Medimex

Medimex

Bari, 24-27 novembre 2011


07/12/2011 - di Ambrosia J. S. Imbornone
La musica è lavoro è lo slogan del Medimex, 1° Fiera delle Musiche del Mediterraneo organizzata da Puglia Sounds, al cui interno si è svolta anche la 15° edizione del M.E.I., per la prima volta lontano da Faenza.
*** Ma che ruolo svolge oggi la musica nella società? Al di là del culto di ormai sempre meno collezionisti, è percepita solamente come sottofondo insensato da supermercato, una sorta di arte minore ridotta a prodotto di consumo o a mera occasione banale di svago, oppure si è consapevoli del suo valore, intimo e personale, sociale, politico ed economico?

Su questo ha cercato di riflettere il Medimex, promuovendo, attraverso ampi convegni e presentazioni, un proficuo dibattito sulla musica come risorsa per la valorizzazione e la ricchezza del territorio, o come arma culturale contro l’indifferenza, sulle prospettive del mercato digitale e dei nuovi media, e molto, molto altro.

Dopo un florilegio di brividi nell’apertura al Teatro Petruzzelli con nomi quali Pino Marino, Cristina Donà, Paola Turci, Peppe Servillo, Mauro Ermanno Giovanardi, Roy Paci, Nada, Simone Cristicchi e Vinicio Capossela, gli 8.000 mq di spazi espositivi del Nuovo Padiglione della Fiera del Levante, ben attrezzati ed eleganti, hanno ospitato 150 stand, 1000 operatori e 3000 addetti ai lavori locali o noti in tutto il territorio, tra giornalisti, conduttori radiofonici, produttori, addetti stampa, discografici, ecc.

Le cifre della Fiera sono soddisfacenti, per quanto forse più musicisti locali, al di là degli inviti nelle dirette delle pregevoli radio web della zona, avrebbero potuto sfruttare i contatti e gli spunti offerti dallo spazio fieristico e dalle sue tavole rotonde. Ai musicisti e agli operatori interessati erano dedicati, su prenotazione, anche gli originali speed dating ideati da Puglia Sounds, con Stefano Senardi, Luca Valtorta (direttore di xL), Pino Pinaxa Pischetola e Luca de Gennaro (direttore artistico di Mtv).

Ciò che è mancato in fiera è stata però la musica suonata, al di fuori delle brevi performance live nello spazio di Radio3 Rai e di qualche presentazione presso lo stand di Audiocoop. Per il resto la presenza della musica è stata relegata agli eventi serali, quelli targati M.E.I. al Teatro Kismet e gli showcase allo Showville riservati purtroppo solo agli operatori. In una manifestazione con grande e meritorio investimento e dispendio di energie e risorse, un altro padiglione o uno stand costante adibito a palco live almeno per tutta la durata del pomeriggio avrebbe attirato molti più visitatori comuni.

Problemi logistici ci hanno impedito purtroppo all’ultimo momento di assistere alla cerimonia del P.I.M.I., con la consegna dei premi a Massimo Volume (miglior disco), Quintorigo (miglior gruppo), Paolo Benvegnù (miglior solista), Brunori Sas (miglior live), Valentina Gravili (miglior autoproduzione), 42 Records (miglior etichetta), Giacomo Fiorenza (miglior produttore), Iosonouncane (premio Fuori dal Mucchio per il miglior disco d’esordio), Paolo Fresu (premio per la nuova etichetta Tuk), ed altri ancora.
Proviamo però a raccontarvi gli eventi principali che siamo riusciti a seguire per voi.

1. Meraviglioso Modugno
2. Bed & Show presenta Hojat Rahim
3. Teatro degli Orrori, il nuovo album Il mondo nuovo: presentazione in anteprima
4. Le luci della centrale elettrica: C’eravamo abbastanza amati, presentazione del nuovo ep di Vasco Brondi
5. Chi ha paura della musica? Convegno con Franco Battiato, Vasco Brondi, Caparezza, Pierpaolo Capovilla, Tommaso Colliva, Daniele Silvestri.


Meraviglioso Modugno

Teatro Petruzzelli, Bari, 24 novembre 2011.

Le luci del Medimex si sono accese in un piccolo tempio della musica, il Teatro Petruzzelli di Bari, uno dei più prestigiosi e storici dell’intero Meridione, rinato nell’ottobre 2009 dopo il devastante incendio del 1991.
Imponente e maestoso gioiello di stucchi e velluti, associato alla statura polimorfa  (ironica, profonda, eclettica, innovatrice) di Domenico Modugno, è un posto che si fa ammirare con il naso all’insù e incute quasi soggezione. O, per meglio dire, si fa cassa di risonanza dell’emozione per molti nomi illustri che ne calcano il palco, per quanto navigati che siano.

Non c’è esperienza che tenga neanche per gli spettatori, per “difenderli” dai brividi della serata. La musica in scena nella prima parte è infatti spesso disarmante perché nuda, minimale, intessuta di silenzi che nutrono e propagano l’eco interiore dei suoni e delle parole.
Perché non si fa necessariamente musica migliore alzando il volume o aumentando le distorsioni, ma a volte scelte semplici, anche di necessità, sanno spogliare un brano dalle vesti polverose di broccato della tradizione più classica e pomposa (ci verrebbe da dire “sanremese”), per recuperarne il senso più intimo, che vibra, glorificato, innanzitutto nelle corde delle voci.

L’apertura della serata, organizzata da Puglia Sounds in collaborazione con il Club Tenco e con il coordinamento artistico nello specifico di Enrico de Angelis, Stefano Senardi e Maria Cristina Zoppa, condotta da quest’ultima e da Antonio Silva, storico presentatore del Premio Tenco, è pugliese con i reggae dei Sud Sound System, più gradevole ne La donna riccia.
Ma subito dopo uno dei momenti che maggiormente nella serata riusciranno ad assorbire e calamitare  silenzi ammirati è proprio uno dei più spogli musicalmente, ovvero quello di Pino Marino, che si fa accompagnare solo dalla chitarra diffusa da un registratorino: abolisce l’arrangiamento e lascia alla sua voce il privilegio di scuotere l’aria e gli ascoltatori. Il suo cantato è abbastanza classico e rispettoso, quasi in contrasto con l’ardita scelta musicale povera, ma ben riconoscibile negli acuti, soprattutto in quelli del ritornello, eseguito su una tonalità alta.

