Vinicio Capossela

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Vinicio Capossela Gratitudine e Grazia:Vinicio Capossela celebra i venticinque anni di Canzoni a Manovella con due eventi per l'anteprima del Barezzi Festival

21/10/2025 di Laura Bianchi

#Vinicio Capossela#Italiana#Canzone d`autore

Il disco di due secoli, il Novecento che si chiudeva, il Duemila che si apriva. E tra loro, l'immaginifico Vinicio Capossela, che, con "Canzoni a manovella", spaziava tra pianoforti a rullo, palombari, aerostati, velocipedi, patafisica; e la musica, che "era ancora un fatto sociale". Nel nuovo millennio "la scienza e la tecnologia ci portano ad andare oltre, tra intelligenza artificiale e guerra che distrugge l'umano facendo a meno dell'umano". E il Barezzi Festival ha voluto proprio Capossela per l'anteprima milanese della rassegna che avrà luogo dal 13 al 16 novembre a Parma; il cantautore ha risposto con due eventi diversi tra loro, ma accomunati dalla celebrazione dei primi venticinque anni del disco. Il primo, un incontro, il 17 ottobre, alla Casa di Riposo per Musicisti "G. Verdi" di Milano; il secondo, un concerto monumentale al Conservatorio. Qui il nostro racconto.

"Dirigibili all'idrogeno

Nell'aria si involano

E le ballerine in fila

Danzano..." (Vinicio Capossela, Bardamu).

Venerdì 17 ottobre 2025, ore 17, Casa di riposo per Musicisti - Fondazione Giuseppe Verdi, Piazza Michelangelo, Milano.

All'ingresso della Casa, ci accoglie una persona speciale, che ricorda Giuseppe Verdi, ma soprattutto Antonio Barezzi, di Busseto, mecenate italiano, scopritore e sostenitore del talento del grande musicista, del quale fu per breve tempo anche suocero. E con Capossela sorridente, incuriosito, emozionato, entriamo nel grande salone, mescolandoci con gli ospiti della Casa, in attesa di una lezione del tutto speciale. È un mondo novecentesco, quello che si apre davanti a noi: non solo per gli strumenti che si concedono alla nostra vista, né per i cimeli che popolano il luogo, primo tra tutti la tomba di Verdi - morto nel 1901 - e della moglie Giuseppina Strepponi, ma soprattutto perché tutte le persone che risiedono nella Casa sono nate nel Novecento e l'hanno vissuto da protagonisti della musica. Ed è esattamente il mondo dipinto da Capossela in Canzoni a Manovella, uscito nel giugno del 2000, che dichiaratamente si colloca come una sintesi del Secolo Breve e di tutte le sue visioni poetiche e profetiche. Per questo, il Brefotrofio di Canzoni si raccoglie attorno a questo disco, di cui viene narrata la genesi, con il compositore e arrangiatore Tommaso Vittorini, che svela alcuni aneddoti e retroscena della creazione musicale del lavoro, tra idee partorite davanti al pianoforte, fiaschi e bottiglie vuote, dal cui suono emerge la canzone omonima, e l'uso degli archi a sottolineare il volo degli amanti di Chagall in Nella pioggia. C'è anche l'artista, illustratore e "disillusionista" Jacopo Leone, con cui il cantautore ebbe più di una "Colica dell'immaginazione", grafico di tutte le più belle copertine dei dischi di Capossela (cosa si pèrdono, quelli che ascoltano la sua musica solo liquida...!), che a Parigi recupera oggetti abbandonati e li riporta a nuova vita, come un pianoforte a rullo, con tanto di setlist scritta a mano su carta e incollata alla macchina. Prima però di questa "visita guidata tra le canzoni", si celebra un momento totalmente patafisico, per rendere omaggio ai veri ispiratori del disco, dedicato a Céline, che ha ispirato Bardamu, e Alfred Jarry, scrittore dell'Ubu Roi e inventore della scienza delle soluzioni immaginarie, la patafisica, in cui "l'unico sparo che contemplava era spararla grossa, sparare i motti che dissolvevano il potere". Nessuno più adatto di Giovanni Ricciardi, reggente Patastrofico, e Marco Maiocchi, fisico e patafisico, per insignire Capossela di un diploma patafisico, con la seguente motivazione: "Avendo patafisicamente considerato: che, nel mondo delle apparenze sonore, il primo segno certo fu un ronzio del frigo; che, in quell’ora indecisa — all’una e trentacinque circa — nacque il pittore Modì, detto anche «maudit», per quanto l’Esorcismo Tarantato abbia curato le asimmetrie del corpo attraverso valvole e tamburelli; Avendo ulteriormente considerato: che la protezione parte quasi sempre da magneti da cruscotto e che, in mare, ci salvino ancora Melville e Conrad e la sirena Pryntyl, tra bolle di circuiti idraulici; Avendo, infine, considerato: che le ballate di bestie mortali fanno ululare l’Uro primordiale, mentre le radiografie non mostrano più le estreme urgenze. Si nomina: VINICIO CAPOSSELA Camera Poetica di Attrito e Resistore di Sogni a Manovella; Spiracolo Lirico e Camino di Vapore Semantico dell’Autoclave di Estrazioni Patafisiche." L'uditorio, reso ormai edotto dell'importanza insignificante della disciplina, applaude convintamente la consegna del diploma, mentre un Capossela lusingato e felice si presta alle foto rituali. C'è anche spazio per un approfondimento della giornalista Laura Rizzo, che dieci anni fa scrisse per Arcana Vinicio Capossela. Canzoni a manovella, un libro proprio sul disco, e per due canzoni suonate da Capossela stesso, con i tocchi imprescindibili di Vittorini ai tasti alti e di Leone al piano chiodato. Ecco quindi l'emozionante I pianoforti di Lubecca, con una coda melodrammatica,

