Scott Cooper Springsteen - Liberami dal nulla
2025 » RECENSIONE | Drammatico | Storico
Con Jeremy Allen White, Jeremy Strong, Paul Walter Hauser, Stephen Graham, Odessa Young





29/10/2025 di Autori vari
È finalmente uscito Deliver me from nowhere, il film di Scott Cooper con protagonista Jeremy Allen White, che racconta un periodo cruciale della vita non solo creativa di Bruce Springsteen. E, come accade per i film evento, Mescalina lo racconta a due voci. Eccole.
VALERIO CORBETTA
Andrebbe visto cuffie in testa, nessuno attorno, immersi nel buio totale. Va ascoltato, più che guardato. Perché è qualcosa più vicino a una confessione intima che a un film biografico, per quanto il cinema aiuti con le immagini a rafforzare quello che le parole non riescono a far sedimentare nell’anima.
Deliver me from nowhere, regia di Scott Cooper, è un pugno nello stomaco. Diretto. Secco. Da lasciarti senza fiato. Scarnifica la rock star Springsteen lasciandoci solo l’uomo Bruce, quello che lotta contro i demoni dentro di sé, il passato che non lo abbandona, il peso di un’esistenza che, dalle quattro mura domestiche di Freehold, dove la madre lo cresce proteggendolo dal padre violento e assente, passa attraverso il riscatto dato dal successo nel mondo musicale, che finisce per crollargli addosso non appena raggiunge l’apice, dove però perde i punti di riferimento. “Domani vieni a ritirarla: io so chi sei”, gli dice un venditore di auto del New Jersey: nella risposta (“Meno male che almeno tu lo sai…”) c’è il seme della nascente depressione, il buco nero dentro il quale precipita e che per due ore il regista scandaglia a fondo.
Alternanza di bianco e nero per ripescare il passato, marchiato a fuoco dal rapporto col padre, e colori vividi per caratterizzare i live in cui l’energia esplode in tutta la sua interezza (Jeremy Allen White interpreta tutti i brani avvicinandosi incredibilmente all’originale). Ma giù dal palco, nel film c’è un uomo che non parla: sussurra. La voce che ha marchiato a fuoco il doppio The River, che l’ha trasformato in un’icona (quasi) planetaria, diventa intima, si abbassa di colpo. Che stia parlando con Landau (che qui è il vero amico a cui si appoggia per non sprofondare) o con la fiamma del momento (Faye), non alza mai la voce, sembra nascondersi, voler sparire, annientarsi, cancellare la fama che lo circonda e che gli sta corrodendo l’anima.
Nasce da qui l’album Nebraska, dalla necessità di trovare una via per incanalare tutto quello che ha dentro e farlo uscire dal suo profondo senza lasciarsi trascinare nei gorghi: una parola alla volta, una strofa dopo l’altra (bellissime le modifiche ai testi scritti a mano, che passano dalla terza alla prima persona, così come il titolo, che diventa quello definitivo solo in un secondo momento), un brano che scava, racconta, analizza, studia uomini, anime e vicende, per poi esplodere nelle piste del registratore piazzato nella camera della villetta presa in affitto a Colts Neck, a due passi dal paese natio. Lui, solo, con una chitarra, un’armonica e l’aiuto di Mike Batlam per la parte tecnica e il bilanciamento umorale. Inutili i tentativi del management di intervenire sul lavoro grezzo, sporco e impreciso per tentare di trasformarlo in quel che Bruce non vuole che diventi. L’album dev’essere così: asciutto e incisivo, niente promozioni, niente tour, niente passaggi in tv, alla radio o davanti ai giornalisti. La lotta interiore si affianca a quella esteriore, ma alla fine vince la strada scelta da Springsteen. Esce così un capolavoro capace comunque di scalare le classifiche senza passare attraverso il classico lancio pubblicitario del music business.
Born in the USA resta lì, pronto, ma sullo sfondo, e dopo pochi anni cambierà per sempre la sua vita, e quella di chi gli sta attorno da sempre. Bruce diventerà la star mondiale da sold out in ogni stadio di ogni continente: ma non sarebbe stato in grado di farlo né di sopravviverci, se prima non avesse superato la profondissima crisi personale (la scena della corsa folle in auto spiega meglio di mille parole quanto vicino all’autodistruzione fosse. Così come il blocco che subisce durante il viaggio verso LA), che la sensibilità di artista trasforma nelle catartiche otto tracce di Nebraska.
Il filo che unisce i primi anni di vita, la crisi post-The River e la rinascita successiva è il rapporto col padre. Uno straordinario Stephen Graham lo caratterizza come meglio non avrebbe potuto, e Bruce alla fine del percorso supera il distacco ritrovandosi seduto sulle sue gambe in camerino, come non aveva mai fatto fino ad allora, nemmeno da bambino. Da Adam Raised a Cain a Independence Day, passando per Factory, fino alla chiusura del cerchio con My father’s house, è nella discografia di Springsteen che va ricercata la soluzione e il superamento del trauma. Ma le immagini di questa rappresentazione sul grande schermo aiutano non poco a fissarle nella mente.
Da vedere. Che si sia fan della prima ora o conoscitori superficiali della vita e dell’arte del rocker che ha accompagnato milioni di persone nell’arco di dieci lustri. Ma anche chi fosse completamente digiuno della musica di Springsteen, troverebbe il modo di riflettere sulla fragilità dell’uomo e di quante possano essere le vie d’uscita per superarla e prendere nuovo slancio.
LAURA BIANCHI
Quando, quasi due anni fa, lessi avidamente lo splendido libro di Warren Zanes, Deliver Me from Nowhere: The Making of Bruce Springsteen's Nebraska, immaginavo le scene raccontate dallo scrittore (chitarrista dei Del Fuegos, uno che di musica ne sa) come quelle di un documentario, con le voci dei testimoni a descrivere la discesa agli inferi e ritorno di uno Springsteen dilaniato da dubbi e incertezze. Ora, che il film omonimo è finalmente proiettato sui nostri schermi, ora che lo vedo recitato in versione originale da un gruppo di eccellenti attori, l'impressione è forte. Perché Cooper sceglie una strada pericolosa, ma affascinante: scantona dalla facile strada del biopic, troppo inflazionata, evita la celebrazione del mito, troppo retorica, snellisce la folta massa delle voci che ne parlano nel libro, da Berninger dei National, a Dave Alvin, Richard Thompson, Rosanne Cash, Steve Earle, per dare alla narrazione un ritmo minimalista, dimesso, antieroico. Col beneplacito di Zanes, coproduttore, e dello stesso Springsteen.
Le scene si svolgono in prevalenza in periferia, tra diner anonimi, balere scalcagnate (che poi si chiama Stone Pony, ma che diventerà mitologica solo grazie a Bruce - Re Mida), case disordinate ed esistenze che cercano a reason to believe. E il regista fa benissimo a piazzare, come collante tra questo mondo e quello della città del business, la figura del fedelissimo, sensibile, caparbio Jon Landau, che ha lo sguardo quasi infantile di Jeremy Strong, comprensivo, tollerante, il vero amico che capisce senza giudicare, ma sa intervenire al momento giusto. Poche, essenziali figure di riferimento, a sottolineare come, tanto nel tormento non solo creativo, ma esistenziale, dell'uomo Springsteen, quanto in ogni passaggio difficile di ogni vita, siano necessari la solitudine, l'isolamento, il raccoglimento in sé, costi quel che costi.
In questa prospettiva, la figura femminile che tenta di stargli vicino, che si chiama Faye (interpretata da un'intensa Odessa Young), ma che potrebbe chiamarsi Mary, Crazy Janey, Rosalita, Wendy, orfana del sogno americano, ragazza madre che vive coi genitori e fa la cameriera, riassume in una le tante ragazze che hanno scambiato "wings for wheels", sperando di fermare la fuga di Bruce, o di fuggire con lui, spingendolo invece a scavare dentro di sé, senza più correre, perché, come viene scritto nel libro, "per raccontare l'isolamento altrui doveva addentrarsi nel proprio". Così, la transizione più significativa avviene all'inizio del film, quando, alla fine del tour di The River, uno Springsteen ragazzo, esaltato e sudato, canta "Together Wendy we'll live with the sadness", perché, portandosi dietro il passato doloroso, è convinto di essere Born to Run, mentre, al termine del viaggio dentro di sé, e della narrazione di Cooper, il Bruce che vediamo, sudato e commosso, sedersi sulle ginocchia del padre (un incredibilmente convincente Stephen Graham) è un giovane uomo in via di guarigione. Dove con guarigione si intenda l'unica possibile, quando si ha a che fare con la depressione: la consapevolezza della necessità di convivere con le ombre del passato, e insieme di farsi aiutare, dismettendo i panni dell'uomo che non deve chiedere mai, dando voce a quanti soffrono per lo stigma sociale che la malattia mentale porta ancora con sé.
In questo, Jeremy Allen White ha l'umiltà e la sensibilità di giocare su un'interpretazione cangiante, che alterna scoppi d'ira a momenti di black out, come nella splendida scena, a Colts Neck, in cui ascolta a ripetizione i Suicide, la band che più ha ispirato il mood punk di Nebraska, o quella in cui lui e Landau si sdraiano a terra, ascoltando The Last Mile of the Way di Sam Cooke, mentre fa emergere la forza intima che ha tenuto insieme Springsteen, impedendogli di andare alla deriva: la fede nella propria musica. E, se Faith will be rewarded, il film si conclude con My Father's House e con il gesto forse più importante, per far pace con se stessi: far pace con il passato. La storia del ragazzo del New Jersey non è ancora finita, ma quella raccontata da Cooper si ferma qui: Nebraska è nato, i suoi personaggi vivranno per sempre. Il loro creatore ha smesso di correre. Con buona pace dei fan che si ostinano a dipingerlo ancora come il rocker invincibile, tutto bandana, corse nella notte ed eterna gioventù.
VALERIO CORBETTA
Andrebbe visto cuffie in testa, nessuno attorno, immersi nel buio totale. Va ascoltato, più che guardato. Perché è qualcosa più vicino a una confessione intima che a un film biografico, per quanto il cinema aiuti con le immagini a rafforzare quello che le parole non riescono a far sedimentare nell’anima.
Deliver me from nowhere, regia di Scott Cooper, è un pugno nello stomaco. Diretto. Secco. Da lasciarti senza fiato. Scarnifica la rock star Springsteen lasciandoci solo l’uomo Bruce, quello che lotta contro i demoni dentro di sé, il passato che non lo abbandona, il peso di un’esistenza che, dalle quattro mura domestiche di Freehold, dove la madre lo cresce proteggendolo dal padre violento e assente, passa attraverso il riscatto dato dal successo nel mondo musicale, che finisce per crollargli addosso non appena raggiunge l’apice, dove però perde i punti di riferimento. “Domani vieni a ritirarla: io so chi sei”, gli dice un venditore di auto del New Jersey: nella risposta (“Meno male che almeno tu lo sai…”) c’è il seme della nascente depressione, il buco nero dentro il quale precipita e che per due ore il regista scandaglia a fondo.
Alternanza di bianco e nero per ripescare il passato, marchiato a fuoco dal rapporto col padre, e colori vividi per caratterizzare i live in cui l’energia esplode in tutta la sua interezza (Jeremy Allen White interpreta tutti i brani avvicinandosi incredibilmente all’originale). Ma giù dal palco, nel film c’è un uomo che non parla: sussurra. La voce che ha marchiato a fuoco il doppio The River, che l’ha trasformato in un’icona (quasi) planetaria, diventa intima, si abbassa di colpo. Che stia parlando con Landau (che qui è il vero amico a cui si appoggia per non sprofondare) o con la fiamma del momento (Faye), non alza mai la voce, sembra nascondersi, voler sparire, annientarsi, cancellare la fama che lo circonda e che gli sta corrodendo l’anima.
