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Emergenti • Pop • indie rock

Unadasola lineagialla

2025 - La Cr&egrave;me Records

01/04/2025 di Roberta Matticola

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Scrivere un album d’esordio non è facile: in testa hai un progetto in cui esprimere la tua identità provando a essere il più convincente possibile. Probabilmente sono “crudele” e capisco se un album o ep d’esordio mi piace, dalle prime note di un brano: alcune volte basta una parola, altre un attacco musicale convincente che mi stuzzichi la curiosità e mi predisponga in una determinata modalità di ascolto, che sia passivo o entusiasta.

Con gli unadasola, questo problema non si è proprio palesato. Mi è bastato solo l’inizio di Confine per rendermi conto che mi trovavo davanti a un album interessante e ben strutturato. Si intitola lineagialla il loro primo (convincente) lavoro che porta, nella produzione, anche la tangibile firma di una cantautrice d’eccezione nonché una delle più apprezzate dell’ultimo periodo: Emma Nolde. Gli unadasola sono un’entità composta da due persone (Arianna Lorenzi e Filippo Marchetti) che trovano il loro perfetto coesistere proprio in questa antitesi. Come si legge dalle loro parole, si descrivono come un divenire, un “essere” che cambia costantemente forma, un progetto vivo che scorre e muta costantemente.

Da un punto di vista produttivo, lo stampo musicale della cantautrice toscana (stessa regione di provenienza del duo) è forte all’interno di questo lavoro in cui si fondono sonorità pop ad alcune rock, con un risultato che mi ha lasciato piacevolmente soddisfatta: i suoni sono pieni e compatti, le due voci – seppur diverse – si fondono perfettamente tra loro creando quel giusto equilibrio che, tra una voce maschile ed una femminile, è sempre difficile da ritrovare. Inoltre quello degli unadasola è un incessante mutare e fluire tra emozioni, sensazioni, situazioni e percezioni con brani che parlano di storie passate e attuali smarrimenti, come accade già nel primo brano che apre l’album, ovvero Confine.

lineagialla, il titolo scelto per questo lavoro, si apre così a diversi significati: la linea gialla è quell’invalicabile confine delle banchine delle stazioni, quella linea che mette a repentaglio la propria incolumità. E quindi se, per scelta o per volontà, gli unadasola hanno voluto varcare quel confine, lo hanno fatto con la consapevolezza di mostrare le loro vulnerabilità. È per questo motivo che il brano che apre l’album e che ne richiama il nome è proprio Confine (focus track), in cui svetta l’invito a valicare quel confine mentale, quella linea gialla che spesso ci imponiamo di non superare per non andare incontro alle nostre paure. Una rock ballad che trascina nella danza di un pericoloso superamento, che conduce verso l’ultima scelta possibile, quella più devastante, quella più tragica. Un brano che, seppur chiaro nelle sue parole, lascia spazio anche per una visione più metaforica e positiva: che quel superamento della linea gialla – simbolo quindi di morte – possa portare anche al decesso metaforico di una persona a favore della sua versione migliore.

Se Code di lucertola ci riporta con la mente alla spensieratezza dell’infanzia (rappresentata dall’arrangiamento in acustico e non elettrificato) nelle cui calde estati ci si divertiva a staccare le code alle lucertole, si contrappone una parentesi più triste e delicata racchiusa in Mamma: un tenero brano in memoria del genitore scomparso e la continua ricerca di un riparo nel quale sentirsi al sicuro quando imperversano i momenti di sconforto. L’infanzia torna anche nel brano A, che si apre in un modo singolare,  ovvero un breve dialogo tra un padre e una figlia: questa confessa al primo la difficoltà di non riuscire a parlare e della confusione che l’assaliva. Nuovamente, in questo brano, gli unadasola scelgono di parlare con sincerità del loro passato, raccontando così la difficoltà di essere balbuzienti da piccoli e le ripercussioni che questo ha avuto negli anni successivi.

Molto bella, e ancora una volta delicata, Città sommerse in cui il dialogo tra le due voci origina una canzone di addio per la fine di un amore e la sua accettazione: una rassegnazione che sembra musicalmente rappresentata nel cambio di ritmo della seconda parte. Dei mondi nascosti che si trovano in ognuno di noi, le città sommerse sono come gli iceberg dei quali vediamo sempre e solo la parte più esterna (fino a quando il surriscaldamento globale non farà sparire anche quelle): un universo di frustrazioni e tristezza che nessuno può vedere, al di là di chi prova quel disagio. “Tutto ciò che mi rimane dentro: conchiglie nascoste” cantano nella canzone gli unadasola, come se quel dolore non possa che essere rappresentato dall’immensità del mare che, sotto il suo blu, nasconde (probabilmente) mondi che ignoriamo. O ancora si potrebbe (più poeticamente) parafrasare come un sentimento di vuoto talmente intenso che ci si sente come sabbia sul fondo del mare: ferma ed immobile, su questa si sedimentano conchiglie (una metafora dei sentimenti?) che vengono man mano coperte dai granelli che si alzano con le onde. Che sia una metafora più o meno poetica, è una frase che descrive come alcuni sentimenti che ci tormentano, alla fine vadano a nascondersi nella parte più profonda del nostro animo fino a scomparire.

La chiusura dell’album è affidata a una delle canzoni più belle di tutto il lavoro, Brilla: una canzone che arriva come una scarica, piena e potente, che brilla (appunto!) d’esuberanza. Esuberante e arrogante proprio come quel pensiero o quel ronzio descritto nelle parole del testo, che non fa dormire e che si espande con così grande prepotenza che diventa un insopportabile rumore: una condizione di disagio che trova la chiave della sua rappresentazione proprio nel suo arrangiamento rock.

Delicati, ma incisivi, gli unadasola sono una perfetta alchimia vocale e musicale che, nel suo essere decisa, riesce a rimanere morbida ed eterea: un esordio musicale che non deve essere ignorato. E di cui (mi auguro) si parli molto a lungo!

Track List

  • Confine
  • Scorre
  • Mamma
  • Code di lucertola
  • Citta` sommerse
  • A
  • Notte
  • Brilla