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Daniele Ciprì, Franco Maresco

TOTò CHE VISSE DUE VOLTE

Daniele Ciprì, Franco Maresco


1998 » RECENSIONE | Grottesco
Con Salvatore Gattuso, Camillo Conti, Carlo Girodano, Marcello Miranda, Fortrunato Cirrincione, Pietro Arcidiacono

di Salvatore Molignano
Potrà piacere o meno, ma quando si parla di crisi del cinema, intesa come arte, è difficile non ritenere, e soprattutto sperare, che i discussi film di Ciprì e Maresco possano essere considerati come una sorta di spiraglio, un viatico verso qualcosa che si possa ancora chiamare cinema “d’autore”. Fatto salvo che ognuno, in coscienza, può ritenere dopo aver visto l’ opera dei due registi provenienti da Palermo (vedi alla voce: Rione Brancaccio), diventati famosi con “Cinico tv” su Rai Tre, indecente e blasfema. Se è vero che tutto ciò che l’uomo crea, in fondo, non è altro che frutto della sua esperienza umana e della sua “educazione” sentimentale e sociale, come si potrebbero definire i prodotti dei due registi? Ci piace pensare che, al di là di tutto, il film non sia piaciuto ai più per motivi artistici, sempre legittimi, ma non per ragioni etiche e morali. Purtroppo non è così. Il film ha dato scandalo e ne fu vietata la proiezione al festival di Venezia; Ciprì e Maresco, insieme al cast artistico e alla produzione, L’Istituto Luce, (eh si, proprio l’ Istituto Luce!), sotto processo, furono accusati e poi assolti dall’accusa di offesa alla morale e alla religione di Stato. L’organo di revisione cinematografica (vedi censura) ne impedì l’uscita nelle sale, senza peraltro riuscirci, e l’opera è tuttora messa all’indice dal Vaticano per le presunte volgarità e coinvolgimento delle Sacre Scritture. Quei pochi che hanno visto il film vi diranno forse che è osceno, che contiene scene inguardabili. In realtà parliamo di un retaggio borghese, ossia il “non voler vedere” per non essere turbato e coinvolto. Di sicuro vi è molto in “Totò che visse due volte”, che molti di noi non avrebbero voluto vedere. Scene inconcepibili per crudeltà e assurdità se vogliamo, ma mai prive di un senso. Il profondo pessimismo sacrilego degli autori, dopo “Lo zio di Brooklyn” (1995), è espresso qui nelle più laide e decadenti forme rivelatrici della fine del mondo, il nostro, evirato da una morale, che non esiste più, e che non è forse mai esistita tra noi. I valori, compresa la religione stessa, non hanno mai neanche sfiorato la nostra società. Fanno a tal proposito da sfondo, nei tre episodi di cui si compone il film, le pratiche mafiose e il costume siciliano. Per molti vedere gente sciolta nell’acido, o che s’ingroppa un asino o una gallina, o che ancora tira secchiate di piscio su dei mentecatti di paese, può sembrare roba dell’altro mondo. Ma deve sapere che certe cose accadono, e anche di peggio, anche nella realtà. Questa la sintesi dei tre episodi: Il primo. Perennemente deriso e umiliato da tutti, il povero Paletta approfitta di ogni occasione per dare libero sfogo ai propri desideri sessuali. Vi si lascia andare senza ritegno dando vita a scene di autoerotismo collettivo. Quando arriva in città la famosa prostituta Tremmotori, gli uomini vanno da lei, e Paletta, pur di partecipare, si spinge a rubare nell'edicola votiva dell'Ecce Homo, protetta dal boss mafioso del quartiere. Ma prima che riesca ad avvicinarsi alla donna, viene a sua volta derubato. Tuttavia è riconosciuto colpevole del furto, e condannato dal boss ad essere messo in croce. Secondo episodio. Intorno al letto di morte di un omosessuale di mezza età sono riuniti la madre ed altre persone. Fefè, l'anziano amante dell'uomo, tarda ad arrivare perché impaurito dalla possibile reazione di Bastiano, violento fratello del morto. I presenti rievocano nella mente la storia dei due amanti, dei loro approcci, dei loro rapporti. Infine Fefè arriva, disperato e affamato. Aspetta allora il momento propizio durante la notte e toglie all'amante morto un prezioso anello. I topi che infestano dentro la stanza e fuori la città lo assediano e gli impediscono di godere del suo gesto disonesto. Terzo episodio. Un Messia vecchio e rugoso, detto Totò, cammina attraverso i luoghi controllati dalla mafia, accompagnato da Giuda, un gobbo iroso che insiste nel pretendere da lui una immediata guarigione dalla sua deformità. Nel frattempo il mafioso Lazzaro, sconfitto nella guerra tra clan, viene sciolto nell'acido per ordine del boss don Totò. I familiari chiedono al Messia di provare a farlo resuscitare. La cosa riesce, e Lazzaro fugge per vendicarsi. Nelle miserie della periferia, un angelo viene aggredito e derubato delle ali, un falso angelo ne prende il posto, crede di poter trarre vantaggio dalla sua condizione ma tre bruti sono attratti dalle sue sembianze e lo violentano. Da una pianura alcune persone osservano il Messia su una collina, lui brutalmente ordina loro di andare via perché non ha niente da dire. Un handicappato, che ha continue pulsioni sessuali, vede una statua della Madonna e vi si sfoga contro. Intanto Giuda denuncia il Messia Totò al boss don Totò. Prelevato durante l'ultima cena, il Messia è condannato a morire nella vasca piena di acido. E lì rimane, mentre sul colle sono issate tre croci dove vengono crocefissi come ladroni i protagonisti degli altri due episodi e, in sostituzione del Messia, un povero scemo sorridente. Per quanto riguarda lo status artistico del prodotto, non si potrà negare che il cinema di Ciprì e Maresco non si distingua per originalità e peculiarità, facendolo distinguere nettamente dal resto, cioè ad un cinema purtroppo tutto somigliante e standardizzato in nome del consumo. Oltre ai temi raffigurati, vi è il modo con il quale questo cinema sperimentale, diventa “d’autore”. A cominciare della scelta del bianco e nero, per rendere lo squallore e il laido pessimismo proprio delle ragioni da cui l’opera nasce. Un bianco e nero reso altamente efficace dalla sapiente fotografia d’autore di Luca Bigazzi. Un’ altra caratteristica, che ne fa, con le altre, un’opera originale, è di far recitare solo attori maschi, anche per i personaggi femminili. Tutto il film è inoltre parlato in siciliano stretto, tanto da rendere necessari i sottotitoli. Ognuno è libero di guardare “Totò che visse due volte”, e giudicarlo come meglio crede. Ma che non cada nell’errore, forse anche voluto, di coglierne un aspetto blasfemo di comodo e fine a sé stesso. La religione e i continui riferimenti ad essa e ai suoi personaggi, non è attaccata se non dall’accusa di essere una mera copertura di facciata alle vere oscenità dell’uomo, quelle che si commettono tutti i giorni e che passano sotto silenzio. Per difendere questa tesi, Ciprì e Maresco mescolano la vita del Messia e i luoghi e personaggi della mafia, una trovata geniale. La vera oscenità è dunque quella presente tra noi, nella nostra società, e non quella che vediamo sullo schermo. E’ la stessa tesi portata avanti ,del resto, nei suoi film da Pasolini. Un’opera di grande dignità. (scritto nel febbraio 2006)