Nasce da qui l’album Nebraska, dalla necessità di trovare una via per incanalare tutto quello che ha dentro e farlo uscire dal suo profondo senza lasciarsi trascinare nei gorghi: una parola alla volta, una strofa dopo l’altra (bellissime le modifiche ai testi scritti a mano, che passano dalla terza alla prima persona, così come il titolo, che diventa quello definitivo solo in un secondo momento), un brano che scava, racconta, analizza, studia uomini, anime e vicende, per poi esplodere nelle piste del registratore piazzato nella camera della villetta presa in affitto a Colts Neck, a due passi dal paese natio. Lui, solo, con una chitarra, un’armonica e l’aiuto di Mike Batlam per la parte tecnica e il bilanciamento umorale. Inutili i tentativi del management di intervenire sul lavoro grezzo, sporco e impreciso per tentare di trasformarlo in quel che Bruce non vuole che diventi. L’album dev’essere così: asciutto e incisivo, niente promozioni, niente tour, niente passaggi in tv, alla radio o davanti ai giornalisti. La lotta interiore si affianca a quella esteriore, ma alla fine vince la strada scelta da Springsteen. Esce così un capolavoro capace comunque di scalare le classifiche senza passare attraverso il classico lancio pubblicitario del music business.
Born in the USA resta lì, pronto, ma sullo sfondo, e dopo pochi anni cambierà per sempre la sua vita, e quella di chi gli sta attorno da sempre. Bruce diventerà la star mondiale da sold out in ogni stadio di ogni continente: ma non sarebbe stato in grado di farlo né di sopravviverci, se prima non avesse superato la profondissima crisi personale (la scena della corsa folle in auto spiega meglio di mille parole quanto vicino all’autodistruzione fosse. Così come il blocco che subisce durante il viaggio verso LA), che la sensibilità di artista trasforma nelle catartiche otto tracce di Nebraska.
Il filo che unisce i primi anni di vita, la crisi post-The River e la rinascita successiva è il rapporto col padre. Uno straordinario Stephen Graham lo caratterizza come meglio non avrebbe potuto, e Bruce alla fine del percorso supera il distacco ritrovandosi seduto sulle sue gambe in camerino, come non aveva mai fatto fino ad allora, nemmeno da bambino. Da Adam Raised a Cain a Independence Day, passando per Factory, fino alla chiusura del cerchio con My father’s house, è nella discografia di Springsteen che va ricercata la soluzione e il superamento del trauma. Ma le immagini di questa rappresentazione sul grande schermo aiutano non poco a fissarle nella mente.
Da vedere. Che si sia fan della prima ora o conoscitori superficiali della vita e dell’arte del rocker che ha accompagnato milioni di persone nell’arco di dieci lustri. Ma anche chi fosse completamente digiuno della musica di Springsteen, troverebbe il modo di riflettere sulla fragilità dell’uomo e di quante possano essere le vie d’uscita per superarla e prendere nuovo slancio.
LAURA BIANCHI
Quando, quasi due anni fa, lessi avidamente lo splendido libro di Warren Zanes, Deliver Me from Nowhere: The Making of Bruce Springsteen's Nebraska, immaginavo le scene raccontate dallo scrittore (chitarrista dei Del Fuegos, uno che di musica ne sa) come quelle di un documentario, con le voci dei testimoni a descrivere la discesa agli inferi e ritorno di uno Springsteen dilaniato da dubbi e incertezze. Ora, che il film omonimo è finalmente proiettato sui nostri schermi, ora che lo vedo recitato in versione originale da un gruppo di eccellenti attori, l'impressione è forte. Perché Cooper sceglie una strada pericolosa, ma affascinante: scantona dalla facile strada del biopic, troppo inflazionata, evita la celebrazione del mito, troppo retorica, snellisce la folta massa delle voci che ne parlano nel libro, da Berninger dei National, a Dave Alvin, Richard Thompson, Rosanne Cash, Steve Earle, per dare alla narrazione un ritmo minimalista, dimesso, antieroico. Col beneplacito di Zanes, coproduttore, e dello stesso Springsteen.
