Georgia Oakley Ragione e sentimento
2026 » RECENSIONE | Drammatico | Commedia
Con Joel Edgerton, Felicity Jones





23/09/2026 di Laura Bianchi
Ragione e Sentimento nel nuovo adattamento uscirà nelle sale il 22 ottobre, ma Laura Bianchi ha potuto assistere all'anteprima organizzata da Universal al Cinema Anteo a Milano. Ecco la sua recensione.
C’era bisogno di un nuovo adattamento di Ragione e Sentimento, il primo romanzo di Jane Austen, a trentun anni di distanza dalla versione cinematografica di Ang Lee, e dopo varie serie TV ovunque nel mondo? Questo era il dubbio, prima di assistere all’anteprima del film omonimo, diretto da Georgia Oakley, e la risposta è sì, c’è bisogno della reinterpretazione di un classico, che, pur rimanendo ambientato nell’epoca in cui è stato scritto, presenta tematiche ancora contemporanee.
L’epoca del romanzo è il primo Ottocento, il 1811, e il fatto che sia stato pubblicato anonimo con “By A Lady” già la dice lunga sulla condizione femminile, in un momento storico e sociale in cui non era ammissibile che una ragazza di buona famiglia scrivesse romanzi. Austen, però, sottolinea aspetti che l’attuale reviviscenza del patriarcato, mediterraneo o meno, ha fatto tornare di stretta attualità, e che la regia di Oakley, sorretta dalla scrittura di Diana Reid, fa diventare il centro della storia. Non è quindi il caso di riassumere la trama del romanzo, né di prendere il celebre antecedente di Lee come metro di paragone, anche perché, in molte scelte, la coraggiosa regista dimostra di compiere un’opera autonoma; è più utile invece sottolineare i punti di forza della nuova versione, confrontandola con il testo austeniano e con la sua coinvolgente potenza.
Oakley si discosta dal modello - a dire il vero abbastanza stantio - del period drama, e altrettanto da quello - ancora più abusato - della moda Bridgerton, ma riprende atmosfere, immagini e suoni di opere come Ritratto della giovane in fiamme o del più recente Hamnet, nella scelta di ambientare l’azione in un’Inghilterra nebbiosa, piovosa, rurale, in cui anche Londra appare caotica, sporca e ambigua, e nel focalizzarsi sulla tematica che anche la scrittrice intendeva trasmettere: la condizione femminile nel suo conflitto con una società patriarcale, maschilista, in cui, per una donna, la precarietà finanziaria si risolveva solo col matrimonio, e di conseguenza occorreva che lei impegnasse tutte le proprie forze per conquistare un marito ricco. Le tre sorelle Dashwood, di cui due, Elinor e Marianne, “in età da marito”, infatti, ritengono assolutamente normale e logico che, alla morte del padre, l’intera eredità passi nelle mani del fratellastro, che, manipolato dalla moglie avida, disconosce persino l’intenzione paterna di donare un generoso vitalizio alla moglie e alle tre figlie e quindi intende sfrattare matrigna e sorellastre, senza mezzi. Lo straniamento, in questo caso, è esplicito, voluto, e la reazione dello spettatore viene rafforzata dal fatto che la vedova decide di lasciare con le figlie la bella tenuta nel Sussex in cui sono vissute e di partire subito per il Devon, dove le è stata offerta in affitto una casa modesta, non appena la moglie del figliastro insinua che Elinor, la figlia maggiore, intenda “irretire” (parole sue) suo fratello, Edward Ferrars, allo scopo di restare nella tenuta. Oakley inscena la decisione in modo che sia ben evidente il messaggio di Austen: la dignità e l’integrità di una persona, uomo o donna che sia, devono essere mantenute, contro la maldicenza e le insinuazioni degli altri, senza scendere a nessun compromesso.
