Zabrisky Fortune is always hiding
2011 - Shyrec
Ci sono degli album scanditi dal ritmo di un viaggio, mentre il sole di una “summer […] grey” sfiora i finestrini e ferisce lo sguardo, e la strada fa scorrere i pensieri e li ridimensiona al suo passo.
E’ il caso del terzo album dei veneti Zabrisky, attivi dal 1995, che continuano a perfezionare un’alchimia tra garage-rock, sunshine-pop e indie, che attraversa le latitudini della California, di New York, del brit-pop e ancor prima del beat, con tanto di coretti 60’s (si ascolti ad es. la deliziosa marcetta Have You Ever Seen Your Face), così come talvolta le contrade folk degli States e il Canada di band come i New Pornographers: in tal senso si segnalano Careless Lovers e Better Times, in cui ritmica e chitarre portano il viaggio in scenari quasi western. Ed ancora la combinazione sonora proposta dal quartetto di Mestre si addentra nei territori dei Kinks e degli Weezer.
Queste dieci nuove canzoni sono viatico di un percorso tra luce e chiaroscuri, per le vie di quella fortuna che si cela e nasconde tra le possibilità e le storie del quotidiano. Le chitarre ora si rinfrangono in prismi psichedelici, a catturare umori con bassi densi della luce instabile del crepuscolo, ora scintillano squillanti in stile jingle-jangle o quasi in versione twang, ora appaiono indie-rock, chirurgicamente taglienti ed incisive (v. ad esempio le distorsioni di I Can’t Leave).
La conclusiva Good Company, l’unico pezzo del disco che raggiunga i quattro minuti, si fa notare per l’allure british quasi à la Blur, tra intrecci di riff sporchi e pulizia della linea vocale, groove di basso e leggerezza dell’armonia.
La classe c’è, così come sempre evidente è l’esperienza nell’elaborazione di un sound così fortemente esterofilo e nella cura dei suoni. Però manca qualcosa: generi come il garage sono miniere già molto sfruttate, da cui è difficile estrarre qualcosa di nuovo; inoltre, per quanto gli Zabrisky abbiano una storia coerente, forse non hanno ancora esibito le peculiarità di un progetto carismatico e inconfondibile.
Questo album e i suoi dieci brevi brani (solitamente al di sotto dei tre minuti l’uno) ti conduce con la grazia di quel sole soffice e splendente del garage in spazi gradevoli che accolgono e stemperano gli stati d’animo, ma non ti cambia, non ti segna.
Approvati per intenzione ed impegno, ma con riserva.
E’ il caso del terzo album dei veneti Zabrisky, attivi dal 1995, che continuano a perfezionare un’alchimia tra garage-rock, sunshine-pop e indie, che attraversa le latitudini della California, di New York, del brit-pop e ancor prima del beat, con tanto di coretti 60’s (si ascolti ad es. la deliziosa marcetta Have You Ever Seen Your Face), così come talvolta le contrade folk degli States e il Canada di band come i New Pornographers: in tal senso si segnalano Careless Lovers e Better Times, in cui ritmica e chitarre portano il viaggio in scenari quasi western. Ed ancora la combinazione sonora proposta dal quartetto di Mestre si addentra nei territori dei Kinks e degli Weezer.
Queste dieci nuove canzoni sono viatico di un percorso tra luce e chiaroscuri, per le vie di quella fortuna che si cela e nasconde tra le possibilità e le storie del quotidiano. Le chitarre ora si rinfrangono in prismi psichedelici, a catturare umori con bassi densi della luce instabile del crepuscolo, ora scintillano squillanti in stile jingle-jangle o quasi in versione twang, ora appaiono indie-rock, chirurgicamente taglienti ed incisive (v. ad esempio le distorsioni di I Can’t Leave).
La conclusiva Good Company, l’unico pezzo del disco che raggiunga i quattro minuti, si fa notare per l’allure british quasi à la Blur, tra intrecci di riff sporchi e pulizia della linea vocale, groove di basso e leggerezza dell’armonia.
La classe c’è, così come sempre evidente è l’esperienza nell’elaborazione di un sound così fortemente esterofilo e nella cura dei suoni. Però manca qualcosa: generi come il garage sono miniere già molto sfruttate, da cui è difficile estrarre qualcosa di nuovo; inoltre, per quanto gli Zabrisky abbiano una storia coerente, forse non hanno ancora esibito le peculiarità di un progetto carismatico e inconfondibile.
Questo album e i suoi dieci brevi brani (solitamente al di sotto dei tre minuti l’uno) ti conduce con la grazia di quel sole soffice e splendente del garage in spazi gradevoli che accolgono e stemperano gli stati d’animo, ma non ti cambia, non ti segna.
Approvati per intenzione ed impegno, ma con riserva.