Molto intensa risulta anche l’interpretazione di Cristina Donà, tanto emozionata da leggere il suo messaggio introduttivo, anziché andare a memoria: racconta il suo “incontro” con Modugno, paragonandolo a quello con una persona la cui figura si snobbava un po’ quando giganteggiava con il suo immenso fascino nelle confidenze ricche di stima degli amici, ma che, una volta conosciuta davvero, rivela che la sua fama è più che fondata e non può che incantarti per sempre.
La Donà interpreta Ora che sale il giorno, adattamento di un testo di Salvatore Quasimodo, e poi affida anche lei ad un registratore ed alla voce del grande Mimmo la parte più drammatica di Meraviglioso, quella dell’antefatto della tentazione suicida, per poi proseguire con la sua voce densa il brano e regalarne alla platea una versione sobria, ma accorata ed intima, come una carezza sapiente delle meraviglie della vita, che assume i doverosi significati profondi sulle labbra della cantante di Miracoli.

Siamo anni luce dalla versione iper-pop e vacuamente quasi stadium dei Negramaro. In una serata senza tempi morti, che fa scorrere le emozioni veloci di interprete in interprete, dritta al cuore ed all’essenza di Modugno va anche l’esibizione dei Radiodervish, che, anche loro colpiti dall’emozione di essere “nel teatro più bello” della loro città, ripropongono due cover già da loro incise, Amara terra mia, molto tesa e drammatica, e Tu sì ‘na cosa grande, che, alternando arabo e italiano, risuona suadente quasi come un tango voce, piano, percussioni e contrabbasso.

Molti gli applausi per loro, complice anche il fattore dello giocare in casa, ma anche per la successiva Paola Turci, che propone La lontananza chitarra e violino, sempre esaltando l’intimismo sentimentale e romantico di Modugno, e soprattutto una Dio come ti amo di straordinaria forza emotiva, con la ritmica della chitarra in evidenza e il violino pizzicato. L’artista torna sul palco anche per duettare con Peppe Voltarelli durante La cicoria: il cantautore calabrese ha come armi di seduzione solo le sue corde vocali e la sua chitarra, eppure sfodera anche ne Lu tambureddu una voce di notevole potenza e riesce a coinvolgere il pubblico in battimano, che ben presto diventano anche in questo caso scrosci di applausi.

Le due canzoni interpretate da Peppe Servillo risultano a loro volta ancora più nude ed impressionanti nel loro puro vigore drammatico rispetto all’omaggio Un uomo in frac con i compagni di viaggio degli Avion Travel: Che cosa sono le nuvole, con testo di Pier Paolo Pasolini (regista dell’episodio omonimo, parte del film collettivo Capriccio all’italiana), diventa qui quasi funerea, mentre il racconto (allegorico?) de Lu pisci spada manifesta pienamente la sua tragicità, nella violenza subita e condivisa per amore in una sola morte. Brividi. Qualcuno corre lungo la schiena anche davanti alla dignitosa eleganza e solitudine del protagonista di Un vecchio frac, di cui Simone Cristicchi offre una versione molto delicata, in linea con le sue canzoni, prima di lanciarsi in una Pasqualino Maraja graziosa e giocosa.

Più ricca rispetto a quella di altri set precedenti è la strumentazione che porta sul palco Mauro Ermanno Giovanardi, autore di una buona performance, con cui personalizza Una tromba d’argento e Notte di luna calante, tra ritmi ballabili ed atmosfere cinematografiche sixties. Tuttavia l’enfasi della sua interpretazione e la sua attitudine un po’ vagamente “gigiona” sulle scene sono un po’ meno in sintonia con la sostanza musicale ed emozionale semplice e diretta della serata.
Anche Roy Paci approda al Petruzzelli con una piccola orchestra (contrabbasso, batteria, piano, chitarra acustica…) e ci si aspetterebbe magari da lui l’esibizione più “caciarona” della serata. Invece, fine musicista, dona al pezzo grande eleganza sia nell’esplosione di suoni rabbiosa iniziale, sia nella prosecuzione più cadenzata di Un pagliaccio, dramma dell’infedeltà pubblicamente irrisa, impreziosita dalla sua tromba che per l’occasione sa farsi dolceamara e malinconica.
D’altronde anche la successiva Malarazza oscilla tra jazz e blues e solo dopo il ritornello si trasforma in un forsennato brano ballabile, pur restando asciutta nella sua denuncia di ataviche ingiustizie. Sentita e poco retorica appare tra l’altro la presentazione del pezzo, in cui Paci ricorda chi non può permettersi un biglietto al teatro e tuttora lavora in condizioni difficili nei campi o in mare.

Parte con un assolo nostalgico e arpeggiato di Fausto Mesolella Notte chiara interpretata da Nada, che come sempre risulta misurata, eppure intensa ed elegante, in quel suo modo di cantare i pezzi come soffermandosi al contempo al di fuori e all’interno delle loro soglie. Un effetto simile lo produce anche la sua Come hai fatto.
Meno incisivi appaiono i due big a cui è affidata la chiusura, Daniele Silvestri e Vinicio Capossela. Il primo esegue con una chitarra quasi western Mafia e la associa alla tenue Ninna Nanna con un’intro “politica”, che non risparmia stoccate a chi finge che la criminalità organizzata non esista e che magari sia chi ne parla in un romanzo o in un film ad inventarla, gettando discredito sul nostro Paese. Lodevole l’intento, meno la forzatura. Silvestri propone anche, spostatosi al piano, una pimpante La sveglietta e conferma la sua bravura, ma del Modugno divertente e leggero non ha l’allure cordiale e coinvolgente. La sua ironia, a nostro avviso, a volte si rivela distaccata.
Il secondo, Capossela, acchiappa applausi con un’altra operazione che contamina Modugno con un presente per fortuna da lui neanche immaginato, infilando in Musetto, eseguita con le sorelle Marinetti, frecciate a Terry de Nicolò: “Anche se Sgarbi dice che la bellezza è un valore, non devi farmela pagare ogni volta”, mormora infatti ad esempio il cantautore.

Vinicio è l’unico artista ad eseguire sul palco del Petruzzelli anche un suo brano, il singolo in “sirenese” Pryntyl, e dopo aver registrato il tutto esaurito pochi giorni prima nello stesso teatro barese, ci si chiede se veramente in questo momento della sua carriera avesse bisogno di questa vetrina autopromozionale. Un regalo per chi non aveva potuto assistere a quel concerto? Tanti non hanno potuto partecipare neanche a Meraviglioso Modugno: si è registrato infatti il sold-out. Tuttavia gli ordini superiori del teatro erano tristemente ricchi di posti vuoti, evidentemente riservati ad accrediti mai utilizzati. Ma sono cose che succedono.
La serata ha riservato emozioni impareggiabili in una carrellata di ospiti che non ha avuto momenti di opacità. E probabilmente avrà soddisfatto anche Franca Gandolfi, moglie e vedova di Domenico Modugno, presente in sala a dare il crisma dell’ufficialità all’omaggio.


Bed & Show presenta Hojat Rahim
Medimex, Fiera del Levante, Bari, 25 novembre 2011

Merita di essere ricordata una presentazione organizzata dall’originale network Bed & Show, che mette in contatto gli artisti per scambi di ospitalità nelle reciproche città, per ampliare contatti e occasioni di visibilità.
L’ottica ospitale del progetto nell’ambito del M.E.I. ha accolto un giovane artista proveniente dall’Iran, il ventenne Hojat Rahim. La musica pop è vietata nel suo paese e la sua popolarità non era gradita al governo; inoltre è di padre afgano. Pertanto un giorno, anziché gli attesi documenti che gli permettessero di svolgere senza problemi la sua attività di musicista in Iran, arrivò un’ordinanza che imponeva di lasciare il Paese entro sei giorni.
Al momento quindi Rahim è apolide (non risulta nato in Iran) e rifugiato politico e sta provare a ricominciare in Italia.
La musica tradizionale del suo paese incide per il 50% sulle sue canzoni, mentre il restante 50% delle sue influenze affondano nel pop.
Le alchimie e le contaminazioni sonore del suo progetto ci fanno venire in mente le fusioni di ritmi e colori folcloristici da un lato e appeal da classifica che ha messo in atto la musica indiana. Speriamo che anche la sua musica possa trovare un’accoglienza interessata e partecipe nel nostro Paese e in generale in Occidente.


Teatro degli Orrori, il nuovo album Il mondo nuovo: presentazione in anteprima

Medimex, Fiera del Levante, Bari, 25 novembre 2011.

E’ una vera esclusiva del Medimex l’intervista di presentazione del prossimo lavoro del Teatro degli Orrori, a cura di Luca Valtorta, direttore di xL. Emergono molti dettagli interessanti sia nell’incontro pubblico, sia ancor prima in una nostra chiacchierata con Pierpaolo Capovilla, unico protagonista dell’evento, che si mostra molto disponibile.
Il nuovo album della band, il terzo della loro storia, conterà ben 16 tracce, alcune anche di 6-7 minuti, per un totale di 70 minuti di musica, quasi oltre il limite massimo di durata di un cd. Eppure il TdO ha voluto evitare la pubblicazione di un doppio cd, mentre su lp il lavoro comunque dovrà uscire ovviamente su due vinili.
Si tratterà di un concept-album su storie di immigrati, tra cui sono compresi anche i soldati americani in missione in Iraq (di cui Capovilla evidenza la condizione di partenza spesso di grande indigenza) e Jon Cazacu, il piastrellista romeno bruciato vivo dal suo datore di lavoro. Questa figura è al centro del brano Jon, di appena due minuti, apparentemente una semplice canzone d’amore, che è stata sottoposta anche all’attenzione della moglie di Cazacu, Nicoleta. Molto spesso non è stata contattata affatto per iniziative in memoria di suo marito (“tipiche cose italiane” sbotta Capovilla nella nostra chiacchierata, “me ne dissocio!”); in questo caso invece ha taciuto per due mesi, facendo un po’ preoccupare il Nostro, ma poi gli ha scritto una mail bellissima di ringraziamento, che ovviamente gli ha fatto molto piacere.
Il disco uscirà per la Tempesta, che, come è noto, è un collettivo di artisti che autoproducono i loro dischi. In termini economici allora il gruppo ha investito parecchio in questo progetto, prosciugando le sue finanze, forte della stima e della fiducia di cui ormai gode presso pubblico e critica. Si aspettavano che il TdO facesse tanta strada? No, in realtà nacque come side project degli One Dimensional Man, che li aiutasse a fare meno fatica per sbarcare il lunario. Invece poi il quartetto ha fatto “il botto” e il suo nuovo album è molto atteso.

Cosa ha consentito il salto di popolarità? Indubbiamente anche l’uso dell’italiano: i testi dell’ultimo album degli ODM, A Better Man, sono dell’amico pittore e poeta australiano Rossmore James Campbel e Capovilla li definisce indubbiamente “più romantici” dei suoi, ma sottolinea che la poetica precedente del gruppo non era differente rispetto a quella del TdO, come si può notare prestando attenzione ai testi in inglese.

I contenuti erano analoghi, ma il passaggio all’italiano ha significato indubbiamente essere finalmente compresi in toto. “Alle cose belle arrivo sempre tardi, ma meglio tardi che mai” è un po’ lo slogan sul tema coniato dal frontman di entrambe le formazioni: l’inglese è “una mediazione tra ciò che vorresti dire e ciò che dirai”, afferma Capovilla, che quindi se ne è poi liberato, visto che l’italiano, in fondo, lo “conosce un po’”, mentre l’inglese, studiato all’università, non è comunque la sua lingua. Proviamo a suggerire che forse il filtro di questa mediazione è spesso utile in una fase della vita in cui si è più giovani e non si ha ancora la maturità per esporsi facendone a meno e l’ipotesi appare plausibile.
Dal TdO non si ci può certo aspettare un lavoro buonista e retorico: nell’incontro condotto da Valtorta, si ricorda la scelta di questo nome “sgraziato”, complesso, che solo per non sembrare “impudico” nei confronti di Antonin Artaud non è stato ancora più esplicitamente Teatro della Crudeltà, o meglio ancora, Théàtre de la cruauté e sembra ricongiungersi al rock italiano nel senso più alto nel rammentare moniker altrettanto articolati come Premiata Forneria Marconi o Banco del Mutuo Soccorso.

ll “teatro degli orrori” è però anche una definizione giornalistica, riservata ad avvenimenti clamorosamente tragici: Capovilla e compagni infatti ricordano la tragedia del vivere, dato che la vita è ahinoi composta anche dai tasselli dolorosi dei momenti tristi. La morte è un momento topico della vita, afferma Capovilla, e non può essere ignorata: il TdO vuole raccontare infatti “la società per come è” e non come sembra o qualcuno nelle alte sfere vuole che sembri. Come? Mettendo in scena la vita: la rappresentazione di un momento di vita vissuta, in un collegamento ideale con i principi del teatro di Artaud, è infatti un “magnifico paradosso”, “più reale della realtà”. Sul palco la vita resuscita, sicché il teatro può dirsi allora veramente vivo, in un senso esistenziale, come l’ha inteso anche Carmelo Bene.

Con siffatte premesse, è logico che lo scopo della musica del TdO, complice appunto anche la scelta linguistica dell’italiano, fosse e continui ad essere quello di essere ascoltata, non di essere reputata un semplice sottofondo. “Sì, vaffanculo ai sottofondi”, dice Capovilla, contrapponendosi così senza peli sulla lingua a certe concezioni svalutative della musica, che tanto la danneggiano talvolta nell’immaginario comune. Il TdO costituisce infatti in qualche modo un esempio di un progetto che va al di là delle leggi del mercato senza paura di proporsi in maniera anche “difficile”: anche per questo nuovo lavoro richiede ascoltatori “agguerriti”, come dovevano esseri i lettori de I fiori del male di Charles Baudelaire secondo Erich Auerbach.

