Michael Engler E Deborah Kampmeier The Gilded Age 3 (serie tv)
2025 » RECENSIONE | Drammatico | Storico
Con Morgan Spector, Carrie Coon, Cynthia Nixon, Christine Baranski, Louisa Jacobson, Denée Benton, Taissa Farmiga, ecc.





16/08/2025 di Ambrosia J. S. Imbornone
È appena terminata la terza stagione dell’historical period drama The Gilded Age, trasmessa negli Stati Uniti da HBO (che lo produce) e in Italia da Sky Serie e in streaming su NOW. La serie, scritta da Julian Fellowes (Downton Abbey, Belgravia) e da Sonja Warfield, diretta da Michael Engler e Deborah Kampmeier, continua a indagare intrighi, ascese, cadute e complicazioni familiari nella New York dell’età d’oro americana, che si colloca abitualmente tra il 1875 e il 1901.
Ve lo diciamo subito: se la critica più ricorrente alla serie tv è stata quella di essere lenta, questa volta non lesina affatto colpi di scena, soprattutto a fine puntata. Ma non ci sono comunque stravolgimenti che spiazzino i fan: in questa terza stagione si seguono ancora le ambizioni del magnate George Russell e di sua moglie Bertha, coppia di punta della serie interpretata ottimamente da Morgan Spector e Carrie Coon, il primo intenzionato ad aggiudicarsi ad ogni costo i terreni della zona di Morenci in Arizona, con lo scopo di realizzare il progetto di unire con la rete ferroviaria le due coste degli Stati Uniti, e la seconda ancora concentrata sulla scalata sociale della sua famiglia, tanto da fare di tutto per favorire il matrimonio di sua figlia, la riluttante e quasi spaventata Gladys (Taissa Farmiga) con il duca di Buckingham Hector (l’inglese Ben Lamb). Ma più che nelle altre stagioni questa volta la serie spinge a interrogarsi su quali debbano essere i limiti dell’ambizione e se è giusto che possa portare addirittura a sacrificare la propria famiglia. Il personaggio di Gladys, che pure sognava un matrimonio d’amore, comunque qui tira fuori carattere ed affronta le difficoltà con forza d’animo, intelligenza e arguzia.
Se i Russell rappresentano i nuovi ricchi, dall’altra parte della barricata continua a esserci la vecchia aristocrazia newyorkese, sempre più in decadenza economicamente e/o per quanto riguarda il prestigio sociale. E qui veniamo ad altri due personaggi fondamentali dell’historical period drama, interpretati da due attrici bravissime e ben note, le due sorelle Agnes, vedova van Rhijn (Christine Baranski), donna tradizionalista energica e ironica, e la dolce e comprensiva Ada (Cynthia Nixon), sposatasi solo in tarda età e per un breve periodo con il reverendo Luke Forte (Robert Sean Leonard, che ricorderete ne L’attimo fuggente, nel Dr. House, in Molto rumore per nulla di Kenneth Branagh o ne L’età dell’innocenza): nella seconda stagione i loro ruoli economici si erano invertiti, perché la prima, padrona e amministratrice di casa, aveva perso tutte le sue ricchezze a causa di una truffa in cui era caduto il figlio Oscar (Blake Ritson), personaggio intrigante che questa volta mostra anche la sua vulnerabilità, mentre la seconda, Ada, diventata anche lei vedova, aveva scoperto di essere ricca. In questa terza stagione allora questo scambio di ruoli porta a nuovi equilibri nella società e nella casa delle due sorelle, con Mrs. Forte che acquista nuove consapevolezze e riesce anche ad influenzare maggiormente la sempre burbera Agnes. A proposito di come le strade di vecchi e nuovi ricchi si incrocino, la loro nipote Marian (Louisa Jacobson), ragazza tenera e generosa, dopo ben due delusioni, che la rendono dubbiosa e diffidente, accetta di fidanzarsi con il figlio maggiore dei Russell, il carismatico e intraprendente amico Larry (Harry Richardson). Marian rappresenta anche in questa stagione comunque la voce saggia della modernità, che vuole riflettere e valutare decisioni sul presente senza farsi condizionare da convenzioni insensate.
