Franco Battiato

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Franco Battiato Omaggio al cantautore: alcuni suoi dischi storici, le canzoni scritte per le artiste e la vocalità del cantautore

19/05/2021 di Autori vari

#Franco Battiato#Italiana#Canzone d`autore

Le recensioni di alcuni suoi album storici, i brani che ha composto per grandi artiste italiane e un approfondimento sulla vocalità del cantautore.


Il nostro ricordo personale

- Alcuni tra i suoi dischi e altri approfondimenti

 

La voce del padrone (1981) 

(Gianluca Crugnola)



La voce del padrone
, perfetta miscela pop-intellettuale d’avanguardia che l’eclettico, geniale compositore catanese Franco Battiato rilascia nel settembre ’81 sfondando dopo pochi mesi il tetto del milione di copie vendute, un capolavoro che diventa successo grazie a sette gemme luccicanti, sette tracce radiofoniche e da juke box che vanno oltre le classifiche arrivando nelle sale da ballo italiane del periodo trascinate dall’inno ironico, amaro inciso nella hit Centro di gravità permanente:

"non sopporto i cori russi
La musica finto rock la new wave italiana il free jazz punk inglese
Neanche la nera africana…"

Battiato apre una breccia nella stantia, rigida scrittura del cantautorato italiano incatenato a concetti e melodie arrivate al capolinea, una vera e propria rivoluzione compositiva pensata per tutti i fruitori indistintamente dalla loro preparazione musicale, dal desiderio di cantare i brani incisi o semplicemente desiderosi di bellezze sonore per liberarsi da paletti e limiti culturali ballando la new wave come mai prima entro i confini della nostra penisola.

Il composer siciliano utilizza saggiamente le parole marchiando e l’album con pompose citazioni storiche e riflessioni sulla quotidianità sempre con una visione poetica quasi irriverente. Le canzoni in realtà manifestano un profondo smarrimento del genere umano, un cambiamento generazionale nell’arte che porta alla fine dell’impegno politico di artisti disillusi e del loro pubblico ormai sfiancato da dischi e cantautori dal fare snob. 

Battiato mette a frutto la grande immaginazione segno distintivo di tutta una carriera e racconta di ambientazioni spesso surreali, leggere e ammalianti allo stesso modo profonde, sature di creatività. La voce del padrone vive nel fascino, l’eleganza innovativa di pezzi quali Gli uccelli, Summer on a Solitary Beach alternata a meraviglie influenti, inarrivabili, figlie della perfetta fusione di pop e post punk quali Cuccuruccucù, Centro di gravità permanente e Bandiera bianca, trittico immortale che assume il ruolo di apice camaleontico nella discografia tricolore e colonna sonora portante del Battiato pensiero. La tracklist è completata dalle riflessioni temporali di Segnali di vita e un ultimo classicone Sentimento Nuevo.

Sperimentale, puro, colto senza arroganza e presunzione, La voce del padrone traccia un solco profondo nella vita sociale dello stivale al punto da risultarne metafora di bellezza mutevole e gioia disincantata, reale.

 


 

Caffè de la Paix (1993) 

 (Ambrosia J. S. Imbornone)




Questo album non è forse tra i più famosi di Battiato, ma ci affida un prezioso messaggio interculturale come una delle testimonianze più affascinanti dei suoi interessi vasti e profondi, che abbracciano e uniscono idealmente Occidente e Oriente, Parigi e l’Armenia, l’India e il Giappone, l’antica Roma e il Cristianesimo, Iraq e Iran, la cultura classica, la filosofia buddhista e il sufismo.

Le sonorità dell’album sono ora scintillanti e colorate, ora sontuose e maestose, ora delicate e poetiche, in un caleidoscopio world raffinato e travolgente di ritmi e suoni. Ricami di archi e guizzi di fiati incontrano synth rarefatti, così come il suono squillante e suadente del qanun, strumento trapezoidale a 78 corde tipico della tradizione classica araba; i cori alternano le lingue e i loro suoni, che si fanno mantra e formula magica in grado di trasportare gli ascoltatori tra sacro e profano, tra luoghi e spazi differenti.

Un intenso lirismo colora oboe, corno, viola e violoncello nell’estatica bellezza con cui si apre Sui giardini della Preesistenza, che poi oscilla tra momenti più pop e un pathos struggente; si ascoltano ancora un piano in punta di piedi come gocce di rugiada sui “fiori quando s’annuncia l’autunno” (Haiku), immagine che Battiato trae da alcuni versi contenuti in Kusamakura (Guanciale d’erba, 1906) dello scrittore giapponese Natsume Soseki, un romanzo che segue il cammino del protagonista, pittore e poeta, tra i profumi del bosco, atmosfere incantante, le strade dei villaggi e leggende malinconiche. Haiku si conclude con versi quasi profetici in persiano, cantati da Pouran Ghaffarpour, che preannunciano alla fine del viaggio e del tempo una luce meravigliosa che dischiuderà nel silenzio l’Isola dei Giardini.

