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Jimi
Hendrix: "All along the watchtower" (Bob Dylan)
Il catalogo di Dylan è uno dei più saccheggiati in fatto di
cover: la migliore l'ha fatta Jimi Hendrix in una sorta di
confronto tra il più grande songwriter ed il più grande chitarrista
di sempre. Questa versione tra l'altro con i suoi tagli acidi
e distorti è uno dei pezzi che meglio rappresenta il periodo
storico a cavallo tra Sixties e Seventies.
Fabrizio De Andrè: "Avventura a Durango"
(Bob Dylan)
Continuiamo con Dylan, qua interpretato da Fabrizio De Andrè,
in collaborazione con Massimo Bubola. Quando il fare cover
non era solo un lavoro di rifacimento, ma un'opera di ricerca
e di traduzione.
Johnny Cash: "Hurt"
(Nine Inch Nails)
La prima regola di una cover è che deve scavare nell'originale
fino a tirarne fuori l'anima più profonda, magari anche stravolta:
come ha fatto Johnny Cash, uno che in fatto di profondità
ne sapeva qualcosa, con uno dei pezzi più oscuri di Trent
Reznor.
Petra Magoni & Ferruccio Spinetti:
"I will survive" (Gloria Gaynor)
A proposito di stravolgimenti, si possono prendere pezzi già
suonati in tutte le salse, persino i cosiddetti hit, e dare
loro una veste del tutto diversa: magari cucendogliela addosso
con una voce audace e le pause di un contrabbasso. Il trucco
sta nel non perdere mai la tensione.
Jeff Buckley: "Hallelujah"
(Leonard Cohen)
Una voce d'angelo spezzato come quella di Jeff Buckley, figlio
d'arte di Tim, non poteva che rivolgersi al cielo toccandolo,
prima che il suo momento giungesse (di lì a poco), con una
versione tutta sua di "Hallelujah".
Nirvana: "The man who sold the world"
(David Bowie)
Per la serie "le canzoni bisogna sentirle proprie", Kurt Cobain
cantò David Bowie nel noto "Unplugged in New York" identificandosi
come non mai in quell'uomo che vendette il mondo.
X: "Soul kitchen" (The Doors)
Tritare la storia, piegarla e comprimerla per poi lasciarla
sfogare dai propri strumenti: così dal punk losangelino degli
X di John Doe e di Exene Cervenka sbottarono i Doors, prodotti
- guarda caso - da Ray Manzarek.
Blue Cheer: "Summertime blues"
(Eddie Cochran)
Il rock'n'roll delle origini sottoposto ad una cura ricostituente
con dosi massicce di hard-blues psichedelico: quello che i
Blue Cheer fecero ad Eddie Cochran aprì la via al rock duro
e a tanti suoi sottogeneri.
Dinosaur Jr: "Just like heaven"
(The Cure)
I Cure, ovvero uno dei migliori gruppi usciti dalla new-wave,
rivisitati dai Dinosaur Jr, ovvero uno dei gruppi più schizzati
dell'underground pre-grunge. Risultato: il tormento esistenziale
di Robert Smith scarnificato fino a liberare i suoi incubi
/ sogni.
Nick Cave: "Helpless" (Neil
Young)
Neil Young è ovviamente un altro degli autori più "coverizzati"
ed "Helpless" una delle sue canzoni più gettonate: nessuno
però ne ha penetrato le languide ombre folk come un Nick Cave
in odore di "Into my arms".
Janis Joplin: "Summertime" (George
Gershwin)
Straziare una melodia non significa solo impossessarsene e
gridarla: bisogna estrapolarne la sofferenza. Janis Joplin
lo fece splendidamente con questo classico gershwiniano.
Patti Smith: "My generation" (The
Who)
Un'altra grande signora del rock alle prese con un pezzo da
novanta: questa volta si tratta di uno dei cavalli di battaglia
degli Who. Un pezzo già storico a cui la Smith riuscì a far
fare un salto generazionale in avanti almeno di una decina
d'anni.
Cowboy Junkies: "Sweet Jane" (Velvet
Underground)
I Cowboy Junkies sono maestri nello spogliare le canzoni,
anche perchè ad interpretarle hanno una signora, tanto sensuale
quanto pudica, quale è Margo Timmins. Solo la sua voce poteva
accarezzare così l'anima infetta della "Sweet Jane" di Lou
Reed.
Flaming lips: "After the gold rush"
(Neil Young)
Coraggio e fantasia, originalità e sfrontatezza sono alcune
delle doti richieste per fare cover interessanti: quelle che
non mancano certo ai Flaming Lips (anche se ultimamente hanno
cominciato a giocarci un po' troppo). Nella loro fase rock
più lisergica, azzardarono un Neil Young scorticato per bene.
Frank Zappa: "Whipping post" (Allman
Brothers Band)
Chi lo ha detto che per fare una buona cover, e più in generale
per scrivere una buona canzone, non si può usare l'ironia?
Quel genio impazzito di Zappa ce ne ha dato un esempio in
"Does humor belong in music", violando addirittura il territorio
della Allman Brothers Band.
Caetano Veloso: "It's alright Ma
(I'm on ly bleeding)" (Bob
Dylan)
Tornando a Dylan invece chi l'ha detto che non se ne possono
modificare i connotati? Ai puristi parrà un sacrilegio, ma
Veloso ne ha fatta una take moderna, semi-rap, in nome della
libertà artistica professato dallo stesso Bob.
"I
stand up next to a mountain and chop it down with the ledge
of my hand"
Jimi Hendrix
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