L’argomento prescelto è indubbiamente molto attuale: Capovilla sottolinea che il Paese sembra essere diventato molto più egoista, complici quasi “vent’anni di berlusconismo”, ma anche l’insufficienza degli “anti-corpi democratici”. Non si sarebbe stati attenti a ciò che succedeva e così non si sarebbero posti i necessari argini al diffondersi di un’ignoranza di ritorno, dell’incultura, della xenofobia, come mancata accettazione dell’altro, che sia l’immigrato o chi ha delle idee diverse.
Se la natia Venezia gli pare “un’isola a sé”, i germi della xenofobia gli sembrano molto presenti nel Veneto e questo, oltre a instillare in Pierpaolo preoccupazione, è anche una fonte di rabbia. La musica allora a suo dire deve avere un ruolo progressivo, propositivo, democratico e quindi affrontare tematiche di questo tipo. I testi del TdO sono proprio di Capovilla, ma il frontman e bassista evidenzia che si tratta di un progetto condiviso dalla band: è importante per loro che la loro musica sia politica, non in senso partitico, ma in senso più ampio e profondo, lontano da quella che Valtorta definisce la “puerile militanza” praticata per moda, nutrita di “sloganismi”.
Nella conversazione con il direttore di xL emerge d’altronde che anche la musica in realtà è sempre politica, che voglia far pensare oppure voglia evitarlo, che contenga messaggi espliciti oppure sia “canzonetta”, perché anzi in questo caso è in grado maggiormente di incidere nell’ “immaginario collettivo nei tempi della bio-politica”, aggiunge Capovilla. Valtorta ricorda che William S. Burroughs riteneva quella che in inglese si chiama “muzak”, la musica che è in diffusione nei supermercati, nei centri commerciali, negli aeroporti, ecc., un modo per controllare i cervelli ed obnubilare le coscienze.

“Possiamo ascoltare le solite stupidaggini, la Pausini, Vasco Rossi…ma non raccontano niente, non arricchiscono, ma impoveriscono. Io vorrei che chi ascolta il TdO si arricchisse…”, continua l’artista. Senza questo tipo di impegno a suo giudizio la musica non conta, non può avere valore.
“Questo mondo mi fa schifo”, racconta Capovilla; allora ecco che il TdO gli contrappone un mondo nuovo. Il loro terzo album si intitolerà proprio così, Il mondo nuovo, con un riferimento al romanzo distopico di Aldous Huxley, cioè alla sua utopia negativa: l’impressione che ha spinto la band a scrivere le canzoni di questo lavoro è che la vita stia proprio peggiorando in peggio, nell’indifferenza di chi continua a coltivare il proprio orticello. Però, a prescindere ed al di là della negatività attuale, il gruppo vuole anche immaginare appunto un mondo nuovo: è improbabile che possa essere migliore, ma bisogna lottare perché così possa essere.

Il “mondo nuovo”, espressione che appare anche nel singolo Io cerco te, una delle canzoni di questo album a cui maggiormente il TdO è “affezionato”, è anche l’America: i tempi post-moderni della globalizzazione non comprendono e determinano soltanto fenomeni economici e finanziari, ma anche migrazioni necessarie per poter (soprav)vivere. Queste canzoni allora scendono nell’intimità di chi lascia una terra per rifarsi una  vita, di chi è costretto ad abbandonare una lingua per impararne un’altra, di chi deve abbandonare la propria famiglia per poi sperare di ricongiungervisi. Si tratta così di un disco di solitudine, disperazione, ma anche di speranza. Una delle sue parole chiavi è sacrificio, un vocabolo che ora provoca una smorfia di disturbo, ma che è emblema di un peso che ci si accollava volentieri, soprattutto un tempo, per la famiglia o per amore.
“E’ bello lottare”, dichiara Capovilla, che sottolinea come il percorso che ci conduce verso il futuro sia importante in sé, anche a prescindere dalla meta. Una società giusta forse è impossibile (lo insegna l’esperienza della storia – afferma Pierpaolo, senza che questo per lui costituisca un motivo di sconforto), ma è il cammino verso di essa che conta, non solo e non tanto l’ideale che lo ispira. Esso infatti “rende la vita più degna di essere vissuta” e pertanto “più bella”.

“Vengo al mondo per cambiarlo, altrimenti che cazzo ci sto a fare? Che sono nato a fare? Vivere significa lottare e viceversa, ma è un binomio di gioia”, dice Capovilla, dato che l’utilità di questi sacrifici si coniuga nel suo pensiero proprio alla loro bellezza.
Sicuro, fermo, determinato, Pierpaolo combina fervore ed aplomb durante l’incontro, intercalando ogni tanto un calmo, eppure indignato “Santo cielo”, proprio come nella canzone Mai dire mai. Il suo messaggio arriva così forte, chiaro e quotidianamente rivoluzionario, come un atto di fede nel potere delle idee, prima ancora che nella musica che le veicola.


Le luci della centrale elettrica: C’eravamo abbastanza amati, presentazione del nuovo ep di Vasco Brondi

Medimex, Fiera del Levante, Bari, 26 novembre 2011.

Al fine di arginare le acritiche importazioni di musica dall’estero e di valorizzare attivamente la musica italiana, senza limitarsi solo a scriverne, xL con il numero di dicembre esce in edicola con un disco appositamente realizzato per la rivista, il nuovo ep di Vasco Brondi, alias Le luci della centrale elettrica.
Il lavoro si intitola C’eravamo abbastanza amati, dall’inedito omonimo, ed è stato presentato al Medimex in anteprima: esso comprende anche brani live e reinterpretazioni.
Precede l’inizio dell’incontro di Brondi con il direttore di xL Luca Valtorta un brano on air: si tratta proprio di una cover di Brondi, quella di Emilia paranoica, suite punk dei C.C.C.P. Fedeli alla linea trasformata in ballata con l’aiuto di Giorgio Canali. L’artista ferrarese ammette di aver “scomodato un monumento”, che però “non sta fermo”. L’intenzione di incidere questa cover era un progetto cullato da tempo, ma erano mancati finora “la spensieratezza e il coraggio” per realizzarlo.
Brondi si rende conto che forse anche a lui stesso “girerebbero i coglioni” nel sentire una cover di questo pezzo, ma per lui questa reinterpretazione rappresenta un “atto d’amore” nei confronti di questa canzone, quasi un ringraziamento per quanto gli ha dato: raramente – confessa – gli è capitato di incrociare un brano che rappresentasse così da vicino la sua vita. Rende il merito inoltre a questo pezzo di aver introdotto nella musica parole nuove e quindi mondi mai rappresentati, come nel geniale riferimento a un “posto nuovo dell’Arci”.