Infatti, ancor più che nelle altre due stagioni, qui si mostrano i tentativi di sconfiggere e superare molti pregiudizi, come quelli che gravano sulle donne divorziate (che siano causa del divorzio o lo subiscano), o che hanno già un passato amoroso, o ancora i pregiudizi sull’allargamento del suffragio alle donne, tema molto caro alla brillante scrittrice e giornalista Peggy Scott (Denée Benton), o infine i pregiudizi che dividono anche la comunità nera tra chi è nato libero e chi è un ex-schiavo (l’abolizione della schiavitù era infatti avvenuta il 6 dicembre 1865 con la ratifica del Tredicesimo emendamento della Costituzione ed era quindi ancora una realtà recente). Altri pregiudizi che creano dissapori e sofferenze sono quelli sull’omosessualità, ma anche su alcuni comportamenti maschili spesso accettati in molte epoche, ma discutibili: una possibile, episodica frequentazione di un luogo "equivoco", che è anche una casa di tolleranza, è un buon motivo per rompere un fidanzamento? Il dubbio ci insegna che comunque già a fine Ottocento, secondo gli sceneggiatori, ci si poteva ribellare a un altro luogo comune, quello che gli uomini potessero avere maggiore libertà sessuale e le donne dovessero accettarlo senza avere niente da eccepire.

The Gilded Age, già rinnovata per la quarta stagione, continua a far riflettere sul ruolo delle donne e degli uomini nella società di fine Ottocento (come di oggi), su eventuali limiti morali dell’affarismo e dell’arrivismo, sul più classico classismo e sulle differenze sociali, su come il denaro determini la posizione nella società e su come questa possa cambiare repentinamente, sulla precarietà della vita, sugli ostacoli dell’amore e sul matrimonio, sul potere dei gossip e su come si può confondere l’amore per i figli con l’amor proprio. Una serie tv avvincente, elegante, a tratti anche divertente, con ambientazioni e costumi affascinanti e curati, con un cast eccellente, dialoghi ben scritti, profondi e intelligenti, che continua a piacere perché è una produzione d’altri tempi, in cui non si lesina su niente, né sulle spese, né sullo spessore, che non scivola nella banalità o nella volgarità, che è diventata molto meno prevedibile nel tempo, per cui sorprende e commuove (il finale di stagione ha delle simmetrie calcolate e delle idee registiche che contribuiscono a renderla un gioiellino) e si fa apprezzare come un prodotto davvero di alta qualità. Ovviamente nell’ultima puntata non sono mancati nemmeno spunti da sviluppare nella prossima stagione, per cui non resta che attenderla!

Ve lo diciamo subito: se la critica più ricorrente alla serie tv è stata quella di essere lenta, questa volta non lesina affatto colpi di scena, soprattutto a fine puntata. Ma non ci sono comunque stravolgimenti che spiazzino i fan: in questa terza stagione si seguono ancora le ambizioni del magnate George Russell e di sua moglie Bertha, coppia di punta della serie interpretata ottimamente da Morgan Spector e Carrie Coon, il primo intenzionato ad aggiudicarsi ad ogni costo i terreni della zona di Morenci in Arizona, con lo scopo di realizzare il progetto di unire con la rete ferroviaria le due coste degli Stati Uniti, e la seconda ancora concentrata sulla scalata sociale della sua famiglia, tanto da fare di tutto per favorire il matrimonio di sua figlia, la riluttante e quasi spaventata Gladys (Taissa Farmiga) con il duca di Buckingham Hector (l’inglese Ben Lamb). Ma più che nelle altre stagioni questa volta la serie spinge a interrogarsi su quali debbano essere i limiti dell’ambizione e se è giusto che possa portare addirittura a sacrificare la propria famiglia. Il personaggio di Gladys, che pure sognava un matrimonio d’amore, comunque qui tira fuori carattere ed affronta le difficoltà con forza d’animo, intelligenza e arguzia.