A questo punto, il focus si sposta decisamente sulla condizione delle due sorelle, ed è qui che la bravura delle due interpreti fa spiccare la differenza di temperamento, che dà il titolo al romanzo. Elinor, la “ragionevole”, è l’attrice di Normal People Daisy Edgar-Jones, e le sua interpretazione è tutta al servizio del carattere della protagonista: lavora di sottrazione, di sguardi, turbamenti, non detto, e dona al suo personaggio coerenza e autenticità. Esmé Creed-Miles interpreta invece Marianne, la “sentimentale”, tutta impulsività, sogni romantici e slanci adolescenziali, ma in lei si sviluppa una profondità che la porta a vivere una sorta di romanzo di formazione e a cambiare prospettiva, pur mantenendo fede al proprio carattere, dopo una crisi che la allontana anche dalla sorella.
Ecco l’altro punto originale ed efficace nello script: il film mette in scena non tanto la ricerca, da parte delle due ragazze, dell’amore e di una relativa sistemazione, con ostacoli romanzeschi e colpi di scena, ma soprattutto il legame tra due donne, le sorelle - che in questo caso lo sono per famiglia, ma potrebbero esserlo anche per scelta -, che crescono e cambiano insieme, assimilando l’una alcuni aspetti dell’altra, senza snaturarsi, ma per autentica comprensione, e fronteggiando difficoltà soprattutto di ordine sociale. Loro due, insieme, rappresentano un futuro di là da venire, in cui la donna possa realizzarsi come individuo prima che come “moglie di”, in cui lo status sociale non dipenda dalla componente maschile, e in cui l’amore per un uomo sia subordinato al rispetto per se stessa.
A ribadire questa tematica cooperano diverse scelte registiche: la costumista Grace Snell, insieme alla curatrice di trucco e acconciature Nadia Stacey, premio Oscar per Poor Things!, ha lavorato per dare loro realismo e credibilità, tanto che nella vita quotidiana le donne vestono abiti stazzonati, infangati e dimessi, perché vengono colte in attività manuali, nell’orto, in cucina, i loro capelli sono spettinati, sciolti, bagnati e sporchi, e la pelle rivela imperfezioni, occhiaie, rughe e rossori. Quanto di più lontano, insomma, dallo stereotipo patinato di certi film in costume. La natura, inoltre, è rappresentata nel suo lato selvaggio, con spiagge inospitali, brughiere desolate, foreste intricate e pericolose, ma da essa si sprigiona anche una grazia minima, colta in primi piani di insetti e piccoli animali, o di alberi attraverso cui filtra la luce. Merito della fotografia di Arnaud Potier, e del taglio delle inquadrature, che rappresentano sempre i personaggi all’interno del contesto in cui si muovono, per motivarne reazioni e azioni.
La scrittura e i dialoghi, poi, sono accuratamente calibrati, per alternare momenti drammatici, che però non scadono mai nel mélo, ad altri più lievi, in cui sono le donne a esprimere il loro pensiero con sarcasmo e humour molto british. Tra loro, il ruolo più significativo spetta a una vicina, pettegola, ossessionata dal suo ruolo di “matchmaker”, ma alla fine generosa e disponibile verso le ragazze: la signora Jennings, interpretata da una Fiona Shaw in stato di grazia, che, con invidiabile energia, abdica al ruolo che l’ha resa famosa globalmente (la zia di Harry Potter, Petunia Dursley), per rendersi indimenticabile in questo.
E gli uomini? Austen di loro sottolinea la sostanziale fragilità e la dipendenza assoluta - o quasi - dai ruoli sociali che la tradizione ha loro assegnato. Oakley segue questa linea interpretativa, e i tre principali personaggi incarnano altrettante sfaccettature dell’essere uomo nell’Ottocento, validi ancor oggi. C’è Edward, inizialmente succube di un’idea fallace di onore, ma infine responsabile e deciso, e bene ha fatto George McKay a impostare tutta la recitazione come specchio di quella dell’amata Elinor, tutta reticenze e sguardi promettenti. C’è il signor Willoughby, il libertino che illude e abbandona Marianne, con lo sguardo luciferino e l’approccio vagamente punk di Frank Dillane, che riesce a dimostrare molti anni meno dei suoi 35. C’è il taciturno Colonnello Brandon, dai trascorsi misteriosi, a cui il norvegese Herbert Nordrum regala un fascino tenebroso, e che infine si rivela il più affine a Marianne, nel suo sofferto equilibrio tra ragione e sentimento, scaturito dalle esperienze vissute.