Nel suo arrangiamento ci sono due chitarre acustiche, una a destra e una a sinistra, e una cassa dritta, con batteria vera e una elettronica: l’idea era quella di giocare su chitarre quasi folk e al contempo beat elettronici e “intrusioni elettriche”, che aprissero e squarciassero il pezzo.
Gli piace stravolgere anche nei concerti canzoni altrui e da lì è nato il progetto di fondo di quest’ep, quello di pubblicare delle canzoni d’amore rovinate, in linea d’altronde anche con l’immagine di “dolcezza e sporcizia” incarnata, secondo Brondi, dalla copertina disegnata da Marco Cazzato.

Inoltre il cantautore aveva scritto un brano nuovo, che potrebbe essere lontano dalle altre future canzoni di un terzo disco e rischiava così di perdersi.  Accade spesso infatti che uno dei primi inediti composti per un album poi risulti, rispetto agli ultimi scritti e arrangiati, un po’ distante da un gruppo di pezzi più organici. Allora questo inedito è stato incluso in questo lavoro, anche per poter usufruire della possibilità “molto liberatoria” di pubblicare subito un brano, già sperimentata per Un campo lungo cinematografico, composta per il film Rugginedi Daniele Gaglianone una settimana prima dell’uscita del film. Questa canzone è riproposta nell’ep con Rachele Bastreghi dei Baustelle.

Per quanto riguarda i suoi brani in versione live inclusi nell’ep, Piromani e L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici, Brondi racconta di aver registrato già in passato alcuni suoi concerti, ma di aver lasciato poi i file nell’hard disc del computer, in assenza di una progettualità che portasse ad una pubblicazione. Quest’ep è stato così l’occasione anche per proporre finalmente su disco dei pezzi incisi dal vivo.

Come mai la scelta è caduta proprio su questi due brani, tra i tanti dei primi due album del cantautore ferrarese? Piromani è per Brondi stesso uno dei brani più rappresentati de Le luci della centrale elettrica e qui è presentata in un arrangiamento diverso rispetto a quello studio, con le ritmiche ossessive di Sebastiano De Gennaro e una lunga coda strumentale.

Non era possibile che una versione del genere trovasse spazio nel disco: ai tempi del primo album, Canzoni da spiaggia deturpata (2008), Targa Tenco per il miglior esordio, mancava in Brondi, per sua ammissione, la consapevolezza adeguata, la cognizione di ciò che stava facendo e pertanto questo pezzo fu registrato come frutto del momento. Ma quella versione del brano, riascoltata nel tempo, non lo convinceva; d’altronde su cd cerca di limitare qualunque parte strumentale, come una coda, che gli possa apparire superflua, non amando indugi simili neanche come ascoltatore. Però in un live e in chiusura dell’ep questa chiusa strumentale gli è sembrata ideale.

Brondi ammette che anche Fuochi artificiali nel secondo disco, Per ora noi la chiameremo felicità (2010), in cinquina all’ultima edizione del Tenco, non lo soddisfa: nell’arrangiamento legge un’oscurità che non darebbe giustizia al pezzo. Ma per ora questo brano deve attendere il suo riscatto, mentre L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici trova spazio in questo ep come il suo brano più politico, in senso lato: piace molto a Brondi l’idea che anche un sentimento così personale come l’amore possa essere rappresentato con uno sfondo sociale, ancorato alla realtà. L’amore – continua – è “antifunzionale”, sbilancia, in un’ottica economicistica fa perdere tempo, intralcia, provoca mal di pancia o mal di testa, ma è inevitabile rapportarcisi. E non è pura idealità, ma deve fare conto anche, quando è a distanza, con i km, i costi del treno, le prospettive di lavoro…

Le cover dell’ep comprendono anche Oceano di gomma degli Afterhours, Summer on a Solitary Beach di Franco Battiato e Dolce amore del Bahia di Francesco De Gregori: la prima è stata registrata con Manuel Agnelli al piano e voce duettante e Rodrigo D’Erasmo al violino al Teatro Romano di Verona nell’estate 2011. Questo brano impressionava da sempre il giovane musicista che si cela dietro il nome de Le luci della Centrale Elettrica per la sua forza, che non ha bisogno della ruvidezza della parola, o della potenza dei suoni per emozionare. Ma anche per il suo coraggio di essere una canzone d’amore o d’amicizia per un altro uomo.

Allora ovviamente Brondi non poteva esimersi dal raccontare i suoi primi contatti con Agnelli: lo aveva incrociato una volta in camerino, ma aveva provato “soggezione” nei suoi riguardi e non si era fermato a parlargli, in un atteggiamento che al leader degli Afterhours era sembrata spocchia. Invece poi si era riscattato ai suoi occhi allorché Alberto Campo gli chiese di raccontare un disco fondamentale per lui e, anziché soffermarsi su titoli come Nevermind o il White Album beatleasiano, al pari di altri, la sua scelta cadde su Hai paura del buio? (1997) degli Afterhours: corse a comprare questo cd con grande curiosità a 15-16 anni dopo aver sentito il concerto di una band che, a detta dei suoi amici più grandi, cercava di imitare il gruppo di Agnelli senza esserne all’altezza.
Summer on a Solitary Beach invece era già eseguita nei concerti e costituisce per Brondi un brano politico, esistenziale, liberatorio, in contrapposizione con le atmosfere tenebrose che si ritengono solitamente tipiche delle sue canzoni.
Di Dolce amore del Bahia ha colpito l’artista invece la sua “feroce felicità”, una leggerezza finora mai penetrata effettivamente nei brani di Vasco Brondi, ma finalmente manifestazione di un ascolto importante nella sua storia musicale, anche se finora poco evidente e quasi mai colto.

“Ho rubato a De Gregori senza che nessuno se ne accorgesse. Magari nelle recensioni sono citati come punti di riferimento nomi che invece ho ascoltato 1/10 di De Gregori”, racconta il cantautore, che appare rilassato e affabile nella chiacchierata. Rivelando appunto anche questo lato più limpido e luminoso del suo carattere, rispetto alle ombre dei sogni disgregati e delle metropoli degradate di alcuni suoi pezzi.  
In particolare di De Gregori il Vasco dell’indie dice di apprezzare la “felicità” e la lievità con cui riesce a “cantare canzoni d’amore al contrario” come Dolce amore del Bahia. Il brano è tratta dal disco del 1974 di solito indicato come Album della pecora (dall’immagine di copertina disegnata da Gordon Fagetter): seppure il Principe lo consideri forse il peggiore della sua carriera, Brondi rivela di reputarlo il suo preferito della discografia degregoriana, perché contiene accenni al Vietnam, alle droghe, oltre agli episodi di vita di coppia, in una varietà e in una commistione non retorica, ma realistica di argomenti che possiamo dire in qualche modo ispiratrice della poetica di Brondi.
Di Dolce amore del Bahia Valtorta evidenza inoltre l’ “obliquità psichedelica”: nel testo c’è una formica come interlocutore, in un album che è considerato da molti il più ermetico di De Gregori.

