Sanremo 2026

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Sanremo 2026 Bilanci e commenti finali della nostra redazione

01/03/2026 di Autori vari

#Sanremo 2026#Italiana#Pop

Bilancio finale sulla 76° edizione del Festival di Sanremo a cura di Barbara Bottoli, Ambrosia J. S. Imbornone, Arianna Marsico, Paolo Ronchetti e Sara Velardo: cinque opinioni, cinque resoconti di cosa rimarrà (o meno) di questa edizione targata Carlo Conti.

Barbara Bottoli

.. e si conclude anche la 76° edizione del Festival di Sanremo; eviterei la dicitura "della canzone italiana" perché mi auguro che in questa definizione vi sia ben altro; fortunatamente sono conscia che la musica italiana esiste ancora, quella vera, quella che nasce come esigenza, come comunicazione, condivisione e necessità di raccontare coniugandosi con la musica suonata (e studiata).

Carlo Conti, per la sua ultima conduzione che lo ha visto anche come direttore artistico, ha deciso di giocarsela cercando di evitare le polemiche, ma l'esperienza ci insegna che in questi cinque giorni della kermesse tutti diventiamo critici musicali, quindi sarebbe impossibile costruire uno spettacolo che metta d'accordo tutti, ma la regola di base rimane "bene o male l'importante è che se parli". Conti palesemente preferisce che se ne parli bene, mantenendo un profilo neutro.

Grande professionista, gentile, ma il presentatore toscano decide di giocarsi il tutto per tutto, inserendo tutto quello che il budget poteva consentirgli, senza una direzione precisa, già evidente dall'alternarsi di 30 nuove canzoni, TROPPE, con troppi co-conduttori nati come ospiti e per troppe ore.

Una polemica ha riguardato il numero delle donne che si sono esibite, con le quote rosa poco rappresentate, ma nel 2026 le donne hanno lasciato il segno, confermando che la qualità è ben diversa dalla quantità; da ascoltatrice che non apprezza le voci femminili, invece, in questa edizione Arisa, Levante, Patty Pravo, Le bambole di pezza, Serena Brancale e Ditonellapiaga hanno proprio distaccato gli uomini sia per i testi sia per le voci, per le interpretazioni, per la presenza scenica ed esprimendo una dimensione femminile multisfaccettata, eclettica, completa.

Ho immaginato questo Sanremo in categorie, proprio atte ad accontentare tutti:

- giovani per i social e che non so ancora distinguere;

- coppie che rappresentavano la complementarietà;

- provocatori (o quelli che avrebbero dovuto essere tali);

- impegnati che puntavano chiaramente ai premi speciali;

- gli attesi;

- i figli di ... poi ridimensionati nel " siamo anche figli di una madre anche se non famosa";

- i radiofonici;

e, infatti, fino all'ultima esibizione non c'erano pronostici certi rispetto ai vincitori, e chi dava per scontata la vittoria, nella lettura della classifica non è riuscito a nascondere la delusione.

È stato anche il festival delle dediche; ridondanti quelle a Baudo, con Pausini che sosteneva i momenti amarcord con una vicinanza ecclesiastica che solo la presenza di Vincenzo De Lucia è riuscito a rendere più sostenibile; a questo proposito una menzione ai comici e agli imitatori presenti che sono stati i momenti migliori, di professionalità, raggiungendo l'obiettivo di "fare spettacolo", perché la settimana di Sanremo dovrebbe essere ancora l'immersione in una realtà parallela, almeno per 5 giorni all'anno permettere agli spettatori di pensare ad altro, unendoci in una delle poche cose che ancora rappresentano la nostra storia.

Dovremmo riflettere, anche quest'anno, su come la serata delle cover sia quella più attesa: quanti di noi non hanno cantato almeno tre brani venerdì sera? chi ha assistito alla serata dal divano ha cantato, è inutile negarlo, e mi piace pensare a questa situazione come la possibilità di esprimersi oltre alla propria comfort zone (e ai propri confini), dimostrando le proprie capacità come è successo nel duetto DitonellaPiaga / TonyPitony, contrapposti alla necessità di certezze che ci ha offerto ancora una volta Max Pezzali che ci fa sempre un po' bene, riportandoci alla semplicità.

