scopre così il viaggio di altri in direzione “ostinata e contraria” - come dice qualcuno -, alla ricerca non di luoghi esotici (come nel caso della dottoressa), bensì di riparo e salvezza.

Non si tratta di un film semplicemente sui viaggi forzati di oggi, quelli che passano sui telegiornali o nei dossier, ma si tratta di una messa in crisi profonda che parte dall’interrogarsi su ‘Cosa fare? Quale decisione prendere? Verso quale direzione andare?’. Il senso di responsabilità e l’emozione appartengono a Rike, destinata a metterle a dura prova: la sua esistenza è segnata dall’incontro con Kingsley, un ragazzo. La salvezza è lì a poca distanza, ma non è scontata, anzi si paga a duro prezzo.

Un film accurato, dalla sceneggiatura ben scritta, girato con tecnica e capacità, privo di effetti artefatti o speciali… per questo basta la realtà! Nessuna consolazione è offerta così come nessun dettaglio superfluo. La musica è centellinata solo ad inizio e fine pellicola.

Il silenzio segna un finale...

Il film ha avuto già riconoscimenti importanti (in anteprima anche al Parlamento europeo) e si spera possa portare il pubblico ad interrogarsi su se stessi e su questo nostro mondo contemporaneo, così carico di un’umanità che fatica a trovare in ogni caso  - qualsiasi sia la direzione - risposte adeguate, parole giuste. “Mayday, mayday!”