Percorre questi brani un profondo respiro spirituale, così come una sensualità segreta che si compiace di cibi, bevande e profumi prelibate, come nella rappresentazione del lusso che rischiava di corrompere il mos maiorum dei Romani in Delenda Carthago, ma, al di là di una qualche forma sottile di fascinazione nella descrizione, il messaggio della canzone è una netta condanna del denaro, pronunciata in forma solenne con le parole dell’elegia VII del terzo libro del poeta Sesto Properzio: nei versi latini, che riecheggiano nel brano in un coro che sembra quasi gregoriano, infatti, il denaro è identificato come causa di una vita irrequieta, fonte di affanni, esca dei vizi, che porta gli uomini a incamminarsi prematuramente verso la morte. L’Oriente rappresentato è d’altronde bifronte: se le “carni speziate d’aromi” gustate sui “patrizi triclini” sono emblema di ‘mollezza’, da respingere con la distruzione di Cartagine richiesta a gran voce da Catone il Censore, di contro nella titletrack si ricordavano le tribù di nomadi e le loro renne che attraversano la tundra, una vita umile, semplice e faticosa, che porta a macinare “migliaia di chilometri in un anno”, eppure sembra renderli felici. Il male d’altronde ha forme attraenti, si racconta in queste canzoni: “il diavolo è mancino e subdolo / e suona il violino”, recitano alcuni versi della Lode all’Inviolato, che allude alle leggende fiorite sulla figura smunta e quasi sinistra di Niccolò Paganini, che si ammalò di sifilide e tubercolosi. Anche la sapienza e le ricchezze dei re di Atlantide hanno qualcosa di fascinoso e portentoso, ma portarono l’isola del mito a sprofondare nel mare “in un giorno e una notte” (come racconta Platone), perché furono punite l’arroganza, la sete di potere e la cupidigia di chi la abitava.

Fogh in Nakhal (Sulle palme) è un canto popolare iracheno, proposto in una versione che appare eterea, incantata e terrena al contempo, per una fiaba tormentata che ammalia, come la passione per cui soffre il protagonista della storia. Titolo del disco e relativa canzone fanno riferimento invece a un caffè parigino dove il filosofo e mistico greco-armeno Georges Ivanovic Gurdjieff incontrava i suoi adepti, a cui insegnava le sue tecniche per giungere al “ricordo di sé”, tramandate oralmente; non a caso nei versi si parla di inseguire il sacro nel sonno, così come dell’inconscio in grado di comunicare “coi sogni frammenti di verità sepolte”, vite precedenti che si sono dimenticate in cui si fu “donna o prete di campagna”, “un mercenario o un padre di famiglia”. In Ricerca del terzo, d’altronde la meditazione somiglia al “pieno sonno”, ma desta invece dal torpore quotidiano e conduce a una veglia più autentica, svegliando i sensi con “grande beneficio”, momento salutato dall’irrompere del ritmo del tabla, dal suono delicato del sarod e quello ipnotico del tampura, tutti strumenti tipici della tradizione musicale indiana. “Degna è la vita di colui che è sveglio / ma ancor di più di chi diventa saggio”, canta d’altronde Battiato in un altro brano intensamente mistico, Lode all’Inviolato.

Eletto miglior disco del 1993 nel referendum di Musica e dischi, questo album è un viaggio, culturale, ma soprattutto interiore, che arricchisce e forse rasserena.



 

Gommalacca (1998) 

(Francesco Malta)


“Ci hai spezzato per sempre il cuore” - Casta Diva

Franco Battiato, ad ascoltare i suoi testi, è sempre stato attento a corsi e ricorsi storici. Non credo quindi che sia un caso che il suo ventesimo disco andasse celebrato con un capolavoro.

Quando un artista all'apice della sua carriera, con alle spalle già diversi dischi che rientrano nel novero degli imprescindibili nella musica italiana, e arrivando dal successo immenso de La Cura, decide di mettersi nuovamente in gioco, è sinonimo di coraggio. Così come affidarsi a dei giovani musicisti che poi a loro volta avrebbero fatto la storia della musica italiana (Morgan e Marco Pancaldi dei Bluevertigo, Madaski degli Africa Unite).

E coraggiosa è la scelta sonora di Gommalacca. Battiato sperimenta come da tempo non faceva, facendosi aiutare dalla tecnologia che nel 1998 stava iniziando a prendere sempre più piede in ambito musicale. Un mix sonoro esplosivo che segnerà diverse menti da lì in poi.

Elettronica acida (Shock in My Town), ritmi ossessivi (Auto Da Fé, Il ballo del potere), chitarre Hard Rock (Il mantello e la spiga), ballate elettroniche (Vite parallele). Il tutto condito da campionamenti di ogni tipo, dalle cicale alla voce di Maria Callas. Una sperimentazione totale ma mai fine a sé stessa, sempre funzionale ad un quadro più ampio, non un singolo suono lasciato là per caso ma studiato e posizionato al punto giusto. La forma canzone non era più importante, l'importante era trasmettere emozioni e sensazioni con ogni singola nota.

Gommalacca fu l'apogeo finale di una carriera stellare. Una stella luminosissima arrivata dopo altre altrettanto grandiose, ma non per questo meno brillante.



 

Torneremo ancora (2019)

(Arianna Marsico)



Franco Battiato nelle sue esibizioni si è spesso avvalso almeno di un quartetto d’archi, quando non di un’intera orchestra (e sono stati i concerti più belli a mio parere). Come se la sua complessità di pensiero e parole cercasse, negli arrangiamenti orchestrali, di farsi ponte tra musica cosiddetta leggera (leggerissima?) e musica classica. Riuscendoci meravigliosamente oltretutto.

Non è un caso che il disco con cui si è accomiatato dalle scene sia un disco dal vivo, Torneremo ancora, e con un’orchestra, e che orchestra! La Royal Philharmonic Concert Orchestra! È come se Battiato sapesse già che il suo viaggio terreno fosse in dirittura di arrivo ma volesse comunque lasciarci un prezioso conforto.

“Lessi nella tua mano/Vidi sulla mano/La tua fine” cantava con Antony Hegarty in Del suo veloce volo (che peccato non fosse in scaletta…) ed evidentemente una chiromante interiore si era espressa.

“La vita non finisce/È come il sogno/La nascita è come il risveglio” recita l’inedito Torneremo ancora, e il lascito più prezioso del Maestro è in questa saggezza. Nonostante L’Animale che “non fa vivere felice mai”, una Povera Patria umiliata dallo “stivale dei maiali”, sembra arrivare il desiderio di emanciparsi “dall’incubo delle passioni”, “cercare l’uno al di sopra del bene e del male”.  Effettivamente l’esecuzione dei brani sembra assecondare questo stato d’animo, questo spiccare il volo verso il Nirvana grazie agli archi, lontano da soffi al cuore di natura elettrica, regalando ulteriore profondità a brani già indelebilmente impressi nel cuore di ognuno di noi.

Se L’Era del Cinghiale Bianco è quella di una reale conoscenza, innanzitutto di sé, non resta che sperare che torni presto, anche attraverso i preziosi fleurs che Franco Battiato ci ha lasciato con le proprie composizioni e le riletture di brani altrui.

“Un giorno sulla prospettiva Nevski per caso vi incontrai Igor Stravinsky”, e chissà che passeggiando non ci si imbatta in lui, Battiato.

Ancora arrivederci Maestro, in fondo è solo iniziato un nuovo sogno.



Battiato autore per le donne

(Laura Bianchi)

 



Una bellissima ragazza, coi capelli scomposti dal vento e con una giacca rosa shocking, chiude le imposte di una finestra, in una casa di mare, mentre un synth ripete, ipnotico, la stessa battuta. La ragazza si volta all’interno, verso la cinepresa, e inizia a cantare: “Ho chiuso le finestre, per non lasciare neanche l’aria entrare, qui…”.

Iniziano così sia uno dei primi videoclip, che la nostra memoria possa ricordare, sia Il vento caldo dell’estate, prima traccia di Capo Nord, il disco che segna l’inizio della collaborazione fra Carla Bissi, alias Alice, e Franco Battiato; un sodalizio destinato a durare nel tempo, regalando alla musica d’autore italiana canzoni che coniugano qualità e popolarità; merce rarissima, anche in un’epoca più aperta a proposte di valore come gli anni Ottanta.

Con Battiato, anche nascosto dietro lo pseudonimo Kui, e il suo grande amico Giusto Pio, Alice inanella un’impressionante serie di successi: dalla dissacrante Per Elisa alla liberatoria Messaggio, passando per l’eurofestivaliera I treni di Tozeur e per la criptica, modernissima Chan-Son Egocentrique.

E, se quella fra Alice e il Maestro catanese è forse l’amicizia più celebre, Battiato ha il merito di avere donato a colleghi e amici splendidi momenti di arte, esaltando la vocalità femminile; la sua “Factory Battiato”, formata da lui, Giusto Pio e dal chitarrista Alberto Radius, è una cooperativa in perenne evoluzione, e contribuisce a dare il meritato successo allo sfolgorante talento di Giuni Russo, siciliana come lui. La sua prorompente, sorprendente vocalità incanta Battiato, che scrive per lei un intero album, quell’Energie che contiene perle ancora attuali, come la raffinata Lettera al governatore della Libia, l’avanguardistica e vertiginosa Una vipera sarò, o la struggente, profetica L’addio, brani in cui la firma dell’autore è visibile, un segno della stima che egli nutre per l’interprete e musicista. La grande hit Un’estate al mare, dalle atmosfere decadenti, è solo apparentemente leggera, "con quel trucco che le sdoppia la voce", fra le speranze e i ricordi di una donna che nelle sere d’inverno "bruciava le gomme di automobili", ma cerca di cancellare quei momenti nell’illusione dell’edonismo di massa. Perché la cifra di Battiato consiste proprio nello scalfire, sempre, le apparenze, e costringere l’ascoltatore ad andare oltre, o piuttosto più addentro, alla realtà e al suo senso nascosto. Forse è per questo che l’autore produce A casa di Ida Rubinstein, omaggio alle arie d’opera, che Russo interpretò magistralmente, e le regala l’arrangiamento della sua ultima canzone, Morirò d’amore.

Milva, invece, incantata, chiede ufficialmente la mano di Battiato, che scrive per lei due album, Milva e dintorni, e Svegliando l'amante che dorme; tutti ricordano però soprattutto il pathos della sua interpretazione in Alexanderplatz, riscrittura di un brano di Alfredo Cohen, che Battiato e Pio trasformano in una perfetta elegia elettronica, in bilico tra nostalgia e disincanto.

Il maestro però ama contaminare, sperimentare e collaborare, e molte altre sono le artiste con cui realizza progetti di grande valore; esempi sono la Emma Bovary disegnata da Battiato con Sgalambro, e interpretata magistralmente da Patty Pravo, oppure un Movimento del dare, progettato, sempre con Sgalambro, per la voce di Fiorella Mannoia, o ancora Tutto l'universo obbedisce all'amore, composta per, e cantata con, la concittadina Carmen Consoli, nel cui disco Elettra compare anche Marie ti amiamo, un duetto affascinante dai sapori mediorientali, cantato in tre lingue, italiano, arabo e francese, che si conclude però con un significativo "Conservi memoria nelle tue radici", sintesi e sigillo dell’opera del grande catanese, ma anche del rispetto con cui ha saputo incrociare le vite, le voci e i destini artistici di donne sensibili.



La vocalità di Battiato: in un soffio far risuonare ciò che l'urlo non può esprimere

(Paolo Ronchetti)
IN UN SOFFIO FAR RISUONARE CIÒ CHE L’URLO NON PUÒ ESPRIMERE

In questa frase, emersa durante la chiaccherata con il didatta e cantante Giorgio Pinardi che ha dato contenuto a questo articolo, si potrebbe racchiudere l’essenza di molto del ragionare fatto in questi giorni sulla musica e sulla voce di Franco Battiato.

In questi giorni tanti hanno parlato delle canzoni e dell’uomo Franco Battiato. Tanti si sono avventurati in spiegazioni emozionali musicali o mistico/filosofiche. Tante parti di un talento multiforme.

Ma cosa ci faceva incantare nelle sue canzoni? Da dove arrivava la fascinazione e la credibilità di quelle parole? Cosa faceva sì che, pur evocando mondi lontanissimi, il testo rimanesse comunque credibile e arrivasse in maniera così forte al pubblico?

Il canto di Battiato era un canto calmo, vellutato, quasi falsettato, né sussurrato né urlato anche quando utilizzava una emissione più canonica. Un canto di buona estensione soprattutto sugli acuti e in cui, anche dal vivo, tutte le note tendevano ad avere la stessa intensità. Un canto, solo in apparenza, “naturale”; un canto che rifuggiva le forzature.

Qualcosa che doveva molto al canto sacro di varie parti del mondo, facendolo proprio con un linguaggio personale senza mai clonarlo. Aveva a che fare con il gregoriano e il canto antico europeo così come il canto sufi e dell’estremo est; col canto mediorientale, della penisola arabica e soprattutto con il canto di origine persiana. Un canto in qualche modo arcaico. Un canto mai di citazione o improvvisato, ma frutto di un grande lavoro di rifinitura probabilmente svolto a partire da metà degli anni ‘70.

Il lavoro di Battiato verso una autenticità espressiva piena d’amore per la voce lo portò verso uno studio personale e consapevole anche alle lingue mediorientali, ma soprattutto lo portò ad interrogarsi sull’uso prezioso del silenzio e delle pause facendo del suo canto un esempio unico non solo nel pop italiano.

Altra caratteristica della voce di Battiato fu quella di una grana vocale che evidenziava una consapevole Fragilità, che diventava delicatezza capace di esprimere infinite sfaccettature. Una voce che, soprattutto nei primi anni “pop”, e soprattutto dal vivo, era spesso accusata di essere brutta, stonata. “Battiato, non sai cantare” gli veniva detto andando così a fare buona compagnia a gente come Jannacci e Battisti spesso anche loro accusati di “essere stonati”. Il timbro in realtà era delicato e raffinato; capace di trasmettere anche una autoironia, uno sguardo disincantato sulle cose; un saper giocare ad essere quasi indifferente alla realtà pur essendone grandissimo osservatore.

La Fragilità permise a Battiato di usare un apparente difetto come punto di forza facendola passare attraverso la consapevolezza e lo studio sino a farla diventare propria cifra stilistica, esaltando tutta la Fragilità, la dolcezza e il proprio limite come fondamenta nella costruzione di una precisa identità vocale/sonora. Cosa ne sarebbe di un brano come La Cura senza quella voce così consapevolmente “Fragile”? Cosa ne sarebbe stato di un brano come La Cura nelle mani di un cantante dotato di una tecnica eccezionale, di un suono pazzesco o una grande capacità virtuosa?

Insomma: Battiato, nella sua arte, usa un apparente difetto come costituente la sua cifra stilistica e quello che dice, e soprattutto come lo dice, diventa il riflesso della sua forza!

Essendo Battiato attento alla propria voce e alla propria espressione vocale non poteva che essere attratto e innamorarsi di quelle voci che avessero sia grande capacità tecnica che grande capacità espressiva. La collaborazione con una voce come quella di una Giuni Russo (o come quelle di Alice e Milva) fu un po’ come andare a lavorare sul desiderio vocale dell’artista siciliano. Come se Battiato fosse stato in qualche modo completato da queste straordinarie voci (senza contare quanto l’amore per il “femmineo” potrebbe essere uno dei frutti di quel legame per la madre che gli fece affermare “non ho una famiglia perché sono ancora figlio”).

Ma il desiderio e la fascinazione per le “belle voci” si evidenzia anche nell’uso delle voci e dei cori di stampo belcantistico che spesso troviamo come contraltare alla sua in molti brani della discografia. Voci che spesso sembrano sottolineare enigmaticamente testi e ritornelli in un continuo dilemma tra l’apparente serietà e la sottointesa ironia.

Resta da ragionare sulla collaborazione con Anthony and the Johnson. L’anima che lega questi due artisti così diversi sembra essere proprio la voce. La voce di Anthony è fragilità incarnata esattamente come quella di Battiato!

Due personalità vocali non legate al virtuosismo, ma sfaccettate di una personalità unica e “autorale” irripetibile. Voci piene di espedienti, trucchi ed “errori reiterati” che diventano virtù e cifra stilistica.

La voce di Battiato è riflesso di un pensiero filosofico quanto sonoro: senso delle pause e del fraseggio; omogeneità del suono; senso della misura finalizzato a ciò che serve, a ciò che si deve dire. Mai eccedendo. Mai sforando. Sempre contenendo il proprio ego vocale. Con un lavoro “a togliere” mirato a una semplicità e naturalezza in realtà artificiosa perché la semplicità artistica non è frutto del caso, ma di scelte. Di esercizio e lavoro; di scarnificazione fatto con perizia e pensiero. Un lavoro a togliere, ad asciugare, lasciando l’impronta della densità e profondità del lavoro fatto.

La voce di Battiato andava a toccare corde emotive profonde senza andare a lavorare in maniera banale sull’emotività della voce. Anzi, mantenendola quasi neutra con uno studiatissimo uso minimo della dinamica; rifiutando la “semplificazione” del “grido” senza farne sentire la mancanza; ottenendo una completezza espressiva figlia di una omogeneità timbrica e di un controllo dinamico pacato e misurato frutto unico della sua cultura classica, dello studio e della conoscenza della musica e della mistica orientale adattata magnificamente alla sua voce senza mai farla diventare citazione.

Ringrazio ancora Giorgio Pinardi e Liliana Ronchetti per il prezioso apporto a queste righe.