Per Le luci della centrale elettrica è annunciata una fase nuova con questo ep, innanzitutto nel cantato: per la prima volta la voce di Brondi ha “azzardato” ad accennare qualche melodia. “Lo si può sentire veramente cantare”, afferma Valtorta. Ma l’inedito C’eravamo abbastanza amati, chiediamo a Vasco, segna una qualche evoluzione nella scrittura dei testi, rispetto alle immagini giustapposte che nel primo album potevano apparire spontaneamente “vomitate”, ma che nel secondo sembrano il risultato di una tecnica volutamente riapplicata? Un certo illimpidirsi del suo stile si poteva notare già nelle parole di Un campo lungo cinematografico, che Brondi stesso riconosce come più ordinata, grazie anche all’ispirazione della traccia delle vicende del film Ruggine.

L’inedito di questo ep rappresenta invece secondo l’artista il primo brano autenticamente e narrativo che abbia composto: il cantautore lo definisce la “storia di due allegri ragazzi morti”, ma anche un laboratorio di una sperimentazione che potrebbe portare a qualcos’altro, così come esaurirsi qui prima di direzioni diverse e indipendenti della sua musica. Per ora non sa dirlo. Musicalmente in ogni caso il pezzo appare più semplice di altri ed è stato registrato per ultimo, rispetto alle altre tracce dell’ep.
Non manca nell’incontro un cenno ai meccanismi discografici che rischiano di fagocitare gli artisti: Vasco Brondi rivendica di aver rifiutato la proposta di una major, perché voleva e vuole restare proprietario del master del suo disco e lavorare solo con chi conosce bene.

In merito ci sovviene che l’apertura ai concerti di Jovanotti è stata considerata un’apertura ad un mondo, nel bene e nel male, differente, senza dubbio mainstream. Ma, appunto, questa parola in sé non è emblema di alcun orrore, tanto più se associata ad un artista comunque quanto meno rispettabile, al di là dei gusti personali e dei diversi giudizi critici. C’è da augurare a Brondi allora un ulteriore percorso di crescita ancora coerente con i principi che ora, a ragione, professa.

Chi ha paura della musica?
Convegno con Franco Battiato, Vasco Brondi, Caparezza, Pierpaolo Capovilla, Tommaso Colliva, Daniele Silvestri.
Medimex, Fiera del Levante, Bari, 26 novembre 2011.

Entro fine 2012 i cd andranno in pensione, perché il supporto, al di fuori del collezionismo, appare in crisi irreversibile. Ma che futuro attende la musica? Al Medimex si è cercato di riflettere sui percorsi e sulle proposte di alcuni nomi che rappresentano generazioni artistiche ed anagrafiche diverse, Franco Battiato, Daniele Silvestri, Caparezza, Pierpaolo Capovilla (One Dimensional Man e Teatro degli Orrori), Tommaso Colliva (Calibro 35) e Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica). Assente il pur annunciato Manuel Agnelli (Afterhours). Titolo del convegno di sabato 26 novembre un eloquente Chi ha paura della musica?
Percorsi musicali e discografici diversi in tempi diversi si mostrano al pubblico come parabole di vita, tra errori e successi, cambiamenti ed esigenze su cui provare ad investire per declinare ancora al futuro il verbo della musica.

Le risposte per il futuro sono infatti spesso anche in ciò che l’esperienza del passato disvela e quindi dal passato si parte in questa tavola rotonda, moderata da Luca Valtorta, direttore di xL.
Le difficoltà non devono fermare: Battiato ricorda quanto fosse esigente il pubblico delle balere ai suoi esordi, che poteva anche apertamente contestare gli artisti. Nella prima data del suo trio in onore di Jimi Hendrix, in un locale vicino Sondrio, all’improvviso sembrò essere saltata la luce, ma in realtà… era un esplicito segnale del proprietario, che voleva mandarli via! Qualcosa di simile è successo anche ai Calibro 35 ad una festa di xL alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2010: i residenti del Lido si lamentavano infatti del “rumore”, sicché in questo caso l’episodio è dimostrazione forse di scarsa considerazione per la musica e l’arte in generale, vissuta come un disturbo.

D’altronde, se lo slogan del Medimex è “La musica è lavoro”, continua ad essere diffusa la perplessità, allorché qualcuno afferma di fare il musicista: “Sì, ma veramente nella vita cosa fai?”. Caparezza racconta un aneddoto molfettese: una ragazza frequentava un giovane Riccardo Muti e sua madre, alla notizia che fosse innamorata di un musicista, gli chiese, in dialetto locale, di cosa avrebbero campato… “Ora in quella casa ci sono i fori delle craniate della signora”.

Caparezza, che è seduto accanto a Battiato e ogni tanto scherza con il “maestro”, racconta le lezioni che gli hanno impartito ostacoli ed ingenuità: quando si trasferì a Milano, per studiare e cercare un lavoro creativo, arrivò carico di melanzane e altri sott’oli preparati dalla madre, sbagliò il calcolo del percorso e fece un km a piedi trascinando il bagaglio dei suoi sott’oli. Allora capì che se aveva sopportato quel peso, avrebbero potuto sopportare metaforicamente di tutto… Poi è il momento di ammettere, senza problemi, gli errori del passato: “sono la tipica persona a cui vendono le enciclopedie” – scherza Michele Salvemini; si fida molto degli altri e comprese poi, quando chiuse l’esperienza insoddisfacente di Mikimix, di aver riposto la sua fiducia nelle persone sbagliate. “Quando incontrate un discografico che vi dice prima il compromesso, poi fai quello che vuoi, sappiate che dopo il compromesso, quel tempo non arriva mai” – racconta alla platea Caparezza.

Daniele Silvestri, che si dice appartenente ad una generazione a cavallo tra la disgregazione di un’industria, che ha prodotto anche molta fuffa, e la nascita di qualcosa di ancora indefinito, invece ricorda di aver avuto la fortuna familiare di non essere costretto a fare questo lavoro e di aver potuto dire di no a delle proposte, prima di incontrare le persone giuste, competenti e appassionate, come il suo storico produttore Enzo Miceli. Non pensa di aver ceduto a dei compromessi, tranne quando partecipò come ospite alla trasmissione Stranamore: il giorno prima dell’apparizione televisiva, avrebbe addirittura pianto, il che suona abbastanza straniante e bizzarro sulle labbra di qualcuno che ha potuto fare il suo percorso personale nel mondo della musica anche grazie alle spalle coperte dall’essere figlio di Alberto Silvestri, autore televisivo che ha lavorato ad esempio anche con Maria De Filippi.

