Josh Safdie

Drammatico

Josh Safdie Marty Supreme


2025 » RECENSIONE | Drammatico | Azione | Commedia
Con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A`zion, Kevin O`Leary, Tyler the Creator



27/01/2026 di Autori vari
LAURA BIANCHI

Nove nomination agli Oscar 2026: Miglior Film, Miglior regia, Miglior attore protagonista per Timothée Chalamet, (già premiato per il ruolo, sia ai Golden Globe sia ai Critics Choice Awards), Miglior sceneggiatura originale, oltre a Montaggio, Fotografia, Casting, Costume design, Production design. Basterebbe questo dato per fare convergere l'attenzione di tutti su Marty Supreme, il film di Josh Safdie che racconta, romanzandolo (ma non troppo), un momento della vita di Marty Reisman, un ebreo ashkenazita, campione di tennistavolo, nato poverissimo nel Lower East Side di New York e che trovò - e perse - fama, soldi e fortuna a fasi alterne, perché legò le proprie scelte a un destino di truffatore per necessità e giocatore di tennistavolo per passione, in un'America che si stava risollevando dopo la seconda guerra mondiale.

Diciamolo subito: Chalamet è attore e personaggio divisivo. C'è chi lo adora e chi lo detesta, come era successo per il giovane Di Caprio, che aveva troppo di tutto per essere amato: bellezza, talento, sfacciataggine, coraggio, dedizione, intùito per scegliere attentamente i ruoli in cui potesse primeggiare. Ma, considerando la performance in sé, scevra da antipatie preconcette o da fanatismi altrettanto insidiosi, la prova che dà in questo film è oggettivamente superlativa; ed è interessante riflettere sul fatto che il suo concorrente più titolato all'ambito premio sia proprio quel Di Caprio di cui lui si propone come ideale erede, e che ha offerto un'interpretazione eccezionale in Una battaglia dopo l'altra, altro gran film in lizza, di Paul Thomas Anderson.

Ma la dramedy in cui il genio compositivo di Safdie ci immerge ha altri riferimenti, primo tra tutti The Brutalist, che mette in scena il conflitto tra genio e potere, incarnati rispettivamente dall'immigrato ebreo Làszlò Tòth e il magnate americano Harrison Lee Van Buren; e non è un caso che, in entrambi i racconti, ci sia una scena in cui il secondo umilia pesantemente il primo, anche se, in ultima istanza, è il primo a prevalere simbolicamente sul secondo. Questo sposta in modo consistente il peso del significato dell'opera: perché, al di là del ritmo forsennato, del montaggio perfettamente concitato, dello scambio di dialoghi paradossale e delle situazioni a tratti grottesche, il regista vuole mettere in scena l'eterna lotta per la sopravvivenza, che comprende in sé ascese e cadute, alti e bassi, momentanei fallimenti e altrettanto effimeri successi, senza però che il protagonista assoluto perda di vista l'obiettivo. E l'obiettivo, in Marty, è vivere, giocare, fare soldi, tanti soldi, a qualunque costo, truffando e venendo truffato, ferendo ed essendo ferito, tradendo e diventando vittima di tradimenti, eppure continuando a correre, giocare, vincere, perdere, rivincere, e fermarsi, momentaneamente, davanti a un altro oggetto sferico che non è una pallina da ping pong: la testa di un neonato.

Attorno a lui, Safdie costruisce un'opera postmoderna, con un cast in stato di grazia - sugli scudi, una Gwyneth Paltrow à la Gloria Swanson, un cinico Abel Ferrara e un entusiasta Tyler, The Creator -, in cui la colonna sonora originale si mescola con quella "Fifties" e "Eighties" (restate fino alla fine dei titoli di coda, per capirne la ratio), a indicare che, se la vicenda si svolge nei Cinquanta del dopoguerra, è negli Ottanta dell'edonismo reaganiano che ha il proprio compimento.

