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Lo
stesso Jeff Buckley, neppure nel momento in cui
"Grace" lo portava a vette di notorietà inattese,
avrebbe potuto immaginarsi una vita eterna come
quella che gli è toccata dopo la morte. Se "Eternal
life", una delle sue canzoni più forti non solo
dal punto di vista sonoro, è sempre suonata dura,
oggi quei versi paiono ancora più spietati e profetici,
quasi fossero stati scritti apposta per accusare
coloro che si sono morbosamente attaccati alla
sua bara: "La vita eterna è sui miei passi / ho
già una bara rossa fuoco bella che pronta, solo
da chiudere con l'ultimo chiodo / e mentre tutti
quegli immondi signori fanno i loro giochi del
cazzo / dall'orizzonte si alzano fiamme che gridano
i nostri nomi".
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Sembrano
gridare vendetta queste parole, scagliarsi contro
chi nel nome di futili interessi deturpa la vita,
quella vita che Jeff ha sempre concepito come
un ideale alto a cui mirare. Di questa aurea romantica
sono state intrise le canzoni di "Grace" e ancora
prima di "Live at Sin'è", che sono poi gli unici
dischi da lui portati a compimento.
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I
quattro pezzi dell'Ep registrato dal vivo al Sin'è
sono bastati per presentare al mondo un talento
cristallino, capace di continuare negli anni '90
e oltre la lezione onirica del padre Tim, uno
dei songwriter più audaci e liberi dei Sixties.
"Grace" poi si è rivelato, soprattutto a posteriori,
uno degli esordi in assoluto più significativi
e seminali degli ultimi vent'anni: mentre suono
ed arrangiamenti condensavano il soul con i Led
Zeppelin, Nina Simone e Leonard Cohen con il grunge,
la voce si librava tesa, in perfetto equilibrio
sul punk come sui sognanti arabeschi che ricamavano
piccoli mantra dalle reminiscenze orientali.
Da lì in poi il cammino di Buckley si è fatto
più complesso, prima messo sotto pressione dal
successo e da un secondo disco difficile, mai
completato, poi interrotto tragicamente dalle
correnti del Mississippi in cui il ragazzo aveva
scelto di tuffarsi, forse per lavarsi dalla lordura
di quel mondo che gli stava tarpando le ali.
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Vuoi
per una tragica scelta o per ironia della sorte,
le acque del Mississippi devono aver costituito
un luogo per lui attraente o almeno non estraneo:
oltre alle immagini che bagnano le sue canzoni
(fiumi, mari, onde, pioggia, lacrime), il ragazzo
bazzicava la slide e si cimentava col blues più
di quanto appaia dalle sue registrazioni ufficiali.
Per quanto comunque ancora innamorato della musica
in senso lato, Jeff era riuscito a mettere a fuoco
uno stile personale: dal vivo grazie all'estenzione
della sua voce interpretava indifferentemente
Edith Piaf, Van Morrison, Nina Simone, Bob Dylan,
MC5, Alex Chilton, Nusrat Fateh Ali Khan e tanti
altri, mentre in studio aveva convogliato le molteplici
influenze, compresa quella paterna, in un'unica
fiamma, alimentata proprio dalla vitale passione
romantica a cui anelava.
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Anche
per questo la sua produzione postuma ha poco senso:
sessions incomplete e provini scartati sono stati
utilizzati per comporre "My sweetheart the drunk";
concerti ripetitivi nella forma e nella scaletta
sono stati pubblicati per dare testimonianza dei
suoi live set; addirittura outtakes abbozzate,
più o meno improvvisate, sono andate a comporre
deluxe editions, raccolte e album di cosiddetti
inediti.
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Vale
la pena allora considerare ciò che Jeff Buckley
ha fatto ed è stato in vita: il resto ha più valore
commerciale che storico, più feticistico che documentaristico.