Mi dispiace non aver trovato una canzone da portarmi nei ricordi, mi dispiace non aver percepito il bisogno impellente di esibirsi, ma nella serata finale ho percepito un clima che mi è piaciuto e che, forse, ha dato un senso a questi orari improponibili, rivelando un'atmosfera di condivisione e di benessere tra le persone che hanno costruito questo spettacolo.

Mi accorgo però che solo alla fine Conti ha svolto il suo compito, come da curriculum radiofonico: consegnarci canzonette facili che ci accompagneranno nei prossimi mesi; sarei sollevata nell'augurarmi che tornino i Festival di Sanremo della canzone italiana con quei brani che ci ricorderemo col titolo e l'artista.

Ambrosia J. S. Imbornone

Un Sanremo globalmente piatto, fiacco, retorico, cauto. Anzi, che dico, Carlo Conti, il regista Maurizio Pagnussat e company non erano prudenti, ma terrorizzati che qualcuno potesse lanciare un messaggio “sopra le righe” (cioè un messaggio purchessia) nel vuoto cosmico ben rappresentato da Heal the World (per un lapsus stavo per scrivere Hell, più appropriato al clima geopolitico) cantata da Laura Pausini con i bambini del Coro dell’Antoniano di Bologna e Caivano in una coreografia stucchevole che sembrava “la storia di un regalo” di C’è posta per te. E allora i messaggi più dirompenti sono stati slogan così incisivi e utili che avrebbero fatto cadere le braccia anche a un saggio di una scuola primaria di una volta, come “Stop alla violenza sui giovani”, “Basta con le guerre...tutte”, “Basta con l'odio”, “Se una donna dice no, è no”. Peccato che poi Conti si sia arrogato il diritto di dire alla moglie di non indossare jeans attillati perché è geloso. Che poi si sa…se una donna dice no, è no, ma se porta jeans attillati, ehi, un po’ se l’è cercata. Poi inquadratura allargata fino a comprendere l’intero universo per non mostrare Levante e Gaia che si baciavano, perché, oh, i bambini si impressionano. Facciamogli vedere piuttosto Sal Da Vinci che urla in modo scomposto il suo Per sempre sì, che si batte il petto e mostra la fede a favore di camera con enfasi forsennata. “Legati per la vita che / Senza te / Non vale niente / Non ha senso vivere”. Alè, ribadiamo con orgoglio italico l’ossessione per quel Per sempre, nel solco della “tradizione”, quella per cui poi, se decidi di andartene e dire “basta”, lui te la farà pagare perché avevi giurato amore eterno davanti a Dio e non ci sta. Comunque, fedele alla musica neomelodica che l’ha portato fino all’Ariston dopo una lunga gavetta, Sal Da Vinci spopolerà tra mossette e balletti su Tik Tok e ovviamente a cerimonie nuziali a cui spero non mi inviterete.

Intanto ieri sera, con l’attacco di USA e Israele all’Iran e la risposta iraniana con attacchi ad Israele, Emirati Arabi, Qatar, Bahrein, Kuwait, ecc., l’Italia sembrava davvero “un paese di musichette mentre fuori c’è la morte”. Ed Ermal Meta ha dovuto indossare i nomi di bambini palestinesi uccisi per far capire cosa significasse la sua Stella stellina, un canto di morte struggente travestito da filastrocca, un lutto vestito da canzone etnica ballabile, da latin pop/world con venature sintetiche, riproducendo volutamente il contrasto da scrolling che ormai non ci fa più effetto tra gattini, tramonti, feste, palestre e…bambini morti. In conferenza stampa ha esitato anche ad affermare: “Non si può dire Gaza, non si può dire Palestina, come se fosse una bestemmia. La bestemmia è il fatto che vengano cancellate”. E Meta ha avuto il coraggio di farsi crocifiggere per tutta la settimana santa sanremese da orde di commentatori per cui esistono bambini e bambini, all'insegna del “Definisci bambino”. Ma ha saputo tenere testa a tutti. Questo il video della canzone, che è anche un breve racconto con i disegni di Michele Bernardi che sarà pubblicato da La nave di Teseo e i cui diritti d’autore saranno devoluti a Save The Children Italia:

D’altra parte, è realistico Sayf quando canta:

“Non temere, amore mio

Farò meglio per nostro figlio

Schiaccerò quelli degli altri

Così giocherà da solo”.