e Nella pioggia, con l'accompagnamento dello schiocco delle dita del pubblico:

Perché "l'emozione è tutto nella vita, Quando siete morti è finita...". E con Bardamu, il protagonista e narratore di Viaggio al termine della notte di Céline, salutiamo i pianoforti della Casa e i suoi ospiti novecenteschi, grati per le emozioni vissute.

19 ottobre 2025, ore 20:30, Conservatorio di Milano.

Verdi fu bocciato al Conservatorio che ora porta il suo nome. Capossela non si diplomò mai a quello di Reggio Emilia. Eppure stasera suona proprio al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, e non c'è nulla di più patafisico di questo. Il suo Canzoni a manovella, Premio Tenco 2001, nasce proprio dall'esigenza di celebrare il Novecento, con una "specie di regalo ai molti temerari che si sono succeduti e buttati, ai molti oggetti in via d’estinzione, ai molti saloni che patiscono il silenzio di milioni di canzoni", e stasera verrà eseguito integralmente, con strumenti e musicisti in grado di riprodurre gli arrangiamenti visionari di Tommaso Vittorini. La sala Verdi è piena in ogni ordine di posto, con un pubblico quanto mai eterogeneo: coetanei del cantautore, che hanno ascoltato quel disco miracoloso in un periodo delicato della loro esistenza, "intorno ai trent'anni"; coppie che erano più giovani di lui, e che ora arrivano coi figli (che a un certo punto crolleranno sulle poltrone, incuranti della grancassa e della tromba); ma anche giovani, incuriositi prima, poi affascinati, infine entusiasti per la proposta del disco. Che, come il grande classico che ormai è diventato, ha sempre qualcosa da dire, una scoperta da lasciare catturare, sfumature nuove nelle sonorità e nel messaggio. Il concerto è semplicemente monumentale: l'esecuzione integrale delle diciassette tracce occupa tutto il tempo, ma, anche, lo dilata, facendole salire su un dirigibile immaginario, che fluttua nella sala. E noi, qui sotto, facciamo "ooooohhhh", come bambini al circo, perché del circo lo spettacolo ha l'intenzione: la performance di Nadia Addis che cammina elegante e svelta sui bicchieri è solo una delle meraviglie di questo Sciusten Feste in versione memoriale, che conta una ricchezza di suoni, strumenti, e persone che li sanno suonare, davvero sorprendente: Roy Paci, poliedrico alla tromba, lo scatenato Mirco Mariani alla batteria e percussioni varie, il maestoso Vincenzo Vasi alle onde martinot, vibrafono, fischi di treni e cotillons, l'imprescindibile contrabbasso di Enrico Lazzarini e le corde indispensabili di Giancarlo Bianchetti, che ha cesellato una Signora Luna struggente e desertica. Ma il Novecento chagalliano è regalato dall'ensemble di archi, sotto la guida di Raffaele Tiseo, al violino insieme a Chiara Borghese, col violoncello di Daniela Savoldi e la viola di Lorenza Merlini, e dai fiati degli implacabili Michele Vignali al sax e Achille Succi al clarinetto, che danno ali al folle volo di Capossela oltre le Colonne d'Ercole della realtà. E non mancano nemmeno "lo zio d'America", Tommaso Vittorini, l'arrangiatore del disco, che soffia sul fiasco in Canzone a manovella, e l'ideatore del Barezzi Festival, Giovanni Sparano, che ha sognato più degli altri questa anteprima milanese della rassegna, regalandoci una serata sublime, in cui si respira l'amicizia che legava il mecenate Barezzi al suo pupillo Verdi.