Forte del suo giovane talento, Jeff ha messo in
musica l'estasi e la fragilità emotiva ("Last
goodbye", "So real"), ha condensato le oscurità
esistenziali con le passioni più infuocate ("Mojo
pin", "Grace", "Eternal life""), l'idillio con
il bruciore della perdita e il baratro della fine
("Dream brother", "Lover, you should've come over).
La sua breve produzione è concentrata attorno
ad un slancio che vuole infrangere le categorie
umane, viverle fino ad elevarle verso l'alto:
quello che per il rock'n'roll è un bisogno fisico
e per il blues un rito di espiazione dal dolore,
per Buckley è stato un anelito spontaneo ad abbracciare
e trascendere l'umano.
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La
manciata di canzoni da lui pubblicate hanno raccolto
intuizioni e suggestioni che lasciano adito a
numerose interpretazioni: non si può però parlare
di poesia né di spiritualità nè di genialità,
quanto piuttosto di una sensibilità portata all'idealizzazione.
Ad un bisogno di elevazione in cui in molti hanno
insistito a vedere fattezze angeliche.
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Prendiamo
ad esempio la grazia di cui canta "Grace": è una
idealizzazione della morte e dell'amore, un'attrazione
sublime tanto quanto l'oscuro desiderio fisico
che brucia in "Mojo pin" (e qui non è casuale
l'utilizzo di un termine con forti connotati carnali
mutuato dalla tradizione blues come "mojo"). È
questa tensione che ha spinto un ragazzo di appena
ventotto anni a toccare territori che altri musicisti
hanno impiegato una vita ad avvicinare; è questa
tensione che ha portato le sue canzoni a trascendere
la realtà anche quando in realtà parlano di amori
e passioni assolutamente reali, umane ("So real").
Se ne potrebbe trovare riscontro in ogni suo testo
o interpretazione da "Hallelujah" a "Dream brother",
da "Lilac wine" a "Corpus Christi Carol", ma non
siamo qui per dare prova di un talento riconosciuto
quanto piuttosto per sottolinearne la purezza
e l'idealità. Per gridarne un'altezza che oggi
viene divulgata come un qualunque prodotto di
basso consumo, continuamente venduto e svenduto.
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Se
Jeff Buckley si merita una vita eterna, non è
certo quella che i "poveri" discografici e la
"povera" madre gli stanno garantendo. Per rispetto
della sua musica e della sua persona, gli dovrebbe
spettare quella "eternal life" ideale e immacolata
che lui ha cantato, gridato e cercato.
"La
musica è eterna. E anche se ho ascoltato un bel
po' di musica di così tanti posti diversi e mi
sono innamorato innumerevoli volte di tutti i
tipi di musica, c'è ancora qualcosa: suppongo
si chiami proprio libertà".
Jeff
Buckley (17 Novembre 1966 / 29
maggio 1997)
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Articolo
di Christian Verzeletti
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Everybody
here wants you
La discografia di Jeff
Buckley
" The sea
of fools has parted for us
There's nothing in our way, my love".
Nella sua
purtroppo breve carriera Jeff Buckley realizzò un solo
album nel 1994. L'impatto di "Grace" negli anni '90
fu davvero impressionante. Dopo un esordio così clamoroso,
uno dei più sorprendenti dell'intera storia del rock,
l'attesa per un secondo disco era enorme.
Sebbene avesse già pubblicato nel 1993 "Live at Sin-è",
un ep registrato a New York, e una serie di ep dal vivo
tra il '95 e il '96, tra cui "Last Goodbye" e "So Real",
le pressioni per il seguito di "Grace" erano sempre
più pressanti. Ma Buckley, a solo 30 anni, nel 1997
lasciò tutti.
In quel mese di maggio che per morire annegati ci vuole
tanto, troppo coraggio, se ne andò senza finire quel
secondo disco a cui stava lavorando e che arriverà,
incompiuto, tra mille polemiche e dispute, solo un anno
più tardi.