Sayf, classe 1999, cantautore-rapper italo-tunisino, ha raggiunto un ottimo secondo posto ironizzando proprio sulla cautela sanremese con il suo “Ho fatto una canzonetta / Spero che non vi spaventi”. E nella canzonetta ha infilato versi come "L’Italia è tristemente nota per qualche fatto, ma minimizziamo”, “Ti senti a posto / Col tuo vino rosso / Il nome su un bossolo?”, o “E le botte delle piazze / Le dimentichiamo”. Nel video diretto da Giulio Cocco non manca una parodia dei luoghi comuni davanti a cui ci si anestetizza, dai quiz televisivi con tanto di vallette che ballano sbrilluccicanti alle partite di calcio, dalle scene romantiche e stilizzate in bianco e nero davanti a cui piangere a un veloce riferimento all’ “imprenditore” che diceva “L’Italia è il paese che amo”.

Coraggioso anche Dargen d’Amico, che nella serata delle cover ha combinato Il disertore di Boris Vian con l’ebraica Gam Gam, facendo pensare così ai circa 200 israeliani che si sono rifiutati di unirsi all’IDF per partecipare ai massacri di Gaza, mentre Su di noi di Pupo pareva scandire la propaganda del “va tutto bene”.

Meritano una menzione anche l’energia multiforme dell’ironica e intelligente Ditonellapiaga, terza classificata con il brano electro-pop/dance Che fastidio!, autrice anche di un’ottima performance con TonyPitony su Lady Is a Tramp sul modello di Lady Gaga e Tony Bennett. E poi l’intensità preziosa e innamorata di Levante con Sei tu e quella più ferma e inquieta di nayt con la realistica, cupa ed esistenziale Prima che, il desiderio struggente e delicato di purezza e incanto nel pezzo sognante della bravissima Arisa, che con Magica favola si è fermata “solo” al quarto posto, la tenera complicità di Maria Antonietta & Colombre con La felicità e basta.


Arianna Marsico

“Tutto il resto è noia

no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia,

maledetta noia.”

Le parole di Franco Califano descrivono alla perfezione il festival di Sanremo appena conclusosi. Certo, ci sono alcuni fattori non imputabili alla direzione artistica di Carlo Conti. Le emozioni regalateci dalle atlete e dagli atleti durante le Olimpiadi invernali, non solo per le vittorie ma anche per i tanti gesti a latere (ad esempio l’inchino a Federica Brignone da parte delle avversarie), e la bellezza delle cerimonie di apertura e chiusura hanno declassato la kermesse ligure a evento minore. E poi era impossibile assistere alla finale senza pensare alla guerra tra USA, Israele e Iran. La realtà ha fatto il suo brutale ingresso sul palco dell’Ariston, proprio quella realtà dalla quale il conduttore toscano nella selezione delle canzoni ha cercato di tenersi alla larga.

E qui veniamo al dunque. L’edizione di quest’anno sembra L’uomo senza qualità di Italo Svevo. Una conduzione a volte arcaica nel modo di esprimersi e volta a smussare e diluire qualsiasi irregolarità al punto da rendere omeopatiche le serate. Sentendo canzoni come Avvoltoi di Eddie Brock e Le cose che non sai di me di Mara Sattei ci si poi chiede se fosse proprio indispensabile arrivare a trenta concorrenti, mettendo a dura prova la resistenza del pubblico a casa e soprattutto dei presenti in sala, che certo non potevano permettersi di cedere alle braccia di Morfeo. Solo le cover hanno scosso dal torpore tutti. Perché dite quello che volete, ma Elettra Lamborghini con le Las Ketchup e Aserejé ha fatto ballare tutti all’Ariston e a casa, così come J-Ax e la Ligera County Fam con E la vita, la vita. Inoltre abbiamo avuto momenti altissimi a livello musicale, come Mi sei scoppiato dentro il cuore cantata da Malika Ayane e Claudio Santamaria, Il mondo riproposta da Maria Antonietta e Colombre con Brunori o Golden Hour di Ermal Meta e Dardust.