A dare suono a questo quadro ricco e complesso ha pensato la colonna sonora, che non si piega alla moda postmoderna di bridgertoniana memoria, con brani moderni ambientati nell’Ottocento, ma sceglie due direzioni: la prima, con le musiche originali di Roger Goula, che evitano la leziosità del melodramma, per costruire partiture che uniscono elettronica con pianoforte e violino, e la seconda, con brani presi direttamente dal repertorio dell’epoca, Purcell ad esempio, ma anche traditional folk, che spesso hanno una funzione diegetica, come Weep You No More, Sad Fountains oppure The True Lover’s Farewell, che dall’Inghilterra ha viaggiato fino negli Appalachi, dove Alan Lomax nel 1937 ne ha registrato alcune versioni, e che viene cantata dai personaggi in una scena. Anche le scene di ballo sono accuratamente predisposte dalla coreografa Holly Blakey, che ha lavorato anche con Florence and the Machine e Harry Styles, e che fa notare come i corpi si muovano in modo diverso a seconda dell'ambiente in cui si trovano: se in campagna c'è più immediatezza e libertà, a Londra, col Rondò di Purcell, l'etichetta irrigidisce i passi e gli sguardi, e cristallizza le forme in una condizione artificiosa e nel complesso ipocrita.
Quindi, sì, c’era bisogno di questa nuova versione di Ragione e Sentimento, grazie a una regia illuminata, che mette in luce quanto un classico come quello di Austen possa ancora parlarci e farci riflettere. Da consigliare alle giovanissime, perché possano trovare, al di là della storia d'amore avvincente, qualche spunto più profondo per continuare a resistere e per non regredire.
SPOILER PER CHI NON CONOSCESSE LA TRAMA DEL ROMANZO: Per concludere, è interessante notare che il lieto fine si ferma alla dichiarazione d'amore, e il matrimonio non viene messo in scena, altro elemento che rafforza la tesi iniziale: la felicità si conquista con il rispetto per se stessi, con l'equilibrio tra ragione e sentimento, non col raggiungimento di uno status sociale.
C’era bisogno di un nuovo adattamento di Ragione e Sentimento, il primo romanzo di Jane Austen, a trentun anni di distanza dalla versione cinematografica di Ang Lee, e dopo varie serie TV ovunque nel mondo? Questo era il dubbio, prima di assistere all’anteprima del film omonimo, diretto da Georgia Oakley, e la risposta è sì, c’è bisogno della reinterpretazione di un classico, che, pur rimanendo ambientato nell’epoca in cui è stato scritto, presenta tematiche ancora contemporanee.
L’epoca del romanzo è il primo Ottocento, il 1811, e il fatto che sia stato pubblicato anonimo con “By A Lady” già la dice lunga sulla condizione femminile, in un momento storico e sociale in cui non era ammissibile che una ragazza di buona famiglia scrivesse romanzi. Austen, però, sottolinea aspetti che l’attuale reviviscenza del patriarcato, mediterraneo o meno, ha fatto tornare di stretta attualità, e che la regia di Oakley, sorretta dalla scrittura di Diana Reid, fa diventare il centro della storia. Non è quindi il caso di riassumere la trama del romanzo, né di prendere il celebre antecedente di Lee come metro di paragone, anche perché, in molte scelte, la coraggiosa regista dimostra di compiere un’opera autonoma; è più utile invece sottolineare i punti di forza della nuova versione, confrontandola con il testo austeniano e con la sua coinvolgente potenza.