Inizia così, post mortem, una delle tante brutte pagine
di cui si sono rese protagoniste le case discografiche,
e spesso anche i parenti più stretti. Con "Sketches
for My Sweetheart the Drunk"", il disco mai finito che
diventa addirittura un doppio, prende infatti il via
un'operazione di recupero senza precedenti: si raccoglie
tutto, il possibile e anche l'impossibile.
Sulla
nascita di questo album postumo vale la pena spendere
qualche parola in più, soprattutto per capire il clima
(molti amici arrivarono poi ad accusare senza mezzi
termini la Sony di aver distrutto la salute fisica e
mentale di Jeff) che si instaurò a poche settimane dal
ritrovamento del cadavere dello sfortunato musicista.
Per ascoltare i nastri vennero subito organizzate alcune
sedute di registrazione alle quali presero parte, malvolentieri,
anche i musicisti di Jeff. Parker Kindred riteneva (come
dargli torto) che l'amico fosse morto da troppo poco
tempo e affermò che lo stesso Buckley non era soddisfatto
delle registrazioni con Tom Verlaine e che le avrebbe
volute addirittura distruggere dopo la pubblicazione
dell'album, una volta completato.
A interrompere i progetti della Columbia, già pronta
a masterizzare il materiale, fu però mamma Mary Guilbert
che si sentiva esclusa da quello che definì, anche in
altre occasioni, solo un volgare sfruttamento commerciale.
Dopo vari litigi, polemiche e beghe legali che si trascinarono
a lungo, soprattutto con il manager Andy Wallace, Mary
riprese in mano le redini della (tristissima) situazione
e il disco fu pubblicato nel maggio del 1998.
Ovviamente contro il parere dell'allora compagna di
Jeff Buckley Joan Wasser (Joan as a Police Woman) e
soprattutto di Michael Tighe e Mick Grondahl, gli altri
due componenti della band che proprio non riuscivano
a darsi pace.
Insomma, tutto ciò che riguarda Jeff Buckley diventa
stampabile e ristampabile, basta mettersi d'accordo.
Arrivano così nel "2000 Mystery White Boy, live 95-96",
edito poi anche in limited edition con l'aggiunta di
un secondo cd con tre brani sempre dal vivo, nel 2001
il "Live a l'Olimpia" del '95, nel 2002 "Songs To No
One 1991-92" con Gary Lucas. Ecco poi il cofanetto "The
Grace Eps" e le Deluxe Editon: "Live at Sin-è" che da
quattro canzoni diventa un doppio cd con dvd e ovviamente
"Grace" che regala anch'esso un secondo cd e un dvd.
Non si contano poi le varie edizioni economiche, le
ristampe in vinile, i tributi, e non si dimentica nemmeno
il dvd "Live in Chicago" del 1995, pubblicato nel 2000.
Di fronte a tanta abbondanza, sappiamo bene non esattamente
tutta indispensabile, è difficile non rimanere almeno
perplessi. È difficile capire dove dovrebbe iniziare
il rispetto per un artista, per i suoi fan, e più in
generale per la musica. Non ci sforziamo, invece, di
capire dove dovrebbe iniziare quello per i parenti,
essendo i primi a porsi il problema, almeno in questo
caso, solo dopo avere stabilito, legalmente, in quali
tasche debbano andare i soldi.
La
ricorrenza dei dieci anni dalla morte di Jeff (29 maggio
1997) poteva essere una buona occasione per fare ammenda,
per fare un passo indietro, per invocare il silenzio,
almeno discografico. Invece sarà solo l'occasione per
pubblicare un altro disco: "So Real: Songs From Jeff
Buckley". Un cd davvero inutile vista anche la successiva
uscita in dvd del documentario del 2005 "Amazing Grace:
Jeff Buckley". Dedicarsi quindi alla lettura potrebbe
essere una buona alternativa: "Dream Brother: la vita
e la musica di Jeff and Tim Buckley" di David Browne
e "Fantasmagoria in due" di Gregg Steele sono due buoni
libri.
"Just like the ocean, always in love with the moon
It's overflowing now, inside you"
Articolo di Maurizio Pratelli
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