La colonna sonora Eighties ha brani parlanti: da Change e Forever Young a Everybody wants to rule the world, passando per I have the touch e Everybody's got to learn sometime, indica una filosofia di street life che si adatta perfettamente a chi ha capito che, fin da quando uno spermatozoo vince in velocità la gara sugli altri, la vita è un correre, superare ostacoli, rimandare la palla a qualunque avversario ci si trovi davanti, e prepararsi alla prossima corsa, agli imprevisti, agli scherzi di un destino spesso contrario. Del resto, mentre le imperfezioni della pelle sono frutto di un trucco molto realistico, tutte le scene di gioco sono state girate da Chalamet senza ricorrere a stunt double: a sottolineare che l'attore, in comune col personaggio che interpreta, ha la dote, rarissima, della disciplina e dell'autostima a prescindere. 

La maschera di Marty - Chalamet, uno Spaccone del Terzo Millennio, che non nasconde le sue imperfezioni, i suoi occhialini - che vedono più lontano degli altri - e il corpo esile e solo apparentemente fragile, ma in realtà scattante e pronto alla perenne fuga, è specchio inverso della sua psicologia, che riflette la parte oscura di noi, quella di cui si era già accorto Machiavelli nel Principe: "Perché delli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno...". È la maschera di un sopravvivente, che trova il proprio acme nel racconto dell'ebreo Béla Kletzki, interpretato da Géza Röhrig, ispirato al tennistavolista polacco Alojzy «Alex» Ehrlich, salvato dalla camera a gas a Dachau, perché i nazisti apprezzarono le sue doti di campione. Kletzki - Ehrlich, trovato un favo, mentre era intento allo sminamento nei dintorni del lager, si spalmò il corpo di miele per nutrire i suoi compagni di baracca, che lo leccarono tutto. Un fatto reale, ma anche una metafora della forza d'animo necessaria per raggiungere gli obiettivi prefissati, non fossero altro che la momentanea sopravvivenza, non solo propria, ma altrui. 

Film leggero come una volée, pesante come una schiacciata, veloce come uno scatto, profondamente anarchico, scombinato e geniale. Dà fastidio ai metodici, agli avidi, agli inetti, agli ignavi che stanno dalla parte dei ricchi perché hanno potere, senza capire che esiste un altro potere: quello del talento. Quello di chi vuole correre la vita in modo forsennato, cambiare il mondo da bianco in arancione, e nutrire la propria ispirazione con qualsiasi mezzo. 

GIOVANNA MENTASTI (anteprima al Torino Film Festival)

Tralasciando il fatto che le peripezie di Marty sullo schermo erano un’accurata rappresentazione dei miei due giorni più inaspettatamente intensi dell’anno (non ho fatto New York-Tokyo in giornata, ma Torino-Roma sì), per cui la mia connessione spirituale con questo film era per forza di cose particolarmente intensificata, credete all’hype: Marty Supreme non è un film sul ping-pong, non è un biopic, non è nemmeno un film sullo sport in senso stretto; è il sogno di un folle che non ha nemmeno una chiara idea di cosa stia esattamente sognando, ma sa di volere sognare in grande. Marty corre così veloce da lasciare indietro se stesso, come le ombre dei personaggi dei cartoni animati, tanto è focalizzato nel raggiungere la prossima, grandiosa, invincibile, versione di sè. Con ogni successo, non importa se ottenuto per il rotto della cuffia, ingannando qualcuno, o negando la realtà dei fatti, si cementa in lui l’idea di non potere fisicamente fallire. E, come tutti gli stronzetti determinati sulla faccia della terra, convinti di avere l’universo dalla loro parte, mannaggia a lui, Marty Mauser è effettivamente infallibile. “Le “persone più brave di te” non pensano di essere meno brave di qualcuno”, mi disse una volta un amico, in un mio momento di difficoltà. Nel guardare Marty Supreme, non sono mai stata più certa di questa affermazione.