Se i Russell rappresentano i nuovi ricchi, dall’altra parte della barricata continua a esserci la vecchia aristocrazia newyorkese, sempre più in decadenza economicamente e/o per quanto riguarda il prestigio sociale. E qui veniamo ad altri due personaggi fondamentali dell’historical period drama, interpretati da due attrici bravissime e ben note, le due sorelle Agnes, vedova van Rhijn (Christine Baranski), donna tradizionalista energica e ironica, e la dolce e comprensiva Ada (Cynthia Nixon), sposatasi solo in tarda età e per un breve periodo con il reverendo Luke Forte (Robert Sean Leonard, che ricorderete ne L’attimo fuggente, nel Dr. House, in Molto rumore per nulla di Kenneth Branagh o ne L’età dell’innocenza): nella seconda stagione i loro ruoli economici si erano invertiti, perché la prima, padrona e amministratrice di casa, aveva perso tutte le sue ricchezze a causa di una truffa in cui era caduto il figlio Oscar (Blake Ritson), personaggio intrigante che questa volta mostra anche la sua vulnerabilità, mentre la seconda, Ada, diventata anche lei vedova, aveva scoperto di essere ricca. In questa terza stagione allora questo scambio di ruoli porta a nuovi equilibri nella società e nella casa delle due sorelle, con Mrs. Forte che acquista nuove consapevolezze e riesce anche ad influenzare maggiormente la sempre burbera Agnes. A proposito di come le strade di vecchi e nuovi ricchi si incrocino, la loro nipote Marian (Louisa Jacobson), ragazza tenera e generosa, dopo ben due delusioni, che la rendono dubbiosa e diffidente, accetta di fidanzarsi con il figlio maggiore dei Russell, il carismatico e intraprendente amico Larry (Harry Richardson). Marian rappresenta anche in questa stagione comunque la voce saggia della modernità, che vuole riflettere e valutare decisioni sul presente senza farsi condizionare da convenzioni insensate.
Infatti, ancor più che nelle altre due stagioni, qui si mostrano i tentativi di sconfiggere e superare molti pregiudizi, come quelli che gravano sulle donne divorziate (che siano causa del divorzio o lo subiscano), o che hanno già un passato amoroso, o ancora i pregiudizi sull’allargamento del suffragio alle donne, tema molto caro alla brillante scrittrice e giornalista Peggy Scott (Denée Benton), o infine i pregiudizi che dividono anche la comunità nera tra chi è nato libero e chi è un ex-schiavo (l’abolizione della schiavitù era infatti avvenuta il 6 dicembre 1865 con la ratifica del Tredicesimo emendamento della Costituzione ed era quindi ancora una realtà recente). Altri pregiudizi che creano dissapori e sofferenze sono quelli sull’omosessualità, ma anche su alcuni comportamenti maschili spesso accettati in molte epoche, ma discutibili: una possibile, episodica frequentazione di un luogo "equivoco", che è anche una casa di tolleranza, è un buon motivo per rompere un fidanzamento? Il dubbio ci insegna che comunque già a fine Ottocento, secondo gli sceneggiatori, ci si poteva ribellare a un altro luogo comune, quello che gli uomini potessero avere maggiore libertà sessuale e le donne dovessero accettarlo senza avere niente da eccepire.

The Gilded Age, già rinnovata per la quarta stagione, continua a far riflettere sul ruolo delle donne e degli uomini nella società di fine Ottocento (come di oggi), su eventuali limiti morali dell’affarismo e dell’arrivismo, sul più classico classismo e sulle differenze sociali, su come il denaro determini la posizione nella società e su come questa possa cambiare repentinamente, sulla precarietà della vita, sugli ostacoli dell’amore e sul matrimonio, sul potere dei gossip e su come si può confondere l’amore per i figli con l’amor proprio. Una serie tv avvincente, elegante, a tratti anche divertente, con ambientazioni e costumi affascinanti e curati, con un cast eccellente, dialoghi ben scritti, profondi e intelligenti, che continua a piacere perché è una produzione d’altri tempi, in cui non si lesina su niente, né sulle spese, né sullo spessore, che non scivola nella banalità o nella volgarità, che è diventata molto meno prevedibile nel tempo, per cui sorprende e commuove (il finale di stagione ha delle simmetrie calcolate e delle idee registiche che contribuiscono a renderla un gioiellino) e si fa apprezzare come un prodotto davvero di alta qualità. Ovviamente nell’ultima puntata non sono mancati nemmeno spunti da sviluppare nella prossima stagione, per cui non resta che attenderla!