Vasco Brondi si dichiara esente dalla tentazione o dal semplice pensiero di un compromesso: la sua strada è dura, lunga, ma chiara e ritiene molto affascinanti i percorsi difficili, ma con una pendenza regolare.
Tommaso Colliva racconta come nacque il progetto targato Calibro 35: in tour negli Stati Uniti con gli Afterhours si rese conto che lì c’era il triplo delle ristampe delle colonne sonore italiane, tra l’altro su etichette straniere. Aveva uno studio da provare e così Massimo Martellotta, Enrico Gabrielli, Fabio Rondanini e Luca Cavina iniziarono così a provare a suonare questi pezzi che in realtà sono stati spessi composti ed eseguiti solo una volta per quel film specifico e poi quasi dimenticati dagli stessi autori.
Mancando l’aspetto verbale, i Calibro 35 possono girare il mondo, seppure convenga concentrarsi su 2-3 paesi. Al momento Colliva sta lavorando al nuovo album dei Muse come fonico: cominciò a collaborare per caso con la band inglese, quando cercava un posto per registrare l’orchestra e lui erano l’unico alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani a parlare bene la loro lingua.

Da sette mesi lavorano 14 ore al giorno: è un lavoro duro, ma che dà le sue soddisfazioni e ha il suo valore proprio perché così pesante e serio. Potersi fidare di un fonico è fondamentale: gli artisti hanno bisogno di lavorare con persone fidate e diventa sempre più importante avere un piccolo team di lavoro, con cui stabilire un rapporto più diretto, piuttosto che strutture di dieci persone attorno, come spesso alcuni artisti hanno, non appena vendono anche 5.000 copie. I Muse per esempio hanno un management di appena quattro persone.

Battiato, tra orgoglio e pure gusto “paterno” di rendere dicibile il passato in “favole vere”, allora rievoca i suoi difficili esordi sperimentali ed elettronici, affrontati con fierezza anche quando ai festival pop degli anni ’70 il pubblico gli riservava solo fischi. Non se ne curava, non gli faceva effetto. Nel tempio della musica della Roundhouse a Londra, fu salutato come “the number 1” dal proprietario quando ascoltò durante le prove Propiedad prohibida (da molti anni sigla del Tg2 Dossier), ma fu mandato via durante il concerto, quando il pubblico si rese conto che quella persona che stava armeggiando sul palco con un giradischi per fare rumore, ben prima della diffusione dello scratch, non era un tecnico del suono. Al Parco Lambro tuttavia riuscì a conquistare il pubblico: aveva tolto alcune corde al pianoforte e ne aveva abbassate altre con l’accordatore, di modo che ne usciva un suono lunghissimo, che sembrava elettronico; suonò alle 2 di notte, ma poi vide pian piano uscire gli spettatori uno ad uno dai sacchi a pelo come degli “zombie”!

Anche quando poi ha deciso di cambiare il suo stile musicale, non ha fatto compromessi, allorché ha suonato nei contesti più vari: Battiato rivendica con decisione che si è dovunque quello che si è e che, se è ospite di un programma televisivo o di una manifestazione, non si pone problemi: al massimo sarà chi lo ospita a doversene porre.
Capovilla, dal canto suo, si considera un “vocazionale della musica”: è sempre salito sul palco perché ne aveva un autentico bisogno, non inseguiva il successo. Sul palco si sentiva “vero” e vivo, laddove nei riti alienanti della vita quotidiana, in ufficio o davanti alla televisione, si rischia invece di “morire lentamente”. Negli anni ’90 con gli One Dimensional Man non ha mai fatto fatica a trovare delle date, soprattutto nei centri sociali, di cui ora lamenta la scarsa presenza sul territorio, anche forse per colpa di “vent’anni di berlusconismo”. In questi posti si respira un “clima di interlocuzione e di festa” che Capovilla ritiene molto fertile per la musica; d’altronde il suo pubblico è trasgenerazionale: egli afferma che spazi dai 15-16 anni che cercano l’emo ai 60 anni che rimpiangono i Rolling Stones, ma che è soprattutto composto da persone che si “innamorano dei contenuti”. A suo giudizio, d’altronde, il successo, che nel boom del Teatro degli Orrori l’ha sorpreso, è comunque la cifra della bontà di ciò che si fa. Battiato però precisa in merito che a volte non si è allineati con i tempi ed effettivamente si può non avere subito i riscontri sperati.

Brondi ricorda che dai 18 ai 23 anni ha lavorato in un bar e di aver interrotto questo lavoro perché non riusciva a conciliarne i turni con i concerti; ora cerca di vivere di musica, ma è consapevole che tutto questo potrebbe finire: nel caso, troverà altro.
Ecco allora che emerge un tema spinoso che rende instabili ed insicuri in nostri tempi, a cui Daniele Silvestri ha dedicato Precario è il mondo, ovvero il precariato e si agita lo spettro della parola “sacrificio”: “nelle canzoni si ha il coraggio di dire il peggio”, dice il cantautore romano, che sottolinea come nelle difficoltà da affrontare nel lavoro oggi il problema non sia solo il cosa, ma anche il perché caricarsi del peso dei sacrifici. Quando sono i giovani a dover emigrare, sono i genitori soprattutto a soffrirne, ma nel caso di madri di famiglia strade lavorative improvvisamente così tortuose possono sembrare insensate. “L’arroganza e la furbizia dominano la società”, e manca così anche una spinta motivazionale adeguata, dato che questi panorami sociali o corrompono o sconfortano.

A cosa serve allora nel presente la musica? Vasco Brondi afferma che, se i danni sociali del berlusconismo si possono sanare, è più difficile riparare i danni all’immaginario, che è da reimpostare. E Silvestri sostiene che se tutte le strade sono precarie, è ammirevole e positiva allora quella che cerca di regalare un immaginario migliore, anche se è difficile in tempi in cui le etichette discografiche non stendono più “tappeti d’oro”, se non magari ai vincitori dei talent show, il cui successo però, come ricorderà più tardi Luca de Gennaro di Mtv, è effimero.

Ma cosa si può fare per garantire una sopravvivenza o una vita migliore alla musica, vetrine adeguate per il talento, attenzione al valore?
Caparezza racconta di essere rimasto colpito dalla presenza in Romania di ben quattro canali tematici dedicati alla musica romena: da allora si chiede se non si possa creare anche in Italia altri canali appositi, che non diano spazio solo alla musica che rientra nei canoni commerciali, ma ad ogni tipo di artisti italiani. Su internet infatti c’è tutto, ma si cerca solo quello che già si conosce: come si fa a scoprire l’esistenza di un artista se le sue canzoni sono trasmesse in tv o dalle radio?
Queste ultime rappresentano infatti un altro punto dolente nella (talora ben carente) diffusione massmediatica della musica: Battiato, senza peli sulla lingua, tuona che “le radio schiavizzano le etichette”, nonostante queste potrebbero pur non far arrivare più nessun singolo in radio, e pertanto esse impongono i loro canoni alla discografia. Ma il pubblico può apprezzare anche proposte più raffinate: il maestro racconta di aver sostituito una segreteria telefonica standard (una Per Elisa con i mezzitoni sbagliati, che suonava come la sirena dell’autoambulanza) con un brano di Georg Friedrich Händel. Chiunque lo ascolti in attesa che Battiato risponda, che sia un operaio, un impiegato o altro ancora, ne resta affascinato, pur quando lo scopre solo in quell’occasione e…gli chiede anche talvolta se sia il suo!