Diciassette canzoni a manovella, ciascuna amata, pensata, curata e introdotta dal loro creatore, che, come un demiurgo, le presenta al pubblico spiegandone ragioni e messaggio, per farcele amare ancora più, e sottolinearne l'assoluta freschezza e la grande, eterna contemporaneità.

Conosciamo quindi un Capossela vestito come Verdi, e indignato contro "la smaterializzazione della guerra", che rischia di portarci al "decervellamento"; commosso alla lettura di una poesia di Cesare Pascarella, I Pagliacci, col sottofondo della dolcissima tromba di Roy Paci; divertito mentre racconta i retroscena de La marcia del Camposanto, ispirata da una situazione vissuta con Jacopo Leone, e suonata magistralmente dallo stesso Paci; ammirato dalla recente visita della Casa per Musicisti di venerdì scorso, in cui trova una consonanza per I pianoforti di Lubecca, finita con una coda che cita Va' Pensiero, suonata dal theremin di Vasi. E c'è spazio anche per la condanna dei lager, di qualunque età - con un urgente e applauditissimo omaggio a Gaza - sintetizzata in Suona Rosamunda, e per la valorizzazione delle minoranze, con il rebetiko di Solo mia, cantato in coro da tutti, coi Balcani di Intermezzo, ripresa da Djelem Djelem della Kocani Orkestar, e un necessario ricordo del massacro di Srebrenica, su cui recita una poesia di Izet Sarajlic Il cimitero ebraico, prima di Corre il soldato. Ed è una ricapitolazione degli oggetti smarriti nella Milano moderna, coi tram, gli orologi sui pali nelle strade, "gentilezze architettoniche e urbane", rievocate in Nella pioggia, che dipinge la Milano che lo accolse decenni fa, e in cui "oggi non riuscirei a vivere, a causa del caro alloggi".

Concerto insieme colto e popolare, energico e fragile, com'è stato il secolo che descrive; e la conclusione è degna della scaletta; dopo l'intera esecuzione, ecco un momento commosso e intimo, in cui Capossela dedica agli "assenti presenti, quelli che sono partiti per la Grande Tournée", in primis Renzo Fantini, il suo personale Barezzi, una traduzione di L'Absent, molto amata da Gianni Mura, un altro amico che, pur scomparso, continua a essere vivo nel ricordo e nella gratitudine. E la canzone che chiude il viaggio, Il tempo dei regali, insieme ricapitolazione e promessa, inno di Grazia, stringe in un solo abbraccio tutta la sala, che, in piedi, rende omaggio al Cantante, e all'arte capace di attraversare i secoli e restare sempre fonte di felicità.

Serata indimenticabile, di gioia e umanità, di storia e memoria, di viaggio nello spazio e nel tempo, ma soprattutto di musica che cura e guarisce.


SETLIST

Tutto "Canzoni a Manovella"

BIS

L'Absent (G. Bécaud)

Il tempo dei regali

GRAZIE A ROBERTO SASSO PER LE SPLENDIDE FOTO!

Qui la news con gli altri appuntamenti.