Le scene si svolgono in prevalenza in periferia, tra diner anonimi, balere scalcagnate (che poi si chiama Stone Pony, ma che diventerà mitologica solo grazie a Bruce - Re Mida), case disordinate ed esistenze che cercano a reason to believe. E il regista fa benissimo a piazzare, come collante tra questo mondo e quello della città del business, la figura del fedelissimo, sensibile, caparbio Jon Landau, che ha lo sguardo quasi infantile di Jeremy Strong, comprensivo, tollerante, il vero amico che capisce senza giudicare, ma sa intervenire al momento giusto. Poche, essenziali figure di riferimento, a sottolineare come, tanto nel tormento non solo creativo, ma esistenziale, dell'uomo Springsteen, quanto in ogni passaggio difficile di ogni vita, siano necessari la solitudine, l'isolamento, il raccoglimento in sé, costi quel che costi.
In questa prospettiva, la figura femminile che tenta di stargli vicino, che si chiama Faye (interpretata da un'intensa Odessa Young), ma che potrebbe chiamarsi Mary, Crazy Janey, Rosalita, Wendy, orfana del sogno americano, ragazza madre che vive coi genitori e fa la cameriera, riassume in una le tante ragazze che hanno scambiato "wings for wheels", sperando di fermare la fuga di Bruce, o di fuggire con lui, spingendolo invece a scavare dentro di sé, senza più correre, perché, come viene scritto nel libro, "per raccontare l'isolamento altrui doveva addentrarsi nel proprio". Così, la transizione più significativa avviene all'inizio del film, quando, alla fine del tour di The River, uno Springsteen ragazzo, esaltato e sudato, canta "Together Wendy we'll live with the sadness", perché, portandosi dietro il passato doloroso, è convinto di essere Born to Run, mentre, al termine del viaggio dentro di sé, e della narrazione di Cooper, il Bruce che vediamo, sudato e commosso, sedersi sulle ginocchia del padre (un incredibilmente convincente Stephen Graham) è un giovane uomo in via di guarigione. Dove con guarigione si intenda l'unica possibile, quando si ha a che fare con la depressione: la consapevolezza della necessità di convivere con le ombre del passato, e insieme di farsi aiutare, dismettendo i panni dell'uomo che non deve chiedere mai, dando voce a quanti soffrono per lo stigma sociale che la malattia mentale porta ancora con sé.
In questo, Jeremy Allen White ha l'umiltà e la sensibilità di giocare su un'interpretazione cangiante, che alterna scoppi d'ira a momenti di black out, come nella splendida scena, a Colts Neck, in cui ascolta a ripetizione i Suicide, la band che più ha ispirato il mood punk di Nebraska, o quella in cui lui e Landau si sdraiano a terra, ascoltando The Last Mile of the Way di Sam Cooke, mentre fa emergere la forza intima che ha tenuto insieme Springsteen, impedendogli di andare alla deriva: la fede nella propria musica. E, se Faith will be rewarded, il film si conclude con My Father's House e con il gesto forse più importante, per far pace con se stessi: far pace con il passato. La storia del ragazzo del New Jersey non è ancora finita, ma quella raccontata da Cooper si ferma qui: Nebraska è nato, i suoi personaggi vivranno per sempre. Il loro creatore ha smesso di correre. Con buona pace dei fan che si ostinano a dipingerlo ancora come il rocker invincibile, tutto bandana, corse nella notte ed eterna gioventù.