Luciano Salce

IL FEDERALE

Luciano Salce


1961 » RECENSIONE | Commedia
Con Ugo Tognazzi, Georges Wilson, Gianni Agus, Elsa Vazzoler, Renzo Palmer

di Salvatore Molignano
E’ il 1961 quando Ugo Tognazzi interpreta “Il Federale”. Per l’attore, nato a Cremona nel 1922, è la grande occasione per sconfinare le ormai usuali interpretazioni comiche, e cimentarsi finalmente in un ruolo drammatico. In quell’anno Tognazzi è reduce da molti film leggeri e commerciali al fianco dello storico compagno Raimondo Vianello (entrambi avevano già lavorato dal 1954 in RAI con “Un, due, tre”, risultando una coppia di grande talento): prima di quella data, Tognazzi si limitò a interpretare con quest’ultimo dei ruoli da protagonista in film di parodia come “…a noi piace freddo!” (1960) “Psychosissimo” (1960) “Noi siamo due evasi” (1960), ma lavorò anche con il grande Totò: “Totò nella luna” (1958) e “Sua eccellenza si fermò a mangiare” (1960). Fu grazie al regista Luciano Salce e a “Il federale”, che Ugo Tognazzi potè essere inserito dalla critica nell’alveo dei grandi attori della commedia italiana, quel “penta-talenti” rappresentato da Sordi, Manfredi, Mastroianni e Gassman. Il protagonista del film si discosta alquanto dalla “macchietta” comica incarnata fino ad allora da Tognazzi: la sua arte interpretativa prese nel “federale” una drammaticità e uno spessore inedito per l’attore. Un graduato delle Brigate Nere fasciste, sperando in una promozione, si propone ai suoi superiori per riportare a Roma dall’ Abbruzzo un anziano filosofo noto per le sue posizioni antifasciste, il professor Bonafè. Nel tragitto, in sidecar, il federale dovrà vedersela con una serie di intoppi, molti dei quali derivanti dai suoi stessi commilitoni, e instaurerà di conseguenza un rapporto di amore-odio col professore, che lo compatisce con saggezza, senza mai vederlo come un nemico. Lo sfondo è quello dell’Italia ormai allo sbando del 1944, con gli Alleati ormai alle porte di Roma ed i tedeschi in fuga. Nonostante le prove evidenti del crollo del regime, la fede fascista del graduato non vacilla: egli è fermamente convinto di portare a termine la sua missione, costi quel che costi. Intanto il professor Bonafè non fa una piega, non tenta neanche di fuggire (sarà lo stesso federale a “perderlo”, è anche alquanto maldestro), ma deve sottostare ai curiosi e a volte perversi atteggiamenti di abuso del suo carceriere. Quest’ultimo arriva a Roma all’indomani della Liberazione della Capitale e non ci sarà ad accoglierlo i suoi superiori, bensì gli americani e i partigiani. Questi ultimi sono protagonisti della mitica scena finale in cui il federale è letteralmente massacrato di botte sulla pubblica piazza per vendetta, sotto gli occhi dell’inerme professore divenuto, ormai, quasi un amico del federale. Raccontando questa scena, il figlio di Ugo, Richy Tognazzi, ricorda da bambino nel vederla per la prima volta, il suo grandissimo spavento da farlo piangere, dovuto all’alto senso realista e drammatico, nonché alla sua durata, nella quale si cela la forza della sequenza. Ma “Il federale” si rammenta anche, e soprattutto, per la satira e l’ironia utilizzate nel raccontare gli eventi, caratteristica tipica di Luciano Salce, un regista cui Tognazzi deve molto. Si tratta sicuramente dell’opera più importante di Salce, ma anche della coppia di sceneggiatori Castellano e Pipolo, autori che nei successivi vent’anni, non riuscirono più a ripetersi a tali livelli, buttando al vento le loro (solo) presunte potenzialità. Le grandi qualità di attore di Ugo Tognazzi sono ben dosate nel film grazie anche alla regia, che ne trae un’interpretazione calibrata, mai fuori dalle righe, ma ricca tuttavia di sfumature. L’Italia dipinta è quella della guerra; un’Italia messa alla berlina per il suo cieco credo fascista, descritta in modo non-superficiale e con intelligenza, come vuole la tradizione della Commedia all’Italiana. (scritta nel giugno 2005)