Oakley si discosta dal modello - a dire il vero abbastanza stantio - del period drama, e altrettanto da quello - ancora più abusato - della moda Bridgerton, ma riprende atmosfere, immagini e suoni di opere come Ritratto della giovane in fiamme o del più recente Hamnet, nella scelta di ambientare l’azione in un’Inghilterra nebbiosa, piovosa, rurale, in cui anche Londra appare caotica, sporca e ambigua, e nel focalizzarsi sulla tematica che anche la scrittrice intendeva trasmettere: la condizione femminile nel suo conflitto con una società patriarcale, maschilista, in cui, per una donna, la precarietà finanziaria si risolveva solo col matrimonio, e di conseguenza occorreva che lei impegnasse tutte le proprie forze per conquistare un marito ricco. Le tre sorelle Dashwood, di cui due, Elinor e Marianne, “in età da marito”, infatti, ritengono assolutamente normale e logico che, alla morte del padre, l’intera eredità passi nelle mani del fratellastro, che, manipolato dalla moglie avida, disconosce persino l’intenzione paterna di donare un generoso vitalizio alla moglie e alle tre figlie e quindi intende sfrattare matrigna e sorellastre, senza mezzi. Lo straniamento, in questo caso, è esplicito, voluto, e la reazione dello spettatore viene rafforzata dal fatto che la vedova decide di lasciare con le figlie la bella tenuta nel Sussex in cui sono vissute e di partire subito per il Devon, dove le è stata offerta in affitto una casa modesta, non appena la moglie del figliastro insinua che Elinor, la figlia maggiore, intenda “irretire” (parole sue) suo fratello, Edward Ferrars, allo scopo di restare nella tenuta. Oakley inscena la decisione in modo che sia ben evidente il messaggio di Austen: la dignità e l’integrità di una persona, uomo o donna che sia, devono essere mantenute, contro la maldicenza e le insinuazioni degli altri, senza scendere a nessun compromesso.
A questo punto, il focus si sposta decisamente sulla condizione delle due sorelle, ed è qui che la bravura delle due interpreti fa spiccare la differenza di temperamento, che dà il titolo al romanzo. Elinor, la “ragionevole”, è l’attrice di Normal People Daisy Edgar-Jones, e le sua interpretazione è tutta al servizio del carattere della protagonista: lavora di sottrazione, di sguardi, turbamenti, non detto, e dona al suo personaggio coerenza e autenticità. Esmé Creed-Miles interpreta invece Marianne, la “sentimentale”, tutta impulsività, sogni romantici e slanci adolescenziali, ma in lei si sviluppa una profondità che la porta a vivere una sorta di romanzo di formazione e a cambiare prospettiva, pur mantenendo fede al proprio carattere, dopo una crisi che la allontana anche dalla sorella.
Ecco l’altro punto originale ed efficace nello script: il film mette in scena non tanto la ricerca, da parte delle due ragazze, dell’amore e di una relativa sistemazione, con ostacoli romanzeschi e colpi di scena, ma soprattutto il legame tra due donne, le sorelle - che in questo caso lo sono per famiglia, ma potrebbero esserlo anche per scelta -, che crescono e cambiano insieme, assimilando l’una alcuni aspetti dell’altra, senza snaturarsi, ma per autentica comprensione, e fronteggiando difficoltà soprattutto di ordine sociale. Loro due, insieme, rappresentano un futuro di là da venire, in cui la donna possa realizzarsi come individuo prima che come “moglie di”, in cui lo status sociale non dipenda dalla componente maschile, e in cui l’amore per un uomo sia subordinato al rispetto per se stessa.
A ribadire questa tematica cooperano diverse scelte registiche: la costumista Grace Snell, insieme alla curatrice di trucco e acconciature Nadia Stacey, premio Oscar per Poor Things!, ha lavorato per dare loro realismo e credibilità, tanto che nella vita quotidiana le donne vestono abiti stazzonati, infangati e dimessi, perché vengono colte in attività manuali, nell’orto, in cucina, i loro capelli sono spettinati, sciolti, bagnati e sporchi, e la pelle rivela imperfezioni, occhiaie, rughe e rossori. Quanto di più lontano, insomma, dallo stereotipo patinato di certi film in costume. La natura, inoltre, è rappresentata nel suo lato selvaggio, con spiagge inospitali, brughiere desolate, foreste intricate e pericolose, ma da essa si sprigiona anche una grazia minima, colta in primi piani di insetti e piccoli animali, o di alberi attraverso cui filtra la luce. Merito della fotografia di Arnaud Potier, e del taglio delle inquadrature, che rappresentano sempre i personaggi all’interno del contesto in cui si muovono, per motivarne reazioni e azioni.
