Jacopo Ferrazza - Sebastian Marino Apeiron
2026 - Teal Dreamers Factory
Titolo di per sé programmatico: Apeiron richiama un concetto della filosofia presocratica (Anassimandro) che esprime l’indefinito, l’illimitato, l’eterno principio in continuo movimento alla base della realtà.
Jacopo Ferrazza (contrabbasso, synths, live electronics) e Sebastian Marino (pianoforte, hammond, mellotron, mini moog, synth) danno vita a un progetto di estesa potenzialità, che si traduce in sostanza grazie principalmente a tre ingredienti:
- impro radicale, non estrema ma continua. La composizione avviene al momento, fondando l’evoluzione di un concetto che traduce la libertà in imprevedbilità, esattamente il contrario della scontatezza;
- sfruttamento totale delle potenzialità sonore degli strumenti, spesso portati al limite soprattutto per il contrabbasso che, con i giochi dell’archetto, a tratti pare addiritura una viola e spesso un violoncello. Gli arabeschi delle corde sono ricchi e profondi. Per le tastiere lo spettro è altrettanto ricco, andando dal piano al mellotron, dal synth al mini moog;
- utilizzo dell’elettronica come ingrediente organico che estende la narrazione, fondendosi con le dimensioni sia acustiche che elettriche in un continuum sonico travolgente e coinvolgente.
Il caos diventa ordine in una trama che potrebbe essere la colonna sonora dei primi giorni della Genesi, nei quali la potenza creatrice conferisce l’ordine delle cose. Le idee emergono spontanee da un fondo magmatico con una logica di “buona la prima”, nel miglior senso di una performance live.
La prima parte, Epanastasi, evoca il sorgere di qualcosa attraverso fasi raccontate dai titoli in scaletta che, se letti in sequenza, diventano già di per sé un racconto.
Stessa cosa per la seconda parte, Oneiro (sogno), che in modo inatteso, quasi irrituale, viene posposta alla sorgente quando ci si dovrebbe aspettare che ne sia un presupposto.
L’effetto si trasmette direttamente all’ascoltatore, che vive momenti di pressione e tensione sublimata poi nel rilascio dell’energia, che si diffonde fino all’accensione finale della fiamma.
Seguire l’evoluzione degli stimoli è l’esperienza più interessante di quest’opera, che parte dal primordiale quasi inconscio, ammantato dal buio, per poi distendersi verso la risoluzione conclusiva.
Di rilievo è il dialogo tra i due artisti; non un semplice interplay ma una cinghia di trasmissione diretta nella quale si alternano continuamente motore e utenza; uno schema totalmente egualitario, nel quale l’assenza di gerarchie e ruoli predefiniti traduce il significato del titolo.
Sterile sarebbe analizzare l’opera da un punto di vista melodico, armonico e ritmico; questo non tanto perché queste dimensioni siano assenti ma per la loro fluidità che ne dissolve il peso specifico. La struttura è una suite generalizzata, dove più che movimenti diversi si susseguono sensazioni non scomponibili in logiche grammaticali.
Da sottolineare il fatto che il risultato sia ottenuto in duo, organico semplice che normalmente vira al cameristico e all’interplay orizzontale. Qui invece l’esito finale è un “tutti” che diventa un “tutto”, immergendo l‘ascoltatore in un mare primigenio da cui la vita non nasce per caso ma per capacità creativa.
Tra Subotnick e ELP di Tarkus, Schlippenbach e parti canore innodiche, uno dei migliori episodi del primo semestre 2026. Si conferma la qualità dei due artisti, in grado di andare ben oltre il ruolo di comunque eccellenti strumentisti per affermarsi come compositori e come protagonisti di visioni, lasciando quindi un’impronta tutt’altro che aneddotica.
Summa cum laude.
Jacopo Ferrazza (contrabbasso, synths, live electronics) e Sebastian Marino (pianoforte, hammond, mellotron, mini moog, synth) danno vita a un progetto di estesa potenzialità, che si traduce in sostanza grazie principalmente a tre ingredienti:
- impro radicale, non estrema ma continua. La composizione avviene al momento, fondando l’evoluzione di un concetto che traduce la libertà in imprevedbilità, esattamente il contrario della scontatezza;
- sfruttamento totale delle potenzialità sonore degli strumenti, spesso portati al limite soprattutto per il contrabbasso che, con i giochi dell’archetto, a tratti pare addiritura una viola e spesso un violoncello. Gli arabeschi delle corde sono ricchi e profondi. Per le tastiere lo spettro è altrettanto ricco, andando dal piano al mellotron, dal synth al mini moog;
- utilizzo dell’elettronica come ingrediente organico che estende la narrazione, fondendosi con le dimensioni sia acustiche che elettriche in un continuum sonico travolgente e coinvolgente.
Il caos diventa ordine in una trama che potrebbe essere la colonna sonora dei primi giorni della Genesi, nei quali la potenza creatrice conferisce l’ordine delle cose. Le idee emergono spontanee da un fondo magmatico con una logica di “buona la prima”, nel miglior senso di una performance live.
La prima parte, Epanastasi, evoca il sorgere di qualcosa attraverso fasi raccontate dai titoli in scaletta che, se letti in sequenza, diventano già di per sé un racconto.
Stessa cosa per la seconda parte, Oneiro (sogno), che in modo inatteso, quasi irrituale, viene posposta alla sorgente quando ci si dovrebbe aspettare che ne sia un presupposto.
L’effetto si trasmette direttamente all’ascoltatore, che vive momenti di pressione e tensione sublimata poi nel rilascio dell’energia, che si diffonde fino all’accensione finale della fiamma.
Seguire l’evoluzione degli stimoli è l’esperienza più interessante di quest’opera, che parte dal primordiale quasi inconscio, ammantato dal buio, per poi distendersi verso la risoluzione conclusiva.
Di rilievo è il dialogo tra i due artisti; non un semplice interplay ma una cinghia di trasmissione diretta nella quale si alternano continuamente motore e utenza; uno schema totalmente egualitario, nel quale l’assenza di gerarchie e ruoli predefiniti traduce il significato del titolo.
Sterile sarebbe analizzare l’opera da un punto di vista melodico, armonico e ritmico; questo non tanto perché queste dimensioni siano assenti ma per la loro fluidità che ne dissolve il peso specifico. La struttura è una suite generalizzata, dove più che movimenti diversi si susseguono sensazioni non scomponibili in logiche grammaticali.
Da sottolineare il fatto che il risultato sia ottenuto in duo, organico semplice che normalmente vira al cameristico e all’interplay orizzontale. Qui invece l’esito finale è un “tutti” che diventa un “tutto”, immergendo l‘ascoltatore in un mare primigenio da cui la vita non nasce per caso ma per capacità creativa.
Tra Subotnick e ELP di Tarkus, Schlippenbach e parti canore innodiche, uno dei migliori episodi del primo semestre 2026. Si conferma la qualità dei due artisti, in grado di andare ben oltre il ruolo di comunque eccellenti strumentisti per affermarsi come compositori e come protagonisti di visioni, lasciando quindi un’impronta tutt’altro che aneddotica.
Summa cum laude.