Waititi Taika

Jojo Rabbit

Waititi Taika


2019 » RECENSIONE | Commedia | Drammatico
Con Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Sam Rockwell, Taika Waititi, Rebel Wilson



10/01/2020 di Silvia Morganti
Jojo Rabbit  è un film che parla di Storia in una maniera del tutto straniante.

Si può dare un ritmo diverso alla Storia? La si può guardare da un punto di vista minuscolo? Si possono unire fantasia e fatti storici? Si può non offendere le vittime, facendo ridere? Si può trasferire in un volto di bambino lo sguardo tragico degli eventi, il sorriso scanzonato e comico, le trepidazioni di un’infanzia interrogativa e assertiva insieme, la salvezza di sentimenti che travalicano tutto, anche lo spazio e il tempo? Si può!

Jojo Rabbit riesce nell’operazione di creare una novità assoluta nel panorama dei film storici sulla Shoah, sulla Germania nazista, sulla Seconda Guerra Mondiale. Non è la prima volta che si può guardare il Nazismo attraverso gli occhi di un bambino del tempo – molti i film da Un sacchetto di biglie al Bambino con il pigiama a righe –; non è la prima volta che Hitler entra in scena ridicolo e tragicamente comico – basterebbe ricordare Chaplin –; non è la prima volta che in un film storico i cattivi e i buoni sono divisi da una sottile linea di separazione, dove su quel ‘confine’ tutto si confonde e assume una luce diversa. Non è la prima volta, eppure con Jojo Rabbit tutto è diverso.

È sicuramente la prima volta che la musica scelta –e, dunque, il ritmo– sia un elemento talmente straniante sin dal principio, dalle prime scene, da risultare perfetta! I Beatles di I Wanna Hold Your Hand scompiglia tutto e ricompone i quadri come in un gioco studiato alla perfezione: è lì la chiave, è offerta subito, e non ti lascia più!

I piani dei discorsi si intersecano: da una parte la Storia, ma anche i film prodotti numerosi sulla questione in esame; dall’altro l’Arte, il Cinema, la finzione. I tempi per allontanare qualsiasi pericolo di cattivo gusto e confezionare minuto dopo minuto la magia dell’opera sono determinanti.

La musica è una protagonista vera, da notare e su cui interrogarsi. È protagonista stravagante così come molto altro nel film: lo è la figura della madre del bambino, Rosie (Scarlett Johansson, meravigliosa interprete);  lo è l’istruttore declassato della Gestapo (Sam Rockwell, bravissimo); lo è  l’amichetto Yorki (Archie Yates), fedele e  adorabilmente ‘infantile’; lo è un Adolf Hitler (nei panni vestiti dallo stesso Taika Waititi), amichetto immaginario, compagno assiduo di giochi e pensieri di Jojo (Roman Griffin Davis) che è cresciuto nel Nazismo e non conosce se non slogan e modelli di un certo tipo, pronto ad aiutare la causa, ma pervaso anche da qualche difficoltà ad essere parte del ‘gruppo’, la Gioventù hitleriana. Perché davanti alla dimostrazione di forza di saper uccidere un coniglio con le proprie mani, ci si può render conto che non tutto è lecito davanti al comando o non tutto vale la pena per essere incluso, per esser ‘come-gli-altri’.

La storia riguarda una Germania destinata ad essere sconfitta – “perché l’amore è la cosa più forte”, il vero antidoto – sul finire di una guerra assurda. Le persone sono coinvolte dalla storia tragica: gli ebrei sono i nemici ‘non identificati’, nascosti nel migliore dei casi; la Resistenza è impiccata sulle pubbliche piazze; le donne fanno figli per il Reich; i libri vengono messi al rogo; i controlli e le perquisizioni fanno parte della parata. Eppure tutto è diverso, altro, straniato.

Il film inizialmente spiazza, poi ti cattura e sei lì: i colori – di abiti, scarpe, interni ed esterni – hanno la funzione di dare senso a ciò che si vede; i personaggi singoli e in gruppo, protagonisti o secondari, trascinano lo spettatore accanto a se o di fronte – difficile è rimanere sulla poltrona! – a ritmo incalzante; le inquadrature sono fotografie incorniciate dagli occhi chiari di Jojo, protagonista straordinario dall’espressività magistrale.

Sarà per tutto questo che se inizialmente ti chiedi davanti a quale operazione di ricostruzione storica sei, alla fine non ti fai domande, la logica salta inesorabilmente ed è l’emozione che ti guida dritta verso il finale.

Perché alla fine la libertà si respira ballando! Tenetelo a mente.