Daniele Silvestri ritiene che, se tra i doveri di uno Stato c’è l’educazione, allora quello che è o era il servizio pubblico avrebbe tra i suoi doveri quello di educare all’ascolto. Una volta la Rai, a suo dire, era all’avanguardia anche per competenze tecniche, dal fonico all’esperto musicale, ma ormai la sola logica che la domina sarebbe inseguire un risultato facile: tutto si impoverisce in questo modo e “la tv fagocita se stessa”, mettendosi “in mostra come mostro”. I talent-show veicolano il messaggio che occorre lottare con gli altri concorrenti per emergere, oppure offre spettacoli discutibili allorché i giudici si scannano tra di loro. Nelle scuole – continua Silvestri – si continua intanto ad insegnare quasi solo flauto dolce e non si trasmetterebbe il messaggio che la musica non è solo solfeggio, ma anche matematica e tanto altro. Si potrebbe facilmente superare questo livello di insegnamento, che all’artista romano sembra abbastanza arretrato. La musica è infatti anche studio.

Si ritorna però all’argomento visibilità: Silvestri mette in rilievo che tutti loro, protagonisti del dibattito, hanno avuto la fortuna di farsi ascoltare e la condividono con altri come Verdena o Dente, ma qualcuno è andato a “cercarli”, ne ha parlato con altri e così via. Dovrebbe esserci un’offerta a portata di tutti più ampia e variegata, per permettere poi al suo interno ad ogni ascoltatore di esercitare la sua libertà di scelta e trovarvi ciò che più gli aggrada. Anche le 14 ore in studio al giorno, di cui parlava Colliva, Silvestri afferma che dovrebbero essere visibili, per dimostrare che sono molto meglio di giocare ad esempio ai videogiochi.

Dov’è lo Stato? “La Rai è lottizzata da un gruppo di farabutti e mascalzoni”, sbotta Capovilla: per poter offrire davvero un servizio pubblico che faccia bene anche alla musica, la Rai dovrebbe “liberarsi dai partiti politici” e “cacciare quei quattro ignorantoni che hanno governato anche l’immaginario”. E per quanto riguarda la tv privata, non manca un accenno del leader del Teatro degli Orrori alla necessità di una legge sul conflitto di interessi, perché “non è tollerabile che un farabutto come Silvio Berlusconi abbia governato per 17 anni grazie alle televisioni”: il punto non è solo l’influenza diretta, ma anche quella indiretta della tv generalista. I suoi principali spettatori, gli anziani e i giovani, meriterebbero di meglio, secondo Capovilla: i primi hanno il diritto di essere informati correttamente e i secondi non dovrebbero avere in tv solo programmi come il Grande Fratello.

D’altronde lo stesso Battiato ha sperimentato una tv di qualità ad altissimi livelli con le sei puntate su Rai Doc del programma Bitte, keine réclame. Luca de Gennaro, direttore artistico di Mtv, obietta però che la musica in tv non funziona e che musica e tv potrebbero anche tranquillamente ignorarsi: i videoclip sono stati un mezzo nuovo di diffusione della musica, ma, se Caparezza evidenziava l’importanza della possibilità di vedere dei video e scoprire artisti che non si conoscono, a suo dire invece i telespettatori non vedevano l’ora di liberarsi del giogo dell’attesa del video della star del cuore. L’on demand è stato accolto con entusiasmo ed oggi nessuno vuole aspettare di vedere il suo video in tv.

Il modello televisivo attuale non sarebbe più basato sul videoclip; inoltre Mtv Brand New, che durante il pomeriggio passava nuova musica italiana, è stata un’esperienza che è giunta al capolinea l’anno scorso per bassi ascolti. Solo Gigi D’Alessio, che “rappresenta un mondo”, negli ultimi anni avrebbe avuto grandi percentuali di share in tv.
Un signore del pubblico allora ricorda il caso della trasmissione di Stefano Bollani (Sostiene Bollani), ma è un Battiato molto deciso l’autore dell’intervento più duro in risposta a de Gennaro: “Se invece di mettere gli italiani in un pomeriggio e confinarli in una zona, voi trasmettevate un italiano e un inglese, sarebbe stato diverso. Perché le porcherie che si vedono cambiando canale sono immonde, ma tollerate, perché chi deve vedere Lady Gaga, sopporta anche i tre stronzi che sono passati nel frattempo”.

Valtorta ricorda che i gusti del pubblico non andrebbero solo “accarezzati” in un gioco al ribasso e anche Stefano Senardi frena sulle considerazioni di de Gennaro, perché il messaggio del Medimex vuole essere, come già ricordato, che la musica è lavoro, è e dovrebbe restare una risorsa fondamentale nella società e certe affermazioni rischiano di scivolare invece nella logica secondo cui la cultura, di cui la musica è parte integrante, è inutile, perché non ci si mangia.

Secondo Vasco Brondi le canzoni devono difendersi da sole: non si sente di chiedere una maggiore accoglienza ai media, mentre Tommaso Colliva propone che la musica cerchi di mantenersi “sostenibile”, perdendo un po’ di “brillantina”, quale quella che sfodera chi aumenta, inventando, le cifre dei dischi venduti, o del cachet.
Al di là del modello di business di Mtv, che forse ha danneggiato un’estetica e un’etica della musica strombazzando i dettami di una musica facile, associata a immagini sexy di scarsa significanza, insomma la musica ha altre strade: le può e le deve trovare. E’ da reinventare un immaginario, ma anche una forma di sopravvivenza e una via per un nuovo splendore, che non può che passare, a nostro avviso, per un’affermazione netta e precisa: l’ascolto della musica dovrebbe essere percepito ancora e sempre come un’esigenza. Per l’animo, la ragione, per vincere i conflitti con i nostri demoni, come per lottare al fine di creare un altro mondo.

In tal modo, forse, chi frequenta il luna-park perenne che Caparezza ha raccontato essere sempre pieno, fuori ma anche dentro una metafora, a fronte di un poco frequentato concerto nei paraggi con un artista indipendente da lui molto stimato, forse capirà il valore di ciò che non è solo divertimento.