Paul Thomas Anderson

Azione

Paul Thomas Anderson Una battaglia dopo l`altra


2025 » RECENSIONE | Azione | Thriller
Con Leonardo DiCaprio, Sean Penn, Chase Infiniti, Benicio del Toro, Regina Hall, Teyana Taylor



30/09/2025 di Laura Bianchi
C'è chi dice che Una battaglia dopo l'altra, del regista di culto Paul Thomas Anderson, sia ambientato in una distopia. C'è anche chi dice che "è tratto da" Vineland, il romanzo postmodernista del 1990 di Thomas Pynchon, altro scrittore di culto, misterioso, postmoderno, anticonformista e schivo - qualcuno se lo ricorda in un episodio dei Simpson, con la testa in un sacchetto  di carta con un punto interrogativo. Niente di più sbagliato. Il regista di Licorice Pizza, Il filo nascosto e Il petroliere prende il romanzo, lo smonta, lo cambia, ci lavora per anni, e infine partorisce un'opera autonoma, creativamente brillante, dal ritmo implacabile, con attori tutti superlativi, almeno tre dei quali degni di una nomination, e forse tra questi un Oscar come attore non protagonista, quello a Sean Penn, una colonna sonora perfetta, al solito curata dall'eccelso Jonny Greenwood, che contiene, tra gli altri, anche Steely Dan, The Shirelles e Tom Petty, in un azzeccato mix di musiche originali e di canzoni parlanti: una su tutte, Ready or not (here I come) dei Jackson Five, a commentare il ritorno del protagonista alla vita di rivoluzionario, da pigro e imbelle americano medio nel quale si era trasformato.

La vicenda è poi tutt'altro che distopica, e lo dimostra il fatto che i critici statunitensi assoldati da MAGA abbiano stroncato la pellicola (adatto anche questo termine, perché uno dei formati in cui è prevista la visione è proprio VistaVision); e lo capiamo fin dalle prime scene, ambientate in un centro di detenzione per immigrati, proprio uno di quelli che continua a volere e sostenere l'attuale presidente, in cui fanno irruzione i componenti di un gruppo rivoluzionario, i French 75, tra le cui fila militano Ghetto Pat Calhoun, che poi si chiamerà Bob Ferguson (uno straordinario Leonardo DiCaprio), e Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor). Il gruppo intende colpire il cuore del potere bianco, razzista, ultraconservatore, suprematista, ipocritamente cattolico - nella storia compaiono anche i membri di una setta violenta e complottista chiamata Christmas Adventurers Club, uomini bianchi, ricchi, che si salutano inneggiando a San Nicola -, e ingaggia una lotta senza quartiere, nella quale viene coinvolto Ghetto Pat, personaggio diviso tra vaghe velleità rivoluzionarie e desiderio di una tranquilla vita familiare. Quando Perfidia dà alla luce Charlene, abbandona però Ghetto Pat con la figlia, per tornare alla lotta, mentre lui si dedica alla piccola, assumendo una nuova identità.

Ed è proprio la famiglia, in particolare il rapporto tra Pat - Bob, il padre, e Charlene, che diventa Willa, la figlia, interpretata dalla venticinquenne Chase Infiniti, l'altra probabile nomination, a essere il fulcro della seconda parte del film, ambientata sedici anni dopo.  La figlia viene inseguita e catturata da Steven Lockjaw, colonnello spietato e misogino, frangetta alla Hitler e sguardo spiritato, un indimenticabile Sean Penn (probabile Oscar),  che disegna un personaggio - carattere, riassunto dei tic e delle ossessioni suprematiste. Il padre, stordito e angosciato, vuole salvarla a tutti i costi, e perciò inizia una fuga-ricerca, rinunciando a un'esistenza in incognito, in perenne vestaglia scozzese, tra divano, alcol e canne, sulla falsariga del suo predecessore cinematografico Jeffrey Lebowski.

Il padre diviene eroe per caso, la figlia vive un coming of age necessario e brutale, e il ritmo impresso da Anderson si fa sempre più incalzante, attraversando generi e toni con una scioltezza che dimostra la sua grande padronanza del mezzo: un po' Fast and Furious, un po' Mission Impossible (del resto Tom Cruise è citato in un dialogo), un po' Il Dottor Stranamore (nella satira dei militari suprematisti), un po' Duel, un po'C'era una volta il West (soprattutto nella parte finale del racconto), ma anche Blues Brothers, quando compaiono situazioni paradossali e figure emblematiche e stratificate. Come quella di Sensei Sergio St. Carlos, un maestro di arti marziali, interpretato da un imperturbabile Benicio Del Toro, che, all'odio dei poliziotti che irrompono nel ghetto di Baktan Cross, dove abitano Bob e Willa Ferguson, risponde con la solidarietà, la lucidità e la calma zen, aiutando gli immigrati clandestini a nascondersi, e Bob a fuggire. 

Il regista muove i fili della vicenda con grande maestria, inchiodandoci alla poltrona - da vedere assolutamente al cinema, e possibilmente in versione originale -, e stimolando riflessioni profonde sulla dialettica del potere, sulla difficile integrazione tra gruppi etnici diversi, sul maschilismo, sull'uso subdolo della violenza autoritaria da parte delle istituzioni, sull'aumento del controllo della libertà individuale, ma soprattutto sulla necessità di prendere posizione.

E non è un caso che, in una scena in casa di Bob - Di Caprio, questi stia vedendo il celeberrimo La battaglia di Algeri, di Gillo Pontecorvo. Per segnalare allo spettatore che, certo, può divertirsi, empatizzare col protagonista, lasciarsi sorprendere dai colpi di scena e meravigliarsi per le trovate tecniche (occhio all'abilità con cui vengono riprese la sequenza iniziale, la fuga sui tetti di Di Caprio, o l'inseguimento finale, in una location da Oscar); ma che, comunque, deve anche pensare a come uscire dalla situazione reale, ormai non più distopica, in cui viviamo. La scena conclusiva, intima, calda di sentimenti, ci dà un suggerimento.

In questo 2025 che sta volgendo al termine, e dopo La voce di Hind Rajab, abbiamo forse trovato il film dell'anno.


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