Ladj Ly

Drammatico

Ladj Ly I Miserabili


2019 » RECENSIONE | Drammatico | Azione
Con Damien Bonnard, Alexis Manenti, Djibril Zonga



14/10/2020 di Paolo Ronchetti
Non ci sono né uomini né erbe cattive, soltanto cattivi coltivatori (Victor Hugo)

Da una Francia unita nel nome della vittoria ai mondiali di calcio e che canta all’unisono la Marsigliese all’inizio di una rivolta nel giro di poche ore. Dall’abbraccio fraterno di un popolo alle lotte senza frontiere tra gruppi etnici, polizia, malviventi e Fratelli Mussulmani.

Inchioda alla sedia per tutti i suoi 100 minuti questo esordio del regista originario del Mali (classe 1980) Ladj Ly ambientato nella periferia parigina di Montfermeil, la stessa dove Victor Hugo raccontò una parte de i suoi “I Miserabili”.

Basta poco all’agente Ruiz (il nostro primo e privilegiato sguardo), appena trasferitosi dalla provincia per motivi famigliari, per capire che la complessità della vita nel quartiere - tra gang rivali, contrapposizioni etniche e religiose, giovani teppisti, poteri nascosti e il poco limpido lavoro dei suoi colleghi Chris e Gwada (i due sguardi che dovrebbero essere “esperti”) – si basa su fragili equilibri.

Basta infatti il furto di un cucciolo di leone da un circo per innescare tensioni e scatenare una guerra senza regole, confini, vecchie e nuove alleanze.  Un dedalo di relazioni che diventano e sono un dedalo di strade, caseggiati, scale, spazi sempre più labirintici e claustrofobici.

Ly in questo Les Miserables mostra un controllo totale del meccanismo filmico. Dalla sceneggiatura -complessa ma sempre fluida - alla capacità di scrittura e direzione di tutti i personaggi, anche il più piccolo, Ladj Ly dimostra talento visionario e capacità di modulare perfettamente le storie nei tempi come nei modi. Il racconto di una “guerra” tra il bene e il male in cui non si sa mai dove, questo “bene” e questo “male”, saranno posizionati. Un racconto senza sconti e senza giudizio ma senza rinunciare in qualche modo ad uno sguardo (o meglio, a una complessità di sguardi) che, ancor più che “morale” possiamo definire “politico” o, quantomeno, “sociale e antropologico”. Atto di accusa, giudizio e sguardo come il drone/occhio di Dio che dal cielo protegge con l’occhio di un bambino (il figlio del regista). Un racconto che, anche se declinato verso un apparente passato, nel finale raggiunge le vette distopiche del Ballard di Un Gioco Da Bambini.

Premio della Giuria al Festival di Cannes 2019.

Imperdibile.


Ps: Visto sia in VOS che doppiato: non c’è confronto ma il doppiaggio regge.