Kelly Joe Phelps Brother Sinner & The Whale
2012 - Black Hen/ IRD
Tiri forte.
Osservi la foglia di tabacco arrotolata bruciare, sprazzi di grigiastro impadronirsi della stanza. Mille bicchierini sporchi, cicchetti sparsi, anice sfilacciata e diluita nell’acqua calcarea e butti giù l’ultimo pensiero, l’ultimo respiro affannato. Spegni il giorno in un portacenere rigonfio di incertezze e questo è il suono della quotidianità.
La dobro che sta suonando non cambia le corde da un po’ ed è bene, ha un nonsochè di incredibile, romantico e nutriente. E’ la coperta che ti ripara dal freddo, il Dio in cui credere, la stella cadente in cui sperare.
Brother Sinner & The Whale e ci sei dentro fino al collo, non più di dieci secondi ed è subito amore. Del resto, Kelly Joe Phelps è un veterano e a riconoscerlo tra i migliori artisti di blues siamo abituati, ancora oggi non si smentisce.
Giunto alla sua decima fatica discografica, scrive delle nuove canzoni che sono pura poesia strumentale, oltreché lirica. Quando imbraccia la chitarra, essa diventa parte del suo corpo, e vederlo suonare rende partecipi di uno spettacolo unico, al confine con l’ onirico. Lui chiude gli occhi e noi lo seguiamo, ovunque vada.
La straordinaria capacità che ha nel finger-picking, nell’arpeggio perfetto, nell’essenzialità della slide e poi quella voce delicata e così profonda, la naturalezza dei suoni e, soprattutto, dell’esecuzione, sono tutti elementi che pratica ancora con elegante personalità. Egli conosce la storia musicale del suo Paese, l’ America, e sa come raccontarla.
In quest’album, unicamente interpretato con voce e chitarra, tutte le composizioni ci portano, inevitabilmente, a un legame affettivo: Goodbye to Sorrow è in grado di far rivivere il Reverendo Gary Davis; The Holy Spirit Flood, un country ipnotico e molto tecnico, ha quel ritornello che non ti lascia; la strumentale conclusiva Brother Pilgrim, riassume un po’ il traditional roots concept del disco e suona come un arrivederci a prestissimo.
Tutto il lavoro, track by track, è un susseguirsi di emozioni dai toni autunnali e malinconici, parla di solitudine e preghiere scritte da un uomo molto religioso, vicino a Dio con la sua espressione. Emozionante ed indelebile. Un disco vero, scritto da un artista vero.
Osservi la foglia di tabacco arrotolata bruciare, sprazzi di grigiastro impadronirsi della stanza. Mille bicchierini sporchi, cicchetti sparsi, anice sfilacciata e diluita nell’acqua calcarea e butti giù l’ultimo pensiero, l’ultimo respiro affannato. Spegni il giorno in un portacenere rigonfio di incertezze e questo è il suono della quotidianità.
La dobro che sta suonando non cambia le corde da un po’ ed è bene, ha un nonsochè di incredibile, romantico e nutriente. E’ la coperta che ti ripara dal freddo, il Dio in cui credere, la stella cadente in cui sperare.
Brother Sinner & The Whale e ci sei dentro fino al collo, non più di dieci secondi ed è subito amore. Del resto, Kelly Joe Phelps è un veterano e a riconoscerlo tra i migliori artisti di blues siamo abituati, ancora oggi non si smentisce.
Giunto alla sua decima fatica discografica, scrive delle nuove canzoni che sono pura poesia strumentale, oltreché lirica. Quando imbraccia la chitarra, essa diventa parte del suo corpo, e vederlo suonare rende partecipi di uno spettacolo unico, al confine con l’ onirico. Lui chiude gli occhi e noi lo seguiamo, ovunque vada.
La straordinaria capacità che ha nel finger-picking, nell’arpeggio perfetto, nell’essenzialità della slide e poi quella voce delicata e così profonda, la naturalezza dei suoni e, soprattutto, dell’esecuzione, sono tutti elementi che pratica ancora con elegante personalità. Egli conosce la storia musicale del suo Paese, l’ America, e sa come raccontarla.
In quest’album, unicamente interpretato con voce e chitarra, tutte le composizioni ci portano, inevitabilmente, a un legame affettivo: Goodbye to Sorrow è in grado di far rivivere il Reverendo Gary Davis; The Holy Spirit Flood, un country ipnotico e molto tecnico, ha quel ritornello che non ti lascia; la strumentale conclusiva Brother Pilgrim, riassume un po’ il traditional roots concept del disco e suona come un arrivederci a prestissimo.
Tutto il lavoro, track by track, è un susseguirsi di emozioni dai toni autunnali e malinconici, parla di solitudine e preghiere scritte da un uomo molto religioso, vicino a Dio con la sua espressione. Emozionante ed indelebile. Un disco vero, scritto da un artista vero.
