Antonio Albanese Lavoreremo da grandi
2026 » RECENSIONE | Comico | Commedia
Con Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese, Niccolò Ferrero, Francesco Brandi, Marianna Folli, Claudia Stecher, Alessandro Egger, Bebo Storti





04/02/2026 di Silvano Rubino
Un grande artista si riconosce anche dall’umiltà. E Antonio Albanese, con Lavoreremo da grandi, ha dimostrato di avere l’umiltà di tornare dietro la macchina da presa senza nessun'altra pretesa che quella di far ridere. Come ha spiegato lui stesso nell’applauditissima anteprima al Cinema Anteo di Milano, non si può immaginare niente di più diverso da Cento domeniche, il suo film precedente. Là c’era impegno sociale, qua disimpegno totale, là c’era un doloroso realismo, qua un’esilarante surrealtà. L’unica cosa in comune, oltre alla presenza di Albanese, è l’ambientazione lacustre, che sappiamo che l’autore - “uomo di acqua dolce" - predilige.
Niente satira alla Cetto La Qualunque, niente riferimenti all’attualità (a parte una scena quasi onirica in cui sfotte le manie securitarie della provincia italiana), niente sentimentalismi agrodolci. Insieme al suo sceneggiatore di fiducia Piero Guerrera, Albanese ha scritto una macchina per far ridere. Solo risate. E sottolineo “scritto”, perché la sceneggiatura è il telaio robusto su cui si appoggia tutto il resto.
Albanese è uomo di teatro, prima che di cinema, e questa è una commedia che potrebbe andare benissimo in scena su un palcoscenico.
E infatti tutto, qui, è costruito come una macchina scenica: un'ambientazione che diventa “scatola”, una notte che comprime gli eventi e li accelera, un gruppo di personaggi costretti a rimbalzare l’uno contro l’altro, in una catena di equivoci. C’è una parentela evidente con la farsa e con la pochade (porte, soglie, intrusioni, bugie che si moltiplicano), ma anche con una certa tradizione cinematografica che vive di ritmo, di fisicità, quasi di coreografia: la comicità che nasce dalla goffaggine dei protagonisti, dal fatto che qualcuno entra quando non dovrebbe, suona un campanello nel momento sbagliato, compare come un accidente che ribalta la realtà, anche quella della morte.
I personaggi non hanno profondità, come è giusto che sia in questo tipo di commedia. Sono maschere tenere, ridicole, goffe, funzionali al meccanismo. Antieroi di provincia sopraffatti dalla vita e dagli eventi. Bambini nascosti sotto le spoglie di adulti. La loro interazione, soprattutto fisica (uno dei protagonisti, Nicola Rignanese, non dice una parola praticamente per tutto il film, limitandosi a russare e bofonchiare), è fatta anche di dialoghi e battute folgoranti, perché - appunto - la sceneggiatura, il copione, sono importanti per il regista. Le battute arrivano come conseguenza di un ingranaggio narrativo e di un dialogo scritto con disciplina, senza la scorciatoia dell’improvvisazione.
Ovviamente Antonio Albanese e Giuseppe Battiston giganteggiano in questa prova d’attori dove anche l’inarcare un sopracciglio può fare la differenza. Si mettono al servizio dei loro personaggi - due provinciali falliti - con la dedizione di chi sa che non vince chi “fa ridere”, ma chi regge il tempo: un tempo millimetrico, fatto di pause, micro-reazioni, frasi buttate là come se fossero niente…
Il cameo di Bebo Storti è da maestro, ma tutto il cast contribuisce con un affiatamento evidente alla riuscita dell’impresa, anche quando ha solo pochissime battute da recitare.
Lavoreremo da grandi promette disimpegno e mantiene la promessa. Ma nel farlo – con mestiere teatrale e precisione da congegno - ricorda anche perché Albanese, quando decide di “tornare indietro” e giocare con la commedia pura, può permettersi una cosa rarissima: far ridere davvero, senza volgarità, con intelligenza, senza pretese sociologiche. E di questi tempi, Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno.
Niente satira alla Cetto La Qualunque, niente riferimenti all’attualità (a parte una scena quasi onirica in cui sfotte le manie securitarie della provincia italiana), niente sentimentalismi agrodolci. Insieme al suo sceneggiatore di fiducia Piero Guerrera, Albanese ha scritto una macchina per far ridere. Solo risate. E sottolineo “scritto”, perché la sceneggiatura è il telaio robusto su cui si appoggia tutto il resto.
Albanese è uomo di teatro, prima che di cinema, e questa è una commedia che potrebbe andare benissimo in scena su un palcoscenico.
E infatti tutto, qui, è costruito come una macchina scenica: un'ambientazione che diventa “scatola”, una notte che comprime gli eventi e li accelera, un gruppo di personaggi costretti a rimbalzare l’uno contro l’altro, in una catena di equivoci. C’è una parentela evidente con la farsa e con la pochade (porte, soglie, intrusioni, bugie che si moltiplicano), ma anche con una certa tradizione cinematografica che vive di ritmo, di fisicità, quasi di coreografia: la comicità che nasce dalla goffaggine dei protagonisti, dal fatto che qualcuno entra quando non dovrebbe, suona un campanello nel momento sbagliato, compare come un accidente che ribalta la realtà, anche quella della morte.
I personaggi non hanno profondità, come è giusto che sia in questo tipo di commedia. Sono maschere tenere, ridicole, goffe, funzionali al meccanismo. Antieroi di provincia sopraffatti dalla vita e dagli eventi. Bambini nascosti sotto le spoglie di adulti. La loro interazione, soprattutto fisica (uno dei protagonisti, Nicola Rignanese, non dice una parola praticamente per tutto il film, limitandosi a russare e bofonchiare), è fatta anche di dialoghi e battute folgoranti, perché - appunto - la sceneggiatura, il copione, sono importanti per il regista. Le battute arrivano come conseguenza di un ingranaggio narrativo e di un dialogo scritto con disciplina, senza la scorciatoia dell’improvvisazione.
Ovviamente Antonio Albanese e Giuseppe Battiston giganteggiano in questa prova d’attori dove anche l’inarcare un sopracciglio può fare la differenza. Si mettono al servizio dei loro personaggi - due provinciali falliti - con la dedizione di chi sa che non vince chi “fa ridere”, ma chi regge il tempo: un tempo millimetrico, fatto di pause, micro-reazioni, frasi buttate là come se fossero niente…
Il cameo di Bebo Storti è da maestro, ma tutto il cast contribuisce con un affiatamento evidente alla riuscita dell’impresa, anche quando ha solo pochissime battute da recitare.
Lavoreremo da grandi promette disimpegno e mantiene la promessa. Ma nel farlo – con mestiere teatrale e precisione da congegno - ricorda anche perché Albanese, quando decide di “tornare indietro” e giocare con la commedia pura, può permettersi una cosa rarissima: far ridere davvero, senza volgarità, con intelligenza, senza pretese sociologiche. E di questi tempi, Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno.