MOLOTOY Music For Ministeriali
2024 - Molotoy
#MOLOTOY#Derive#Suoni #glitch ##experimental #ambient-drone #electro-ambient
Dopo un lungo periodo in compagnia di alternativi sparring partners, Andrea Buttafuoco decide di proseguire in solitaria il progetto MOLOTOY da lui stesso partorito, col terzo disco a sette anni dal suo predecessore.
Latenza dedicata ad affinare i ferri del mestiere, ché di questo in fondo tratta Music For Ministeriali, curioso concept a dichiararsi affine alle modalità e qualità di ascolto proprie di un impiegato pubblico (e con un cenno, volutamente smascherato, a un altro tipo di uditorio, quello celebre del dio supremo Eno, “lì” alle prese con spazi aeroportuali…).
Buttafuoco, sound designer di livello e gettonato in faccende assai intriganti come cinema, balletti e produzioni Netflix, Disney +, Amazon, Rai, Fox, Discovery, condensa pathos quasi come un manufatto Raster-Noton: multiforme la sua sintetica espansione (ora algida e minimale, ora acida e sferzante) nel salottino electro-ambient, fra diffusori a sprigionare qualche glitch per oltre un giro di lancetta delle ore.
Un ampio raggio temporale che già alle prime luci va a spalmarsi estesamente: echi e feedback a sei corde, portati a spasso tra i paesaggi tanto cari a Christian Fennesz. Non comparse labili e sfocate, bensì pilastri in regìa a un’intro intensa e dilatata (Senza di te).
Brusii sperimentali e un noise intermittente ricamano su textures plissettate, emozioni a fior di pelle che sanno di Alva Noto e Blixa Bargeld (27), per sprofondare poi in viscere deformi e turbini analogici (Se una notte d’inverno un viaggiatore).
Stesse vibrazioni bussano più avanti, riflesse nel chiarore di singulti in grembo a Lexotone, non a caso anticipate da anticamere angoscianti di inquiete onde quadre (La Geografia). Ma il disco mira pure a un nerbo che si cheta, pur se ancora un po' incollato a sobbalzi repentini con licenza di stordire (Folagra, Soave). Onde è l’apripista di una terna ammaestrata, che, con Ginkgo Biloba e Ricordi a Piazza Indipendenza, attrae a sé frammenti sonici, fin lì cullati su una spuma mai impetuosa, e vieppiù condizionata da movenze cadenzate.
Poi rimbalzi di bordoni (fra delay, frequenze, risonanze e oscillatori) si prendono la scena con un lento sgomitare (Bambina che gioca a sassetto, Estroflesso, Piove sul nostro cocktail, You!).
Sintesi perfetta in mostra a fine disco (TFR): saliscendi adrenalinico con anche il blitz di quieti umori, giacché costante, benché latente, pulsa un basso tra il ferroso e l'analogico, e chiude i giochi con eclettica maestria sfoggiando sciabola e fioretto.
Latenza dedicata ad affinare i ferri del mestiere, ché di questo in fondo tratta Music For Ministeriali, curioso concept a dichiararsi affine alle modalità e qualità di ascolto proprie di un impiegato pubblico (e con un cenno, volutamente smascherato, a un altro tipo di uditorio, quello celebre del dio supremo Eno, “lì” alle prese con spazi aeroportuali…).
Buttafuoco, sound designer di livello e gettonato in faccende assai intriganti come cinema, balletti e produzioni Netflix, Disney +, Amazon, Rai, Fox, Discovery, condensa pathos quasi come un manufatto Raster-Noton: multiforme la sua sintetica espansione (ora algida e minimale, ora acida e sferzante) nel salottino electro-ambient, fra diffusori a sprigionare qualche glitch per oltre un giro di lancetta delle ore.
Un ampio raggio temporale che già alle prime luci va a spalmarsi estesamente: echi e feedback a sei corde, portati a spasso tra i paesaggi tanto cari a Christian Fennesz. Non comparse labili e sfocate, bensì pilastri in regìa a un’intro intensa e dilatata (Senza di te).
Brusii sperimentali e un noise intermittente ricamano su textures plissettate, emozioni a fior di pelle che sanno di Alva Noto e Blixa Bargeld (27), per sprofondare poi in viscere deformi e turbini analogici (Se una notte d’inverno un viaggiatore).
Stesse vibrazioni bussano più avanti, riflesse nel chiarore di singulti in grembo a Lexotone, non a caso anticipate da anticamere angoscianti di inquiete onde quadre (La Geografia). Ma il disco mira pure a un nerbo che si cheta, pur se ancora un po' incollato a sobbalzi repentini con licenza di stordire (Folagra, Soave). Onde è l’apripista di una terna ammaestrata, che, con Ginkgo Biloba e Ricordi a Piazza Indipendenza, attrae a sé frammenti sonici, fin lì cullati su una spuma mai impetuosa, e vieppiù condizionata da movenze cadenzate.
Poi rimbalzi di bordoni (fra delay, frequenze, risonanze e oscillatori) si prendono la scena con un lento sgomitare (Bambina che gioca a sassetto, Estroflesso, Piove sul nostro cocktail, You!).
Sintesi perfetta in mostra a fine disco (TFR): saliscendi adrenalinico con anche il blitz di quieti umori, giacché costante, benché latente, pulsa un basso tra il ferroso e l'analogico, e chiude i giochi con eclettica maestria sfoggiando sciabola e fioretto.
