22/10/2011 | di Vittorio Formenti
Paolo Bernardi è un pianista, arrangiatore e compositore romano attivo da quasi vent’anni sulla scena jazzistica della sua città, forte di un solido background di esperienze e studi sviluppato con artisti quali Rita Marcotulli, Cinzia Gizzi, Javier Girotto e altri.
La sua arte è frutto di una personale sintesi tra il bop di Silver, il pianismo più moderno di Jarrett ed il lirismo di classe tutto nazionale di Pieranunzi.
A questo occorrer aggiungere una spiccata sensibilità interdisciplinare ad altre dimensioni artistiche quali, nella fattispecie, la letteratura; questa disciplina non è utilizzata a scopi narrativi come potrebbe essere il caso di Mariano Deidda ma appare essere uno spunto per riflessioni personali.
A detta dell’autore stesso il titolo, evidente riferimento alla celebre opera di Ray Bradbury, richiama il senso di quel capolavoro desiderando essere un contenitore di valori e di speranze esposte con rielaborazione personale.
Ascoltando Fulgens (in Caligine Noctis), che cita l’inizio della biografia di San Francesco redatta da Tommaso da Celano nel XIII secolo poi condannata alla distruzione, si coglie perfettamente la sensibilità moderna verso il diverso e il non ortodosso; l’ incipit all’accordion quasi folk è coerentissimo con lo spunto del poverello d’Assisi, il prosieguo in adagio del clarinetto ne evoca la serenità, lo swing dello sviluppo testimonia una certa allegria con le frasi dei legni e del piano. Un costrutto tutt’altro che banale.
Il disco cita anche Italo Calvino in Luna di Pomeriggio, anch’esso in equilibrio tra clarino e piano in un duetto vivace ma delicato; par rispettare il concetto dello scrittore relativo alla fragilità di un qualcosa che c’è ma che nessuno vede, come appunto la luna in un pomeriggio; immagine a cavallo tra neorealismo e postmodernismo riproposta senza didascalie, con molta freschezza.
In Shorter Images la musica è decisamente più prossima ad un bop energico, sostenuto da una linea di basso quasi ostinata , descritta da frasi al piano tra Silver e Jarrett e disegnata da un sax in stile Blue Note.
Al di là di una disamina brano per brano quello che va sottolineata è l’eccellente verve melodica, presente in ogni momento con una attenzione alle linee alternate ad improvvisazioni coerenti alle parti scritte; la sensazione è che il quartetto abbia sempre bene in mente quello che deve dire, fraseggiando non per divagare ma per sviluppare il tema, proprio come si fa in un discorso organico non letto ma proposto perché fatto proprio.
Gran bel lavoro, opera di cultura nel senso anche stretto del termine, apprezzabile sia ad un primo ascolto per la spontaneità comunicativa ma adatta ad approfondimenti in molte direzioni. E ci scusino gli artisti se non spendiamo parole per le doti tecniche strumentali, evidenti ma non autoreferenziali.
Pensare che è un esordio; davvero complimenti, potrebbe anche finire nella playlist dell’anno.
Track List: