Sanremo 2018

Sanremo 2018

Editoriale. Sugli spettacoli del sabato sera, la musica inedita e quella indipendente


11/02/2018 - di Ambrosia J. S. Imbornone
Quali dovrebbero essere le differenze tra il più celebre Festival nazionale e un qualunque show del sabato sera? Cos`è oggi un inedito, un`opera prima o un singolo? E come la musica indipendente può salire sul podio sanremese? Riflessioni generali per non dimenticare perché scriviamo di musica e il peso effettivo che ha nel mondo.
Come è noto, si è conclusa ieri la 68° edizione del Festival di Sanremo, chiudendo l’ormai consueta cinque-giorni di canzoni, commenti più o meno spietati, ironia, polemiche e magiche trasformazioni di chiunque in produttore, arrangiatore, vocal coach e critico televisivo. Partiamo quindi proprio dallo show televisivo: il direttore artistico, o “dittatore” artistico, concetto su cui ha scherzato molto lui stesso, Claudio Baglioni, non ha monopolizzato la conduzione, lasciando spazio ai due compagni di viaggio che per fortuna non erano valletti e/o classici belloni inesperti con difficoltà con l’italiano, ma due professionisti, la sorridente (per molti fin troppo), “solare” (come si autodefinivano una volta soprattutto le concorrenti di Miss Italia) e mai volgare Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino, che ieri ha dimostrato una volta in più e in eurovisione la sua versatilità e in particolare le sue doti di attore drammatico con un estratto da La notte poco prima della foresta del drammaturgo francese Bernard-Maria Koltès. Baglioni non è rimasto comunque nell’ombra: ha cantato una serie infinita di brani dal vivo con gli ospiti, che, soprattutto nel caso degli italiani, erano figure comunque abbastanza presenti in televisione, ben lontane dalle esclusive mirabolanti di un tempo che tenevano incollate alla tv il pubblico giovane e/o varie generazioni. A fronte anche di quei mille duetti-riempitivi di Baglioni con chiunque, più adatti forse a un one-man-show qualunque del sabato sera, ci si potrebbe chiedere se non fosse il caso di tagliare le spese con una serata della kermesse in meno e chiamare qualche super-ospite su quel grande palco, anziché relegare le comparsate internazionali che in Italia possiamo permetterci alle interviste incolori di Fabio Fazio, inspiegabilmente (o spiegabilmente con motivi extratelevisivi?) ancora in tv in prima serata con Che tempo che fa nonostante il flop degli ascolti. Proprio a Fazio e al programma Anima mia Baglioni deve probabilmente la scoperta delle sue potenzialità televisive e la progressiva o almeno parziale uscita dal ruolo di cantautore romantico e un po’ compassato: oltre ad accumulare incassi SIAE (epico Favino in attesa dei risultati finali, quando alla proposta di Baglioni di cantare un’altra canzone ha risposto: “E BASTAAA!”), il Claudione nazionale ha anche mostrato ancora una volta il suo lato presumibilmente più spiritoso, partecipando a molte gag. Non è mancato chi ha notato che alcuni sketch avevano una fonte/un precedente, tanto che poi qualche riferimento è stato anche esplicitamente dichiarato; sì, perché oggi, con YouTube e gli immensi archivi più o meno ricchi del web (al netto di fake news), è facilissimo scovare tutto ciò che non è del tutto nuovo. A tal proposito sarebbe opportuna una riflessione più ampia; ci sembra inutile intervenire sulla questione della validità della canzone che ha vinto questa edizione, Non ci avete fatto niente di Ermal Meta e Fabrizio Moro, perché quel che conta è si sia espressa la Rai, regolamento alla mano, su quel ritornello che il terzo autore del brano, Andrea Febo, aveva già usato in un pezzo proposto da Ambra Calvani e Gabriele de Pascali a Sanremo Giovani 2016 e non selezionato (ma ancora sul sito della Rai, da quando i brani delle nuove proposte sono pubblicati sul web). Chi ha votato ieri la canzone, che ha vinto con il 44,7% dei voti (55,7% contando il solo televoto), era ben consapevole della questione e ha assegnato comunque la palma della vittoria a Meta-Moro, che hanno ricevuto anche il premio della TIM in quanto il loro brano è risultato la canzone più ascoltata in streaming durante la settimana sanremese sull’applicazione TIMMUSIC. La musica che ha successo alla fine si difende da sola da tutto e forse in campagna elettorale, in un momento di tensioni notevoli nel Paese a causa dei movimenti di estrema destra, nonostante in Italia qui e lì si usino le manifestazioni nazional-popolari per distrarre dai problemi politici, e per di più mentre gli occhi del mondo sono puntati, in occasione delle Olimpiadi invernali, sui contatti tra Corea del Nord e del Sud, ancora formalmente  in guerra, o sui bombardamenti di Trump in Siria, sentire che qualcuno si straccia le vesti al grido di “Non è giusto” per una questione di lana caprina su un articolo del regolamento di una kermesse musicale è francamente piuttosto risibile.

Più interessante ci sembra invece concentrarci sul tema in generale: cos’è oggi inedito? Quando una canzone può dirsi pubblicata? Sfogliando le pagine della storia della musica, emerge in modo molto evidente che molte canzoni hanno avuto una storia lunga e travagliata; tanti brani sono stati scritti per alcuni interpreti, che li hanno magari incisi in un provino, ma poi sono stati passati e portati al successo da altri nomi. A Sanremo uno dei casi più clamorosi di una canzone con una lunga storia è stato quello di Grande amore, il brano con cui Il Volo trionfò nel 2015: pezzo composto nel 2003 dal cantante Francesco Boccia e da Ciro "Tommy" Esposito del Giardino dei Semplici, fu scartato nel 2005 nella versione di Boccia e nel 2015 in quella del duo Operapop. La canzone fu proposta a Orietta Berti, ma Carlo Conti poi pensò piuttosto di affidarla al trio. Ci sarebbe poi una serie infinita di altre canzoni italiane da citare, ma a titolo esemplificativo basti un caso internazionale, quello di Je t’aime…moi non plus che Serge Gainsbourg scrisse riarrangiando con un nuovo testo un brano composto per la colonna sonora del film Les coueuers verts; il cantautore aveva dedicato (su sua richiesta) il brano a Brigitte Bardot, ma la versione da lei interpretata vide la luce solo nel 1986. Come è risaputo, il pezzo fu proposto a varie voci femminili, come Marianna Faithfull e Mireille Darc, per poi, proprio su consiglio di quest’ultima, essere passata a Jane Birkin. Soprattutto durante gli anni ’60 era prassi comune invece reinterpretare in italiano alcuni brani internazionali: si pensi ad esempio nel 1966 a Solitary Man di Neil Diamond, che Gianni Morandi cantò come Se perdo anche te, nel 1967 ad A Whiter Shade of Pale interpretata dai Procol Harum che divenne Senza luce, cantata dai Dik Dik, e al loro successivo singolo Homburg, ricantata dai Camaleonti come L’ora dell’amore, ecc. La maggior parte di noi non può ascoltare oggi i provini di pezzi proposti ad alcuni nomi della musica e poi pubblicati da altri, così come la ragazzina o il ragazzino che metteva la sua monetina nel juke-box per ascoltare Scende la pioggia con cui Gianni Morandi nel 1969 vinse “Canzonissima” non sapeva probabilmente che la musica era di Elenore degli americani Turtles. Alcuni forse ancora oggi ignorano magari che Alta marea, portata al successo in tempi più recenti (1991) da Antonello Venditti, era stata un singolo dei Crowded House, Don’t Dream It’s Over (1986). La differenza è che oggi ricostruire le origini di una scenetta comica o la storia di una canzone è parecchio più semplice; ogni spettacolo, ogni scena, ogni brano, anche cantato sotto la doccia, in un corridoio o agli amici, è a portata di smartphone o di altre registrazioni digitali. Qualunque artista avrà fatto ascoltare nella storia i suoi nuovi pezzi agli amici, ma un tempo una canzone interpretata dal vivo per esempio davanti a un amico era al sicuro; oggi inviarla via Whatsapp o via mail è metterla potenzialmente a rischio. Sa bene cosa si rischia un artista spesso tirato in ballo in questi giorni, ovvero Riccardo Sinigallia, escluso da Sanremo 2014 perché aveva già cantato la sua Prima di andare via davanti a pochi intimi, ma ne era rimasta traccia. Persino i blasonati Radiohead sono incorsi in varie polemiche, allorché nel 2016 nel loro ultimo album A Moon Shaped Pool hanno incluso vari brani che erano già circolati in qualche forma, come True Love Waits, che era del 1995 ed era stata interpretata dal vivo, e altri pezzi eseguiti già in concerto. Le critiche al gruppo mettevano in discussione la creatività e lo stato di salute della band inglese, ipotizzando che fosse al capolinea. Molti artisti in realtà testano i brani nei live anche in versioni provvisorie e a qualcuno di questi dà anche fastidio a volte che restino in rete su YouTube canzoni poi mai incise in un disco, mentre ormai anche su Instagram, persino nelle stories, ci sono estratti di live registrati dai fan o dai musicisti stessi. 

Il punto è che, in tempi in cui il supporto fisico sembra a un passo della morte e/o dalla sopravvivenza solo nel mondo del collezionismo, siamo ad uno stadio ben successivo ovviamente rispetto a quell’epoca della riproducibilità tecnica dell’arte di cui parlava nel suo illuminante e lungimirante saggio Walter Benjamin nel 1936 (prima traduzione italiana: 1966). In questa sua opera-pietra miliare il pensatore tedesco citava questa frase di Paul Valery: “Come l`acqua, il gas o la corrente elettrica, entrano grazie a uno sforzo quasi nullo, provenendo da lontano, nelle nostre abitazioni per rispondere ai nostri bisogni, così saremo approvvigionati di immagini e di sequenze di suoni, che si manifestano a un piccolo gesto, quasi un segno, e poi subito ci lasciano”. Benjamin rifletteva acutamente su concetti fondamentali come l’esponibilità e la labilità: “Ogni giorno si fa valere in modo sempre più incontestabile l`esigenza a impossessarsi dell`oggetto da una distanza il più possibile ravvicinata nell`immagine, o meglio nell`effige, nella riproduzione. E inequivocabilmente la riproduzione, quale viene proposta dai giornali illustrati o dai settimanali, si differenzia dall`immagine diretta, dal quadro. L`unicità e la durata s`intrecciano strettissimamente in quest`ultimo, quanto la labilità e la ripetibilità nella prima. […] così come nelle età primitive, attraverso il peso assoluto del suo valore cultuale, l`opera d`arte era diventata uno strumento della magia, che in certo modo soltanto più tardi venne riconosciuto quale opera d’arte, oggi, attraverso il peso assoluto assunto dal suo valore di esponibilità, l`opera d`arte diventa una formazione con funzioni completamente nuove, delle quali quella di cui siamo consapevoli, cioè quella artistica, si profila come quella che in futuro potrà venir riconosciuta marginale”.

Oggi la musica è così ripetibile, riproducibile, esposta e alla portata di tutti che chi scrive di musica è anche parecchio in difficoltà nell’orientarsi nella discografia degli artisti: qual è il disco di debutto di un cantante? Erica Mou nel 2011 con il suo album È entrò nelle cinquine delle Targhe Tenco per la migliore opera prima, ma poi fu esclusa perché un suo album precedente, che molti ricordavano come un demo, era stato pubblicato da Auand/Jazz Engine con tanto di bollino SIAE, anche se era circolato in poche copie. La differenza tra un demo e un album vero e proprio sarebbe proprio un bollino, ma la questione con l’avvento e l’uso quotidiano del web da parte di produttori e fruitori della musica è diventata molto più complessa e sfaccettata. Una volta c’era MySpace, spazio usato da molti gruppi e solisti “unsigned” (tra cui anche la Fame di Camilla per esempio, ex band di Ermal Meta) per diffondere anche materiale nuovo, non ancora inciso in un demo o altrove, e farlo ascoltare ai propri fan; un disco diffuso oggi su Bandcamp è stato pubblicato? E cos’è un singolo? Tantissimi artisti non sono trasmessi dalle radio e in pochi incidono una nuova canzone su un vinile per i fan; anche i singoli-promo per le radio ormai sono un ricordo del passato. Possiamo considerare un singolo una nuova canzone pubblicata su Spotify, su Soundcloud, su YouTube anche solo come lyric-video? Un album come l’esordio dei Cigarettes After Sex è stato definito sicuramente “highly anticipated”, cioè molto atteso, ma in italiano potremmo definirlo anche “molto anticipato”, perché tantissimi brani erano già circolati in vari modi, c’erano in rete anche i testi e così via. Insomma il concetto di singolo, di album, di opera prima e di inedito sono da ridefinire nell’era della musica liquida, in cui di tutto resta un segno e tutto rischia di perdersi, in cui la compattezza di un disco e i suoi tempi di pubblicazione sono messi in discussione da forme di condivisione più immediate e veloci, adeguate ai ritmi dei tempi odierni. La storia della musica ci offre molti esempi per cercare chiavi di interpretazione di fenomeni attuali, ma siamo anche davanti a cambiamenti di cui, a causa anche della rapidità delle rivoluzioni tecnologiche (basti pensare all’uscita dal paniere Istat del lettore Mp4, per dirne una), non possiamo prevedere l’evoluzione.

D’altronde il contatto diretto con il pubblico ha sicuramente cambiato le modalità con cui si arriva al successo: se tra gli ospiti del Dopofestival 2018 ci sono stati anche i ragazzi di Casa Surace, piccola factory e casa di produzione di video nata nel 2015, che ha totalizzato oltre 400 milioni di visualizzazioni (parametro-feticcio di oggi) su Facebook e YouTube, sul podio del Festival quest’anno sono saliti sia Ermal Meta, che non ha vinto il Festival quando era sotto contratto con la Sugar (ai tempi degli Ameba4) o con la Universal (con la Fame di Camilla), ma come nome di spicco della rinnovata Mescal, sia lo Stato Sociale, al secondo posto, gruppo da sempre tra gli artisti Garrincha. Spesso nel passato gli artisti più giovani o giovanili, che non fossero insomma vecchie glorie, ma conoscessero la gavetta e i palchi dei club, sono stati relegati al ruolo di outsider sanremesi e sono finiti in fondo alla classifica, anche quando avevano tentato di portare alla kermesse un brano più tradizionale. Ora conquistarsi fan anche lontani dai riflettori, fare sold-out da indipendente o avere un’ampia community di estimatori che condividono brani sui social può fare la differenza: nomi che prima l’italiano medio non conosceva (ma i suoi figli ventenni e universitari magari adoravano) si sono piazzati ai primi posti del Festival più celebre del Bel Paese. Ok, la differenza la fa anche (ma non solo) il televoto, ma in questo caso non ha premiato divi plasmati dal nulla di un talent-show, creature televisive che non avessero mai cantato dal vivo, ma un percorso differente e inizialmente oscuro come tanti. In entrambi i casi si tratta però di proposte musicali che parlano linguaggi pop: lo Stato Sociale ha tra l’altro annacquato parecchio nel tempo i suoi riferimenti ad argomenti appunto sociali, assestandosi su canzoni gradevoli per l’intrattenimento, che probabilmente non vanno prese troppo sul serio, come ha dimostrato anche la scelta di cantare con il Piccolo coro dell’Antoniano “Mariele Ventre”.  Più che a Paolo Rossi, altro loro ospite nella serata dei duetti, oggi somigliano più a Elio e le Storie Tese, se non ricordano a tratti persino il rock demenziale. Insomma…per avere successo (anche, ma non solo a Sanremo) può contare anche essere giovani artisti indipendenti che in fondo saranno sempre più freschi dei Pooh più bolliti o bisogna comunque semplificarsi e omologarsi? Non so quanti avrebbero scommesso sul successo radiofonico e mediatico dei theGiornalisti quando erano un gruppo di nicchia neanche particolarmente originale e Tommaso Paradiso ha conquistato il grande pubblico anche e soprattutto cantando canzoni molto commerciali come Pamplona con Fabri Fibra o da ultimo l’ultimo singolo firmato da Takagi & Ketra, Da sola/In the Night, pezzo parecchio anni ’80 con Elisa e con tanto video super-kitsch (volutamente); però ha anche firmato per Morandi un brano più tradizionale (ma non polveroso) ed evocativo come Una vita che ti sogno, presentata anche sul palco dell’Ariston fuori gara. Paradiso insomma oggi è super-commerciale come il prodotto a 0,99 € e i punti del catalogo-premi del supermercato, ma sa(-prebbe) anche fare altro. E non è detto che il pubblico risponda solo se richiamato dallo specchietto per le allodole di certi testi, come quelli della trap, o di certe melodie. Il punto è anche che la musica di alcuni artisti come Meta o i theGiornalisti ha avuto modo di farsi ascoltare al di fuori della nicchia, impresa non semplice in tempi in cui è quasi impossibile scoprire artisti “insoliti” ascoltando le grandi radio e la musica non arriva a nuovi ascoltatori con gli Mtv Days, che pure ci sembravano roba inflazionata (e invece ospitavano anche Verdena, Marlene Kuntz, Üstmamò, ecc.). Su internet tutto è a portata di mano, ma solo con le giuste chiavi di ricerca. Gli illustri “sconosciuti”, anche originalissimi e ricchi di talento, rischiano di restare tali. Ed è a questo problema che dovremmo trovare soluzioni, anziché limitarci a scuotere la testa quando Calcutta piace con un singolo in cui canta “We deficiente”. Tra l’altro parlare di popolo-bue non aiuta: bisogna portare l’alternativa alle orecchie del grande pubblico, che altrimenti non conosce altra musica che quella degli Amici di Maria. Ricordo una data di un festival nazionale nella cui organizzazione ho militato per alcuni splendidi anni, l’Arè Rock Festival: nel locale in cui tenevamo le selezioni live (dieci date per trenta artisti scelti tra il centinaio di iscritti al concorso) c’erano una sera molti metallari DOC e noi eravamo in apprensione per l’esibizione di uno storico e meraviglioso gruppo pugliese, i raffinati C.F.F. e il Nomade Venerabile. Beh, il pubblico rimase incantato. Riflettiamo su tutto questo, perché che progetti bellissimi cadano nel dimenticatoio o trovino le platee che meritano dipende anche da noi. Ogni giorno.
 

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