Chloé Zhao Hamnet - Nel nome del figlio
2025 » RECENSIONE | Drammatico | Storico
Con Jessie Buckley, Paul Mescal, Emily Watson, Joe Alwyn, Jacobi Jupe, Noah Jupe





11/02/2026 di Laura Bianchi
Termina la proiezione dell'ultimo film di Chloé Zhao, Hamnet (mi rifiuto di aggiungere l'inutile sottotitolo italiano), distribuito da Universal; e mi dico che raramente mi è capitato di desiderare ardentemente di rivederlo, subito, per comprenderne tutte le sfumature, per immergermi nell'atmosfera che crea, per percepire la profonda bellezza del suo incipit alla luce di quanto avviene in seguito, per vibrare delle voci dei suoi attori (versione originale, mi raccomando!) e dell'intensità dei loro sguardi parlanti.
La lettura dell'omonimo romanzo della nordirlandese Maggie O'Farrell, che nel 2020 vinse numerosi premi, mi aveva aiutata nell'avvicinarmi all'opera della regista cinoamericana, anche perché la scrittrice figura come co-sceneggiatrice, e, per una volta, è possibile affermare che il libro non è meglio del film, poiché il secondo rappresenta, in modo sublime e sinestetico, tutti i rumori, i sapori, le immagini, gli sguardi, gli odori, le consistenze tattili che il primo riesce solo a evocare.
Stavolta l'immaginazione del lettore non risulta sovrastata dalla messa in scena del testo, perché le due autrici della sceneggiatura sono riuscite a immergere lo spettatore in un mondo remoto, sospeso, composto di minimi dettagli, che si colgono singolarmente e compongono un quadro più vasto, come avviene con lo stormire degli alberi della foresta primordiale in cui, nella prima scena, vediamo muoversi la protagonista, Agnes (o Anna) Hathaway, futura moglie di William Shakespeare, una straordinaria Jessie Buckley (il mio personale Oscar come migliore attrice protagonista).
Ed è un mondo ancestrale, un piccolo villaggio di case diroccate, di strade di fango, circondato, quasi assediato dalla natura, dagli alberi, nell'incavo dei quali si può partorire, dalle erbe, che Agnes manipola per curare e guarire, o dagli uccelli, messaggeri misteriosi tra cielo e terra, come il gheppio che segue Agnes e di cui ascoltiamo il vorace becchettio. E ancestrale, misteriosa e istintiva è la passione silenziosa che attrae la donna al giovane Will, cambiando per sempre la vita di entrambi e la storia della letteratura mondiale.
La foresta, che fa da sfondo ai primi incontri tra i due innamorati, è la stessa che si vede riprodotta nel fondale della scena che Shakespeare allestisce per una delle sue commedie, e il lutto che li colpisce - la morte dell'unico figlio maschio, il vivace e brillante Hamnet - può essere non certo superato, ma almeno purificato e attraversato, solo grazie alla catarsi evocata dalla rappresentazione di Amleto. Qui Will diviene padre e figlio, autore e regista, e, nell'interpretazione dell'attore a cui Will affida la parte di Amleto, i due genitori orfani di figlio (l'oscenità della perdita di un figlio non trova una definizione nella nostra lingua) incrociano il loro destino e il pallido riflesso della sua comprensione. Per lasciare che il piccolo, grande, coraggioso Hamnet si incammini verso il buio dell'eternità, come nel monumento funebre a Maria Cristina d'Austria, del Canova.
Zhao non indulge alla tanto abusata pornografia del dolore, ma affida alla rabbiosa visceralità di una Buckley perennemente vestita di rosso sangue il compito di incarnare l'archetipo di tutte le matres dolorosae della storia, a un Mescal incomprensibilmente escluso dagli Oscar quello di farci sentire più vicino e fragile il genio del Bardo, e ai due bravissimi fratelli Jacobi e Noah Jupe quello di comunicarci rispettivamente lo slancio vitale e altruistico del figlio, e la profondità dell'attore che sa come farsi tramite tra il proprio corpo e le parole immortali della poesia, e tra queste e le sofferenze degli spettatori, in un'ideale catena umana, come suggerisce l'indimenticabile scena finale.
