Psoas Satori
2026 - Aut Records
Il brano d’apertura: Verde, il manifesto di Satori, degli Psoas, ha un inizio quasi rumoristico, che ricorda un certo post rock degli anni ’90, tra Gastr del Sol e chitarrismo avant portoghese per l’astrattezza della trama e dell’assenza di un ritmo evidente. Poi il brano acquisice una linea melodica e armonica in continuità con l’intro ma più comunicativa. In alcuni spunti si intravedono echi dei Colosseum per la fluidità del sax e il rolling del ritmo.
Si vira poi a un funk sempre basato sulle stesse poche note del riff che diventa la spina dorsale del brano. Il crescendo si interrompe per tornare a un mix tra il primo e il secondo episodio, in cui l’interplay tra sax e chitarra mantiene la vitalità di base, più sussurrata che manifestata. Una bella logica compositiva, una struttura a momenti più che a temi dato che si basa tutto su di un riff costante, un minimalismo evolutivo.
Può essere un incipit inusuale per una recensione ma non esaurisce quello che si può dire su questo disco degli Psoas, trio milanese formato da Alessio dal Checco (sax tenore), Giulio Cuppari (chiatarra) e Giosué Consiglio (batteria). Combo giovane che nel suo specchietto retrovisore ha il jazz contemporaneo unito a echi di un rock non troppo classico, gettando quindi le basi per una visione tutt’altro che retrospettiva.
In linea generale l’estetica è basata su dinamiche contenute, su riff con piccole variazioni piuttosto che impro estese, strutture lineari che si sviluppano in crescendo più che in modulazioni, in coralità negli impasti e attenzione ai dettagli.
L’idea centrale del progetto è espressa dal titolo. Satori è un termine del buddhismo zen che significa risveglio, prosecuzione dopo un’illuminazione improvvisa. Questo paradigma emerge in tutti i brani, che crescono e rientrano sfumando in modo variato, sfruttando i particolari con profondità.
Gli spunti di partenza sono tra i più disparati. Dal nightclub scheletrico al deep ambient, dalla ballata al funk, dalla meditazione al jazz moderno in stile Bearzatti / Beltrami (il che non è davvero poco). Gli sviluppi sono poi sempre coerenti alle idee di apertura conferendo un senso di compattezza che convince all’ascolto.
La cifra principale sta proprio nella freschezza con la quale il trio esprime il suo pensiero; essenziale, riflessivo, circolare, intimo anche negli slanci, qualche volta forse ingenuo ma mai scontato. Per questo il risultato è attraente permettendo una fruizione diretta ed immediata senza distrazione.
Un disco che, una volta tanto, riesce a essere moderno. Libero da qualsiasi cliché citazionista capitalizza soprattutto riferimenti della contemporaneità (intesa come dagli anni ’90 in poi) e lascia un eccellente retrogusto che invita a un reincontro.
Si vira poi a un funk sempre basato sulle stesse poche note del riff che diventa la spina dorsale del brano. Il crescendo si interrompe per tornare a un mix tra il primo e il secondo episodio, in cui l’interplay tra sax e chitarra mantiene la vitalità di base, più sussurrata che manifestata. Una bella logica compositiva, una struttura a momenti più che a temi dato che si basa tutto su di un riff costante, un minimalismo evolutivo.
Può essere un incipit inusuale per una recensione ma non esaurisce quello che si può dire su questo disco degli Psoas, trio milanese formato da Alessio dal Checco (sax tenore), Giulio Cuppari (chiatarra) e Giosué Consiglio (batteria). Combo giovane che nel suo specchietto retrovisore ha il jazz contemporaneo unito a echi di un rock non troppo classico, gettando quindi le basi per una visione tutt’altro che retrospettiva.
In linea generale l’estetica è basata su dinamiche contenute, su riff con piccole variazioni piuttosto che impro estese, strutture lineari che si sviluppano in crescendo più che in modulazioni, in coralità negli impasti e attenzione ai dettagli.
L’idea centrale del progetto è espressa dal titolo. Satori è un termine del buddhismo zen che significa risveglio, prosecuzione dopo un’illuminazione improvvisa. Questo paradigma emerge in tutti i brani, che crescono e rientrano sfumando in modo variato, sfruttando i particolari con profondità.
Gli spunti di partenza sono tra i più disparati. Dal nightclub scheletrico al deep ambient, dalla ballata al funk, dalla meditazione al jazz moderno in stile Bearzatti / Beltrami (il che non è davvero poco). Gli sviluppi sono poi sempre coerenti alle idee di apertura conferendo un senso di compattezza che convince all’ascolto.
La cifra principale sta proprio nella freschezza con la quale il trio esprime il suo pensiero; essenziale, riflessivo, circolare, intimo anche negli slanci, qualche volta forse ingenuo ma mai scontato. Per questo il risultato è attraente permettendo una fruizione diretta ed immediata senza distrazione.
Un disco che, una volta tanto, riesce a essere moderno. Libero da qualsiasi cliché citazionista capitalizza soprattutto riferimenti della contemporaneità (intesa come dagli anni ’90 in poi) e lascia un eccellente retrogusto che invita a un reincontro.