Da questo festival escono “addomesticati” anche artisti e artiste da cui si si poteva aspettare un guizzo. Levante, che nel 2023 aveva portato un brano splendido e coraggioso come Vivo (ingiustamente bistrattato dalla classifica finale), con Sei tu è certamente impeccabile, ma decisamente conformista. Persino a Dargen D’Amico AI AI sembra andare stretta. Le Bambole di pezza, che ci hanno regalato godimento puro nella serata delle cover con Cristina D’Avena e Occhi di gatto, con Resta con me mostrano certamente un bell’impatto vocale, ma meno da livello di suono.

Ermal Meta con Stella Stellina, sospesa tra Goran Bregović e una ninna nanna, è tra i pochi che si ricorda e ci ricorda che il mondo non è solo sole cuore e amore. Anche dietro la frizzante leggerezza de La felicità e basta traspare fragilità. Maria Antonietta e Colombre sono stati a mio avviso tra coloro che, pur non puntando a vincere, hanno saputo cogliere al meglio l’opportunità promozionale offerta, cosa invece meno riuscita a Tommaso Paradiso con I romantici, che da favorito finisce al decimo posto.

In un festival in cui molti si mimetizzano, le prime posizioni tendono a premiare chi è stato più fedele a se stesso. Arisa certamente avrebbe meritato di più rispetto al quarto posto per l’intensità testuale e vocale di Magica favola e la potenza della versione di Quello che le donne non dicono. Ditonellapiaga porta a casa la vittoria con TonyPitony per la cover di The Lady Is a Tramp e un probabilmente inatteso terzo posto con Che fastidio, brano destinato a diventare un tormentone, a giudicare anche dai meme che imperversano sui social. Sorpreso dal secondo posto come Mikhail Shaidorov dalla medaglia d’oro nel pattinaggio artistico è Sayf con Tu mi piaci tanto.

E poi il vincitore, Sal Da Vinci. Anche senza amare particolarmente l’universo neomelodico, è innegabile che sia riuscito a diventare virale, a coinvolgere il pubblico in sala e a proporsi con sincerità. Quando realizza di avere vinto è così emozionato da far temere un collasso, e canta con la voce che gli trema. La sua vittoria sarà un preludio di un Sanremo 2027 in salsa partenopea con la direzione artistica di Stefano De Martino? Chissà.

Quindi onore a Sal (e chissà all’Eurovision…), che si è ben giocato le sue carte, con l’augurio di un Festival meno laccato ed edulcorato, che non rifletta “un paese di musichette mentre fuori c'è la morte” (cit.)

Paolo Ronchetti

Alla fine ci si abitua a tutto, ma due anni di gestione Conti lasciano il segno. Una qualità così bassa e uno spettacolo così incapace di entrare nell’immaginario e nella storia del costume era cosa difficile da prevedere. Si salveranno dall’oblio pochissime cose.

Una Laura Pausini che avrebbe potuto da sola condurre il Festival per verve e spigliatezza. Una che, dopo aver canticchiato, urlato, presentato e cantato per cinque giorni, è bella pimpante e con una voce ancora fresca.

Ditonellapiaga che in gara e nelle cover dimostra come si possa fare intrattenimento (e anche qualcosa di più) con determinazione, scegliendo bene come e con chi lavorare: tra Tony Pitony e la straordinaria direttrice d’orchestra e arrangiatrice Carolina Bubblico (forse l’unica che quest’anno è riuscita a far suonare come si deve l’orchestra di Sanremo: storicamente brava ma sempre “un po’ seduta”). Ditonellapiaga è, per me, vincitrice assoluta.