Perché i due Hamnet, romanzo e film, non hanno come protagonista Hamnet, né Amleto, ma la Madre e la Vita, l'Amore e la Morte, Eros e Thanatos; e il Teatro, la Parola, il loro stretto rapporto, che sia nell'antica Grecia, nell'Inghilterra elisabettiana, nei nostri giorni, possono dare voce alla nostra eterna ricerca di senso, e cercare di lenire il dolore impotente. Zhao dimostra che il Cinema può rendere omaggio al Teatro: mi auguro che le otto nomination agli Oscar possano diventare premi.
Il resto è silenzio.
La lettura dell'omonimo romanzo della nordirlandese Maggie O'Farrell, che nel 2020 vinse numerosi premi, mi aveva aiutata nell'avvicinarmi all'opera della regista cinoamericana, anche perché la scrittrice figura come co-sceneggiatrice, e, per una volta, è possibile affermare che il libro non è meglio del film, poiché il secondo rappresenta, in modo sublime e sinestetico, tutti i rumori, i sapori, le immagini, gli sguardi, gli odori, le consistenze tattili che il primo riesce solo a evocare.
Stavolta l'immaginazione del lettore non risulta sovrastata dalla messa in scena del testo, perché le due autrici della sceneggiatura sono riuscite a immergere lo spettatore in un mondo remoto, sospeso, composto di minimi dettagli, che si colgono singolarmente e compongono un quadro più vasto, come avviene con lo stormire degli alberi della foresta primordiale in cui, nella prima scena, vediamo muoversi la protagonista, Agnes (o Anna) Hathaway, futura moglie di William Shakespeare, una straordinaria Jessie Buckley (il mio personale Oscar come migliore attrice protagonista).
Ed è un mondo ancestrale, un piccolo villaggio di case diroccate, di strade di fango, circondato, quasi assediato dalla natura, dagli alberi, nell'incavo dei quali si può partorire, dalle erbe, che Agnes manipola per curare e guarire, o dagli uccelli, messaggeri misteriosi tra cielo e terra, come il gheppio che segue Agnes e di cui ascoltiamo il vorace becchettio. E ancestrale, misteriosa e istintiva è la passione silenziosa che attrae la donna al giovane Will, cambiando per sempre la vita di entrambi e la storia della letteratura mondiale.
La foresta, che fa da sfondo ai primi incontri tra i due innamorati, è la stessa che si vede riprodotta nel fondale della scena che Shakespeare allestisce per una delle sue commedie, e il lutto che li colpisce - la morte dell'unico figlio maschio, il vivace e brillante Hamnet - può essere non certo superato, ma almeno purificato e attraversato, solo grazie alla catarsi evocata dalla rappresentazione di Amleto. Qui Will diviene padre e figlio, autore e regista, e, nell'interpretazione dell'attore a cui Will affida la parte di Amleto, i due genitori orfani di figlio (l'oscenità della perdita di un figlio non trova una definizione nella nostra lingua) incrociano il loro destino e il pallido riflesso della sua comprensione. Per lasciare che il piccolo, grande, coraggioso Hamnet si incammini verso il buio dell'eternità, come nel monumento funebre a Maria Cristina d'Austria, del Canova.
Zhao non indulge alla tanto abusata pornografia del dolore, ma affida alla rabbiosa visceralità di una Buckley perennemente vestita di rosso sangue il compito di incarnare l'archetipo di tutte le matres dolorosae della storia, a un Mescal incomprensibilmente escluso dagli Oscar quello di farci sentire più vicino e fragile il genio del Bardo, e ai due bravissimi fratelli Jacobi e Noah Jupe quello di comunicarci rispettivamente lo slancio vitale e altruistico del figlio, e la profondità dell'attore che sa come farsi tramite tra il proprio corpo e le parole immortali della poesia, e tra queste e le sofferenze degli spettatori, in un'ideale catena umana, come suggerisce l'indimenticabile scena finale.
Perché i due Hamnet, romanzo e film, non hanno come protagonista Hamnet, né Amleto, ma la Madre e la Vita, l'Amore e la Morte, Eros e Thanatos; e il Teatro, la Parola, il loro stretto rapporto, che sia nell'antica Grecia, nell'Inghilterra elisabettiana, nei nostri giorni, possono dare voce alla nostra eterna ricerca di senso, e cercare di lenire il dolore impotente. Zhao dimostra che il Cinema può rendere omaggio al Teatro: mi auguro che le otto nomination agli Oscar possano diventare premi.
Il resto è silenzio.