Franco Maresco Un film fatto per Bene
» RECENSIONE | Documentario | Commedia
Con Umberto Cantone, Bernardo Greco, Francesco Conticelli, Marco Alessi, Francesco Puma, Antonio Rezza





23/09/2025 di Laura Bianchi
"Vedo che siete pochi spettatori, vi hanno chiamati eroici prima. Ecco, questa atmosfera malinconica credo sia perfetta per vedere il mio film...". In una sala semivuota, in una città alluvionata, siamo in qualche decina ad ascoltare Franco Maresco che introduce, in collegamento da Palermo, il suo nuovo lavoro, Un film fatto per Bene, presentato all'ultima Mostra del Cinema di Venezia. Ritrovo subito in lui lo sguardo acuto e lucido, il sarcasmo corrosivo, la sincerità travestita da cinismo, il coraggio mitigato dal disincanto, che me lo avevano fatto amare, con Daniele Ciprì, il sodale di quegli anni, ai tempi di Cinico TV, quando la Rai trasmetteva, in fascia non protetta, le immagini in bianco e nero di corpi sfatti, di volti rugosi, di bocche sdentate, sullo sfondo di una Palermo devastata dalla speculazione edilizia. Quegli interventi avevano scosso la mia immaginazione di trentenne con forse troppe certezze, e avevano da allora costituito una sorta di punto di non ritorno, in quegli inizi degli anni Novanta, così lacerati dal sangue, che il glitter berlusconiano cercava di occultare.
Per questo, e per altri motivi, il film indefinibile del regista palermitano (mockumentary? saggio visivo sulla morte del cinema? metanarrazione? autobiografia? strumento psicanalitico? commedia di costume? lasciamoli agli altri, questi sforzi) vuole sembrare altro da sé, nel suo complesso sistema di scatole cinesi, nel suo gioco di specchi, ma di quelli deformanti, in un percorso che attira lo spettatore come in un tunnel - non si sa se degli orrori o dell'amore -, e non lo lascia finché non lo porta, letteralmente, tra le nuvole. In sintesi: Maresco vuole realizzare un film su Carmelo Bene, o più precisamente sul momento in cui Bene aveva scritto una sceneggiatura sul "santo volante" San Giuseppe Desa da Copertino, ma le lungaggini sul set, causate dal suo disturbo ossessivo compulsivo e da vari incidenti, portano a uno scontro insanabile con la produzione e alla sparizione del regista, che si rifugia in un luogo inaspettato.
Una favola nera, una "quête", che trasforma Maresco nell'eroe magico da trovare, per recuperare un senso e salvarsi; e della favola abbiamo tutti i protagonisti. L'amico Umberto Cantone è l'eroe aiutante, ora malinconico, ora ironico, ora velleitario, che cerca di dipanare la matassa della storia, interpellando i testimoni, che a volte raccontano, altre vengono solo evocati nel suo ricordo; nella parte on the road della storia, è affiancato da un Sancho Panza improbabile, l'autista (Francesco Conticelli) che conclude in ogni frase con "sia gloria a Dio, sia gloria al Signore, Alleluia", sul sottofondo di una delle tante radio paracristiane che intasano l'etere. Ed è proprio Cantone a costituire il tramite per ricostruire la storia del regista, dagli esordi con Ciprì, allo scandalo di Totò che visse due volte, alla denuncia profetica di Belluscone, in due flash back geniali.
Ci sono poi i cattivi-ma-non-troppo, incarnati nelle figure dello staff e della produzione, inizialmente pazienti, poi increduli, infine esasperati dalle continue richieste del regista, e che decidono di fermare le riprese: ma del produttore della Lucky Red Andrea Occhipinti, presente stasera in collegamento da Roma, nel film sentiamo solo la voce, entità apparentemente onnipotente, ma impotente nell'arginare le ossessioni del regista, e anche lui vittima di una logica industriale che riduce i budget per i film artistici, per privilegiare quelli commerciali.
C'è il gruppo di figure che interagiscono con l'eroe protagonista: lo ispirano (Bernardo Greco, dallo sguardo da ultimo pasoliniano e dalle imitazioni esilaranti della voce di Sandro Ciotti), lo fronteggiano (uno straordinario Antonio Rezza, la Morte della partita a scacchi in bianco e nero, evidente parodia del Settimo Sigillo di Bergman), lo disgustano (Francesco Puma, wannabe Marzullo - demolito con impietosa lucidità - che Maresco si diverte a tormentare sadicamente) o lo seguono cauti a distanza, con perplessa ammirazione, come gli attori dell'estenuante scena del pranzo con un sosia di Bene, che rivelano le manie del regista, o quelli a cui egli dice che devono "de-pensare".
E sembra mancare la figura femminile, ma solo se la si vuole inserire negli stereotipi che ne impongono la presenza sotto forma di musa, fata o figura da salvare. Invece vengono presentate due donne fondamentali e forti: la sceneggiatrice Claudia Uzzo, onnipresente nella storia e su ogni set, e, in un fermo immagine memorabile, la fotografa Letizia Battaglia, il cui lavoro eccelso ha sicuramente ispirato quello di Maresco, e non solo.