La scrittura e i dialoghi, poi, sono accuratamente calibrati, per alternare momenti drammatici, che però non scadono mai nel mélo, ad altri più lievi, in cui sono le donne a esprimere il loro pensiero con sarcasmo e humour molto british. Tra loro, il ruolo più significativo spetta a una vicina, pettegola, ossessionata dal suo ruolo di “matchmaker”, ma alla fine generosa e disponibile verso le ragazze: la signora Jennings, interpretata da una Fiona Shaw in stato di grazia, che, con invidiabile energia, abdica al ruolo che l’ha resa famosa globalmente (la zia di Harry Potter, Petunia Dursley), per rendersi indimenticabile in questo.
E gli uomini? Austen di loro sottolinea la sostanziale fragilità e la dipendenza assoluta - o quasi - dai ruoli sociali che la tradizione ha loro assegnato. Oakley segue questa linea interpretativa, e i tre principali personaggi incarnano altrettante sfaccettature dell’essere uomo nell’Ottocento, validi ancor oggi. C’è Edward, inizialmente succube di un’idea fallace di onore, ma infine responsabile e deciso, e bene ha fatto George McKay a impostare tutta la recitazione come specchio di quella dell’amata Elinor, tutta reticenze e sguardi promettenti. C’è il signor Willoughby, il libertino che illude e abbandona Marianne, con lo sguardo luciferino e l’approccio vagamente punk di Frank Dillane, che riesce a dimostrare molti anni meno dei suoi 35. C’è il taciturno Colonnello Brandon, dai trascorsi misteriosi, a cui il norvegese Herbert Nordrum regala un fascino tenebroso, e che infine si rivela il più affine a Marianne, nel suo sofferto equilibrio tra ragione e sentimento, scaturito dalle esperienze vissute.
A dare suono a questo quadro ricco e complesso ha pensato la colonna sonora, che non si piega alla moda postmoderna di bridgertoniana memoria, con brani moderni ambientati nell’Ottocento, ma sceglie due direzioni: la prima, con le musiche originali di Roger Goula, che evitano la leziosità del melodramma, per costruire partiture che uniscono elettronica con pianoforte e violino, e la seconda, con brani presi direttamente dal repertorio dell’epoca, Purcell ad esempio, ma anche traditional folk, che spesso hanno una funzione diegetica, come Weep You No More, Sad Fountains oppure The True Lover’s Farewell, che dall’Inghilterra ha viaggiato fino negli Appalachi, dove Alan Lomax nel 1937 ne ha registrato alcune versioni, e che viene cantata dai personaggi in una scena. Anche le scene di ballo sono accuratamente predisposte dalla coreografa Holly Blakey, che ha lavorato anche con Florence and the Machine e Harry Styles, e che fa notare come i corpi si muovano in modo diverso a seconda dell'ambiente in cui si trovano: se in campagna c'è più immediatezza e libertà, a Londra, col Rondò di Purcell, l'etichetta irrigidisce i passi e gli sguardi, e cristallizza le forme in una condizione artificiosa e nel complesso ipocrita.
Quindi, sì, c’era bisogno di questa nuova versione di Ragione e Sentimento, grazie a una regia illuminata, che mette in luce quanto un classico come quello di Austen possa ancora parlarci e farci riflettere. Da consigliare alle giovanissime, perché possano trovare, al di là della storia d'amore avvincente, qualche spunto più profondo per continuare a resistere e per non regredire.
SPOILER PER CHI NON CONOSCESSE LA TRAMA DEL ROMANZO: Per concludere, è interessante notare che il lieto fine si ferma alla dichiarazione d'amore, e il matrimonio non viene messo in scena, altro elemento che rafforza la tesi iniziale: la felicità si conquista con il rispetto per se stessi, con l'equilibrio tra ragione e sentimento, non col raggiungimento di uno status sociale.