Sal Da Vinci. E su questo punto spendo qualche parola in più. Sal dal punto di vista artistico è quasi zero: la scrittura è ammiccante e piena di cliché (i richiami musicali evidenti sono ad esempio quelli del Ranieri di Se bruciasse la città). Ma Sal Da Vinci è anche una macchina da guerra dello spettacolo di dimensioni clamorose! Canta con una genuinità e una “cazzimma” che non avevo mai visto avere da nessuno a Sanremo; si esibisce come fosse l’ultima cosa che farà nella vita! Determinato, intonato e capace di prendere tutte le note, anche quelle più difficili! Così convincente e bravo da far passare in secondo piano l’inquietante (nel testo e ancor più nei gesti) senso della canzone che canta. Non critico assolutamente questo inno alla fedeltà coniugale. Cantare “Davanti a Dio, Saremo io e te, Accussì, Sarà pe' sempre sì” può essere anche una promessa di una coppia innamorata che crede in alcuni valori. Ma i gesti e l’espressione con cui questa frase viene accompagnata sono ben altra cosa e poco rimandano alla poesia e alla promessa di quel “sì”. Rimandano a una violenza che non ammette altra possibilità! Un pugno violento sulla mano e il rimando imperativo all’anello nuziale. Non è più una dolce promessa, ma una minaccia potente che sembra provenire da una cultura che si pensava superata. Ecco, questa è la cosa più aberrante che si potesse vedere; che mai avrei pensato di vedere nel 2026, se non in un contesto di recupero di tradizioni popolari (non sono in alcun modo favorevole alla cancel culture!).

Ci sarebbe da dire della involuzione verso un canto muscolare di Brancale a discapito della sensibilità che portava con sé anni fa; delle ritmiche pesanti sulle ballate che obbligano gli interpreti a urlare sempre precisi sul tempo senza permettere alcuna libertà o leggerezza... ma è meglio smettere.

Mi direte: ci sono altri problemi nel mondo in questo momento! Vero: ma alcune delle cose che ho scritto sono esattamente frutto di questo ritorno a modelli guerrieri, muscolari, che paiono dare sicurezza e alla fine ingabbiano sensibilità e libertà.


Sara Velardo

Chi si è sorpreso della vincita di Sal Da Vinci non ha analizzato a fondo questa ultima edizione del Festival di Sanremo.

E non ha compreso una verità fondamentale: la direzione artistica di un festival condiziona inevitabilmente il vincitore o la vincitrice della manifestazione. Se Carlo Conti ci porta un festival pieno di retorica, banalità e teatrini, possiamo aspettarci che vinca un brano di spessore? Ma soprattutto: c’erano brani di vero spessore?

Forse gli anni di Amadeus ci hanno abituati a un festival più vicino al mondo reale, con cast di artisti rubati ai primi posti delle classifiche.

Con un intrattenimento pieno sì di proposte adatte al pubblico generalista, ma anche pieno di momenti di divertimento, imprevedibilità, umanità. Forse avevamo dimenticato com’erano i festival degli anni 90/2000, lontanissimi dal gusto odierno, impegnati a ricalcare composizioni ormai stantie e anacronistiche.

Laura Pausini che canta Heal The World circondata da bambini vestiti di bianco, temi sociali trattati in pochi secondi e slogan buttati a caso. “No alla guerra”, “quando una donna dice no è no”, “sono come te”.

Siamo tornati alle modelle sul palco, ai comici che non fanno ridere (salvo solo il sempre geniale Nino Frassica), all’assenza totale di satira. Cantanti rigidissimi che si sciolgono solo alla quinta serata, come se scaricassero tutta la tensione accumulata dalla paura di dire la cosa sbagliata.

In un festival che non osa, che non porta novità, che non assolve alla funzione di amplificatore culturale, ma che ha come unico obiettivo quello di limitare i danni, non stupisce una Levante al quattordicesimo posto, unica autrice e compositrice del proprio brano tra 30 cantanti in gara.

E non stupisce neanche che Sal Da Vinci abbia conquistato il trono con una canzone che non porta niente di nuovo, ma ricalca vecchi modelli tradizionali che molti di noi trovano terrificanti, ma che evidentemente piacciono a una certa fetta di pubblico votante.

Sayf al secondo posto e Ditonellapiaga al terzo sono sicuramente dei bei segnali, ma non abbastanza forti da riuscire a contrastare l’ondata di tradizionalismo e piattume che ha investito questa edizione.

Nessun brano epocale, nessun guizzo di intrattenimento.

Sanremo da dimenticare.


Credits foto

Ermal Meta, copertina del racconto Stella stellina

Levante: fotogramma del video di Sei tu, fonte Elena Tosi

Ditonellapiaga, fonte: Elena Tosi per gioielli Miluna

Arisa, fonte: Elena Tosi

Dargen D'Amico: Lorenzo Barassi (LNZ), fonte Coco District

nayt: Alessio Albi, fonte ON Out Now