Lars Von Trier

Lars Von Trier DOGVILLE


2003 » RECENSIONE |
Con Nicole Kidman, Paul Bettany, Lauren Bacall, Ben Gazzara

di Claudio Mariani
Spiazzante, irriverente, rivoluzionario nella forma e nei contenuti…partiamo dal fondo: rimaniamo fermi immobili dopo la fine di Dogville, non sappiamo cosa ci è successo, non riusciamo neanche a dire come e se abbiamo fagocitato il film, se ci è piaciuto, se ci ha scosso, se ci ha lasciati indifferenti, il tutto è così complicato. Forse conviene fare qualche passo indietro, fino a prima dell’uscita del film, e ancora prima, indietro di anni, all’inizio della carriera di Von Trier, fin dalle sue opere prime, passando poi per i successi di “Le onde del destino”, al suo periodo Dogma 95, al trionfo di “Dancing in the dark” e ai suoi passi falsi successivi. Ci ricordiamo le polemiche che hanno sempre accompagnato i suoi film, le accuse e le lodi di una critica spesso divisa in due tronconi, e, soprattutto, le scene di qualche spettatore pagante che esce dalla sala dopo pochi minuti per il mal di mare. Facendo parte di questa categoria, ci prendiamo una licenza letteraria e ci spogliamo del plurale maiestatis per ricompattarmi nella mia individualità, quella di uno che, benché apprezzasse il cinema dell’autore danese, aveva giurato che non avrebbe mai più guardato un film girato con la camera a mano! Avendo dei conflitti interiori ben più grandi di quanto il lettore possa pensare, ho ceduto: come potevo non tener conto delle critiche entusiaste e dell’aurea quasi magica che accompagna solamente i possibili capolavori? Senza l’ausilio di travelgum di sorta e mosso dal preciso convincimento di essere ligio al mio dovere, ho affrontato questo film, senza pregiudizi e senza sapere esattamente a cosa sarei andato incontro. Il più doveva ancora venire, mi sono imbattuto nella storia di una piccolissima comunità che accoglie una bella fuggitiva, Grace, e che impara ad accettarla, pian piano, fino a farla divenire parte di essa, salvo poi scoprire di voler pretendere sempre più da lei, finendo per stuprarla in continuazione e a tenerla in catene. Come si può notare è una storia semplice, linearmente riassunta in un periodo composto da poche frasi, tra principali e subordinate…un vero record. E come spesso succede nelle grandi storie, più semplice è la trama, e più grande è il turbinio di pensieri che lascia come una scia impalpabile nella mente dello spettatore. Questo è Dogville, è un film che ti riempie, sia visivamente, con la sua splendida costruzione, sia dal punto di vista dei contenuti. Von Trier questa volta si è superato: ha voluto giocare a fare l’autore, e ci è riuscito benissimo, riducendo la scenografia all’essenzialità estrema, su di un grosso palco teatrale, rendendo così ogni scena spoglia ma di estremo effetto visivo, quasi sublime ogni inquadratura, riuscendo in questo modo a dare corpo a un soggetto che, come già detto, più semplice non si poteva trovare. Il tocco in più è dato dalla sceneggiatura, degna di un libro, che trasforma il film in letteratura. Quindi c’è tanto in questa pellicola: teatro, letteratura, senso estetico, recitazione (non solo una grande Kidman, ma anche il resto del cast), una voce narrante in italiano perfetta (un certo Giorgio Albertazzi…) e una struttura a “capitoli” che cadenza la trama in una maniera più che originale. C’è ancora molto da dire, ma preferirei che ognuno traesse le proprie considerazioni sulla critica alla società Americana espressa dal film, su cui i media hanno intavolato discussioni su discussioni.
Insomma, ho tentato di trasferire i miei pensieri davvero confusi in questa recensione, che penso sia uscita alquanto strampalata e caotica, me ne dispiace, di più non si poteva fare, rimane solo da dire che, nonostante la camera a mano rimanga una caratteristica di Von Trier, fisicamente non sono stato assolutamente male, e nel dirvi ciò indosso nuovamente i panni del recensore “come si deve” e riprendendo il plurale maiestatis vi diciamo di andare a vedere Dogville, senza travelgum!

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