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Terrence Malick

La sottile linea rossa

Terrence Malick


1998 » RECENSIONE | Guerra | RE-VISIONE
Con Sean Penn, Jim Caviezel, Nick Nolte, Ben Chaplin, Adrien Brody



31/07/2018 di Claudio Mariani
Opera importante anche al di là del suo valore intrinseco. Già durante la sua lavorazione era sembrato uno dei film più attesi della storia del cinema. Questo perché il suo autore, Malick, dopo gli esordi folgoranti degli anni Settanta, si era ritirato in un enigmatico esilio, dal mondo e dal lavoro. Il ritorno dopo vent’anni alla regia fu quindi un momento tanto atteso quanto importante.

Un ritorno affrontato con un genere sempre difficile, quello della guerra, ma che ha saputo regalare capolavori anche e soprattutto dagli anni 70-80 in poi. La scelta fu quella di adattare un libro di Jones, già autore di “Da qui all’eternità”, raccontando stavolta le vicende di una delle battaglie più drammatiche della storia della seconda guerra mondiale: Guadalcanal.

Sempre per l’attesa spasmodica, parecchi attori famosi si misero al servizio di Malick, ma tra rifiuti dello stesso e tagli al montaggio, non sono comunque pochi quelli rimasti impressi nella pellicola: Nick Nolte, Sean Penn, John Travolta, George Clooney, Woody Harrelson, Adrien Brody e John Cusack. A parte uno straordinario Nick Nolte nel ruolo dell’ottuso colonnello, sopra le righe ma con un equilibrio impeccabile, le sorprese sono nei meno “famosi”: Jim Caviezel e Ben Chaplin. Il primo, in particolare, protagonista principale, attraversa la guerra, tra isterismo generalizzato, ansia totale, spietatezza, con il suo sguardo pacifico verso il mondo e la sua spiritualità in perfetta simbiosi con la natura circostante. Quest’ultima ha un ruolo fondamentale nel film: la sua bellezza mozzafiato, ma anche le sue contraddizioni. Natura estremamente ostile e così stilisticamente catartica. I luoghi e gli animali ripresi a non più non posso sono parte fondamentale della storia, quasi a volerci dire che le esplosioni, le pallottole che iniziano a sfrecciare solo a un terzo dell’opera, sono parte della stessa contraddizione, questa volta tra gli uomini, anch’essi figli di madre terra.

Il messaggio, l’esplorazione dell’io e del tutto attraverso la voce fuori campo che pone domande spesso senza risposte, contrapposti a delle immagini uniche, nonché dei flash back a metà tra la realtà e il sogno, saranno la cifra stilistica di questa seconda parte della carriera del regista statunitense. Così Malick inizia a coprirci con una serie di domande senza risposte, come “Chi sei tu che vivi in così tante forme?” o “La natura compete con se stessa?”, fomentando così i nostri dubbi, già consistenti.

E il film che rimane pacato per 40 minuti, poi diviene un vero e proprio war movie pieno di azione, di tensione, di panico ma anche di una sorta di rassegnazione verso quei destini ingiustamente decisi dal caso.

La pellicola non ebbe poi al botteghino quel successo che ci si aspettava, ma è indubbio che è andata a posizionarsi nella top ten dei migliori film sull’argomento, insieme a pietre miliari come Platoon, Apocalypse now e il Cacciatore, tanto per fare i primi tre esempi che vengono in mente. Insomma, una discreta compagnia, no?



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