Sul tutto, un montaggio implacabile, che avvince, spiazza, sollecita l'intelligenza dello spettatore, in un ultimo, scettico - o cinico? - tentativo di resuscitare un senso critico moribondo; una colonna sonora coltissima, che sia originale (di Salvatore Bonafede), o presa da Bach, Louis Prima o Kid Ory (la beffarda Sheik Of Araby dei titoli di coda); una luce cangiante, dalla saturazione al chiaroscuro, splendidamente fotografata da Alessandro Abate, che coglie le stesse rughe, le bocche sdentate, i corpi deformi, le periferie palermitane violentate di Cinico TV, restituendo loro forza e dignità. Il tutto al servizio del racconto di un "filmicidio", che, in una società che ha perso il senso del sacro, non dissacra più, ma sceglie la strada dell'anarchia.
Maresco è un nichilista eroico. Come noi, questa sera, sparuti spettatori di un film che non si può definire né raccontare, ma che ci porta, inesorabilmente, a fare i conti non solo con la nostra idea di cinema, ma anche con la nostra idea di mondo. Che, forse, sono proprio la stessa cosa.
Per questo, e per altri motivi, il film indefinibile del regista palermitano (mockumentary? saggio visivo sulla morte del cinema? metanarrazione? autobiografia? strumento psicanalitico? commedia di costume? lasciamoli agli altri, questi sforzi) vuole sembrare altro da sé, nel suo complesso sistema di scatole cinesi, nel suo gioco di specchi, ma di quelli deformanti, in un percorso che attira lo spettatore come in un tunnel - non si sa se degli orrori o dell'amore -, e non lo lascia finché non lo porta, letteralmente, tra le nuvole. In sintesi: Maresco vuole realizzare un film su Carmelo Bene, o più precisamente sul momento in cui Bene aveva scritto una sceneggiatura sul "santo volante" San Giuseppe Desa da Copertino, ma le lungaggini sul set, causate dal suo disturbo ossessivo compulsivo e da vari incidenti, portano a uno scontro insanabile con la produzione e alla sparizione del regista, che si rifugia in un luogo inaspettato.
Una favola nera, una "quête", che trasforma Maresco nell'eroe magico da trovare, per recuperare un senso e salvarsi; e della favola abbiamo tutti i protagonisti. L'amico Umberto Cantone è l'eroe aiutante, ora malinconico, ora ironico, ora velleitario, che cerca di dipanare la matassa della storia, interpellando i testimoni, che a volte raccontano, altre vengono solo evocati nel suo ricordo; nella parte on the road della storia, è affiancato da un Sancho Panza improbabile, l'autista (Francesco Conticelli) che conclude in ogni frase con "sia gloria a Dio, sia gloria al Signore, Alleluia", sul sottofondo di una delle tante radio paracristiane che intasano l'etere. Ed è proprio Cantone a costituire il tramite per ricostruire la storia del regista, dagli esordi con Ciprì, allo scandalo di Totò che visse due volte, alla denuncia profetica di Belluscone, in due flash back geniali.
Ci sono poi i cattivi-ma-non-troppo, incarnati nelle figure dello staff e della produzione, inizialmente pazienti, poi increduli, infine esasperati dalle continue richieste del regista, e che decidono di fermare le riprese: ma del produttore della Lucky Red Andrea Occhipinti, presente stasera in collegamento da Roma, nel film sentiamo solo la voce, entità apparentemente onnipotente, ma impotente nell'arginare le ossessioni del regista, e anche lui vittima di una logica industriale che riduce i budget per i film artistici, per privilegiare quelli commerciali.
C'è il gruppo di figure che interagiscono con l'eroe protagonista: lo ispirano (Bernardo Greco, dallo sguardo da ultimo pasoliniano e dalle imitazioni esilaranti della voce di Sandro Ciotti), lo fronteggiano (uno straordinario Antonio Rezza, la Morte della partita a scacchi in bianco e nero, evidente parodia del Settimo Sigillo di Bergman), lo disgustano (Francesco Puma, wannabe Marzullo - demolito con impietosa lucidità - che Maresco si diverte a tormentare sadicamente) o lo seguono cauti a distanza, con perplessa ammirazione, come gli attori dell'estenuante scena del pranzo con un sosia di Bene, che rivelano le manie del regista, o quelli a cui egli dice che devono "de-pensare".
E sembra mancare la figura femminile, ma solo se la si vuole inserire negli stereotipi che ne impongono la presenza sotto forma di musa, fata o figura da salvare. Invece vengono presentate due donne fondamentali e forti: la sceneggiatrice Claudia Uzzo, onnipresente nella storia e su ogni set, e, in un fermo immagine memorabile, la fotografa Letizia Battaglia, il cui lavoro eccelso ha sicuramente ispirato quello di Maresco, e non solo.
Sul tutto, un montaggio implacabile, che avvince, spiazza, sollecita l'intelligenza dello spettatore, in un ultimo, scettico - o cinico? - tentativo di resuscitare un senso critico moribondo; una colonna sonora coltissima, che sia originale (di Salvatore Bonafede), o presa da Bach, Louis Prima o Kid Ory (la beffarda Sheik Of Araby dei titoli di coda); una luce cangiante, dalla saturazione al chiaroscuro, splendidamente fotografata da Alessandro Abate, che coglie le stesse rughe, le bocche sdentate, i corpi deformi, le periferie palermitane violentate di Cinico TV, restituendo loro forza e dignità. Il tutto al servizio del racconto di un "filmicidio", che, in una società che ha perso il senso del sacro, non dissacra più, ma sceglie la strada dell'anarchia.
Maresco è un nichilista eroico. Come noi, questa sera, sparuti spettatori di un film che non si può definire né raccontare, ma che ci porta, inesorabilmente, a fare i conti non solo con la nostra idea di cinema, ma anche con la nostra idea di mondo. Che, forse, sono proprio la stessa cosa.