Match Mirror
2021 - Folderol
Match é il nome del nuovo progetto varato da Giuliano Ferrari (batteria), Giacomo Ancillotto (chitarra) e Federica Michisanti (basso), musicisti della scena romana che in versione quasi da power trio consegnano un lavoro in equilibrio tra raffinatezza e determinazione, sobrietà ed originalità.
Un disco di durata limitata (poco più di 30 minuti) che si ascolta con piacere ed interesse grazie ad un’interpretazione mai scontata e con le idee chiare, mantenendo la barra dritta sulle intenzioni e creando un sentiero sul quale l’ascoltatore segue il combo senza perdere il filo.
Le geometrie del trio sono piuttosto lontane da un approccio classico e ricordano le idee e le proposte di artisti quali Danilo Gallo o, per certi versi, Giulio Corini. Attenzione alla variabile ritmica come elemento in continuo movimento, apertura a linguaggi vicino al rock indipendente, adozione di schemi basati su semplici stralci melodici reiterati, scrittura di strutture lineari aperte e improvvisazione tematica controllata.
I tre strumentisti interagiscono in modo continuo in uno schema democratico che utilizza rari passaggi solistici, se non per enfatizzare qualche momento a beneficio di un effetto corale organico e persistente.
Eppure non bisogna fraintendere; il lavoro è semplice ma non banale, sintetico ma non superficiale. In linea generale la chitarra evoca schemi da rock prog di tipo crimsoniano (secondo periodo) o post-rock anni ‘90, pur senza certe evoluzioni tipiche di Fripp o le provocazioni di O’Rourke. Le idee, in un approccio che può ricordare le proposte colemaniane, si basano su brevi frasi melodiche che rimangono chiare durante tutta l’esecuzione e che costituiscono volta per volta l’identità del pezzo. Su queste idee il basso opera non solo a sostegno ma anche a contributo esecutivo, riprendendole con cadenze spesse in controtempo; a tratti si evoca un funk leggero e spezzato, in altri momenti si apprezza un’omogeneità figlia probabilmente di studi classici. La batteria opera su schemi reiterati, spesso percussivi e talvolta sparsi ad arricchimento di momenti quasi polifonici (Nine e l’affascinante Shapeless, ad avviso di chi scrive il vertice della scaletta).
La palette dei colori resta controllata e anche quando si ha l’impressione di cogliere riferimenti etnici (Mirror) il piglio resta sempre e soprattutto underground.
Un lavoro decisamente interessante in grado di conciliare opinioni e gusti di molti, di chi dal jazz moderno e da certo rock è naturalmente disposto a convergere su traettorie oblique verso un baricentro vitalmente sotterraneo. Decisamente molto interessante.
Un disco di durata limitata (poco più di 30 minuti) che si ascolta con piacere ed interesse grazie ad un’interpretazione mai scontata e con le idee chiare, mantenendo la barra dritta sulle intenzioni e creando un sentiero sul quale l’ascoltatore segue il combo senza perdere il filo.
Le geometrie del trio sono piuttosto lontane da un approccio classico e ricordano le idee e le proposte di artisti quali Danilo Gallo o, per certi versi, Giulio Corini. Attenzione alla variabile ritmica come elemento in continuo movimento, apertura a linguaggi vicino al rock indipendente, adozione di schemi basati su semplici stralci melodici reiterati, scrittura di strutture lineari aperte e improvvisazione tematica controllata.
I tre strumentisti interagiscono in modo continuo in uno schema democratico che utilizza rari passaggi solistici, se non per enfatizzare qualche momento a beneficio di un effetto corale organico e persistente.
Eppure non bisogna fraintendere; il lavoro è semplice ma non banale, sintetico ma non superficiale. In linea generale la chitarra evoca schemi da rock prog di tipo crimsoniano (secondo periodo) o post-rock anni ‘90, pur senza certe evoluzioni tipiche di Fripp o le provocazioni di O’Rourke. Le idee, in un approccio che può ricordare le proposte colemaniane, si basano su brevi frasi melodiche che rimangono chiare durante tutta l’esecuzione e che costituiscono volta per volta l’identità del pezzo. Su queste idee il basso opera non solo a sostegno ma anche a contributo esecutivo, riprendendole con cadenze spesse in controtempo; a tratti si evoca un funk leggero e spezzato, in altri momenti si apprezza un’omogeneità figlia probabilmente di studi classici. La batteria opera su schemi reiterati, spesso percussivi e talvolta sparsi ad arricchimento di momenti quasi polifonici (Nine e l’affascinante Shapeless, ad avviso di chi scrive il vertice della scaletta).
La palette dei colori resta controllata e anche quando si ha l’impressione di cogliere riferimenti etnici (Mirror) il piglio resta sempre e soprattutto underground.
Un lavoro decisamente interessante in grado di conciliare opinioni e gusti di molti, di chi dal jazz moderno e da certo rock è naturalmente disposto a convergere su traettorie oblique verso un baricentro vitalmente sotterraneo. Decisamente molto interessante.