Park Chan-wook

Drammatico

Park Chan-wook No Other Choice - Non c`è altra scelta


2025 » RECENSIONE | Drammatico | Commedia
Con Byung-Hun Lee, Ye-Jin Son, Hee-soon Park, Sung-min Lee, Yeom Hye-ran



19/01/2026 di Laura Bianchi
Un barbecue in un giardino perfettamente curato, che circonda una casa di design, con tanto di serra. Un paio di scarpe che Man-su, il marito (il prismatico Lee Byung-hun) offre in regalo a Mi-ri, la bella moglie (un'intensa Son Ye-jin). Due figli, maschio e femmina, vengono accolti nell'abbraccio della coppia, mentre, guardando in alto, nel sole, il capofamiglia confessa di essere felice. Essere e avere; essere un operaio altamente specializzato in una grande industria cartaria da venticinque anni, e avere uno stipendio alto, che gli permetta di mantenere un tenore di vita confortevole per sé e la famiglia. I due concetti si uniscono, fino a confondersi. Così, Man-su pensa veramente di essere felice, perché è un operaio specializzato, e perché ha persone e cose. Essere e possedere, nel mondo occidentale, di cui la società sudcoreana è specchio e profezia, si identificano. Ben-essere e ben-avere. Park Chan-wook, il regista di Lady Vendetta o Old Boy, torna a riflettere - e far riflettere - sui rapporti tra essere umano e sistema in cui vive, e lo fa in No Other Choice, partendo proprio da un quadro idilliaco, da pubblicità patinata, in cui tutti sono felici perché possiedono cose, siano esse altri esseri umani, automobili, cani, abbonamenti a Netflix, PC, corsi di violoncello per la figlia, cure dentistiche per un dente malato, scarpe con cui andare a scuola di ballo, lavoro.

Il dispositivo narrativo si mette in moto, come sempre accade, non quando tutto va bene, ma quando il capofamiglia viene licenziato e si danna alla ricerca di un nuovo impiego, non uno qualsiasi, ma QUELL'impiego, la stessa posizione perduta, che gli consenta di essere e di avere lo status quo ante, e lo stesso status socio economico, mentre la moglie si trova pragmaticamente un lavoro part time, riscattando una laurea messa nel cassetto per seguire i figli, i cani vengono sfrattati, il figlio va alla deriva, la figlia si irrigidisce acuendo il proprio disagio attraverso il silenzio, la casa rischia di essere pignorata e violata da acquirenti avidi e ignoranti. Non ha altra scelta, Man-su; nella sua testa, l'unica cosa da fare è eliminare i concorrenti al solo posto che lui ritiene adatto a sé, e a sé solo. Minuzioso, metodico, passa dall'accezione metaforica di eliminazione a quella fisica, e, nel realizzare il proprio progetto, perde pezzi della vita e delle relazioni. 

Tratto dal romanzo The Ax di Donald Westlake, adattato nel 2005 da Costa-Gavras con Le Couperet, ossia Cacciatore di teste, No Other Choice trasporta l'azione dalla Francia alla Corea del Sud, mantenendo intatta la potenza espressiva e simbolica, che, a distanza di vent'anni dal primo film, viene ulteriormente enfatizzata. Il regista fa di ogni inquadratura un piccolo capolavoro di fotografia, stimolando lo spettatore a cogliere, nella sovrapposizione dei piani, la molteplicità dei punti di vista, il soggettivismo delle scelte, la pluralità degli esiti possibili. Il protagonista dovrebbe essere il villain, il serial killer con cui è proibito empatizzare; invece due fattori contribuiscono a farne una maschera tragicomica, grottesca e dolente. Uno di essi è, appunto, la fotografia, che svela i retroscena dell'azione e, ampliando il raggio di visuale, aiuta lo spettatore a ricostruire una seconda verità; e l'altro è la bravura espressiva di chi interpreta Man-su, ossia Lee Byung-hun, attore feticcio di Park, che dona al volto e ai gesti nevrotici del suo personaggio una complessità spesso disturbante, perché ci insinua il dubbio che potremmo anche noi essere come lui.

Possesso e amore, vendetta e giustizia, silenzi e frasi di circostanza; il regista orchestra la duplicità delle relazioni umane portandole all'estremo, a volte alleggerendo la drammaticità con tinte caricaturali, grazie alla tecnica sublime del montaggio, come nella sequenza del primo tentativo di omicidio, una lotta a tre (Man-su, Beom-mo e la moglie di lui A-ra), corpo a corpo, in cui la musica (Red Dragonfly di Cho Yong-pil) prevale sulle parole e sulle urla con cui i personaggi esprimono ciascuno il proprio dramma, mescolando slapstick e cinema sonoro vicino al muto. Altre volte invece Park usa un registro più sommesso, eppure efficace, come quando, per suggerire la complessità dei rapporti personali, si serve di banali videochiamate, in cui chi riceve la chiamata risponde fingendo normalità, mentre, nel riflesso dello schermo - che il chiamante non vede, ma lo spettatore sì - avviene qualcosa di anomalo.

Anche i dialoghi e le transizioni sembrano evocare ambiguità e instillare dubbi: ad esempio, il protagonista racconta al figlio che suo padre era allevatore di maiali, ma si impiccò a un albero, dopo aver abbattuto gli animali a causa di un'epidemia, ma nessuno può conoscere la realtà, esattamente come il figlio racconta al padre la propria versione del furto di cui egli è colpevole; la moglie scopre che il marito si è impossessato della pistola, ma non gli dice nulla, anzi, gli dice "hai sacrificato tanto...ti sei logorato", di fatto scusandolo nel silenzio.

La macrosequenza finale, poi, è densa di passaggi e simbolismi: Man-su è al sospirato colloquio di lavoro, mentre il montaggio ci rivela il ritorno alla normalità della famiglia e il clamoroso errore giudiziario dei due investigatori, anticipando quindi il successo del colloquio; poi, i quattro sono di nuovo insieme, nel giardino, ma sotto una pioggia che bagna gli ennesimi non detti, e la figlia suona mirabilmente il violoncello davanti allo sguardo silenzioso della madre. Per concludere, Man-su è bloccato dal traffico in mezzo a camion che trasportano alberi tagliati, e infine, solo, nel buio assordante della fabbrica, controlla i robot, trasformandosi da Monsieur Verdoux nello Charlot di Tempi moderni. Stordente è anche la scelta dei titoli di coda, in cui il violoncello segue antiteticamente immagini di alberi tagliati - da macchine, non c'è traccia di presenza umana - per produrre altra carta, quasi ad anticipare la fine di Man-su, che, anche se sembra momentaneamente trionfante sull'intelligenza artificiale e sulle macchine, presto ne verrà stritolato. 
Film importante, complesso, tragicomico e amarissimo. Essere è avere? Essere, o avere?


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