Giacomo Toni Razzi di fuoco
2025 - CISIM|LODC/Believe
Razzi di fuoco è il quarto disco di Giacomo Toni, un interessante artista che compone brani obliqui in una forma originale e a tratti bizzarra. L'inizio è impertinente come solo Enzo Jannacci avrebbe potuto fare, gettando parole e note illimitate verso l'ignaro ascoltatore; e si rimane affascinati da subito, perché qui tutto è armonia: la musica, ma pure le parole, agitate come fossero una base ritmica. Così, dopo Figacce, arriva Agosto, che conferma l'ispirazione modernista che Toni non sembra voler prendere a prestito da nessuno, se non dallo swing, che sbava irrequieto dal pentagramma. A seguire (e ditemi voi se è casuale) parte Jelly Roll, e azzardo un ricordo sbiadito di un vecchio disco di Ry Cooder che raccontava di jazz. Mescola e rimescola, Giacomo Toni, dentro il pentolone dei buoni propositi, e dentro si trovano vocaboli inusuali nelle canzoni del terzo millennio, tipo "tornio" e "fabbrica". Pare che sia un luogo comune raccontare di noi, a volte in maniera scanzonata, a volte utilizzando percorsi intimi: La meccanica è il brano perfetto per sintetizzare il messaggio in bottiglia di questo autore, lanciato in un mare agitato.
Il disco ha già preso quota perlustrando angoli inusitati (il solo di sax che chiude Un'altra età è dannatamente Lester Young), mentre Mille pizze riesce a far immaginare un Arlo Guthrie italiano. E, se non sarà un pianista sull'oceano a salvare il mondo, potremo provare a sentirci allegri anche solo ascoltando Abbondantemente a lato, così, semplicemente pensando a un terzino assente del Fidelis Andria.
Razzi di fuoco è un grande progetto che racchiude un mondo fatto per incantare. Dentro ci sono mille figure, che scorrono vorticosamente. Un album suonato e arrangiato con minuziosa cura.
Per un inizio jannacciano, ci sta bene un finale a tempo di marcia come persino Paolo Conte apprezzerebbe. Il cerchio si chiude, ricordandoci che nulla è davvero retrò, se non si scontra con il futurismo; come a dire che, per quanto immaginiamo di volare a cavallo di razzi interplanetari, siamo ancora incollati al Novecento (con buona pace di Baricco).
Il disco ha già preso quota perlustrando angoli inusitati (il solo di sax che chiude Un'altra età è dannatamente Lester Young), mentre Mille pizze riesce a far immaginare un Arlo Guthrie italiano. E, se non sarà un pianista sull'oceano a salvare il mondo, potremo provare a sentirci allegri anche solo ascoltando Abbondantemente a lato, così, semplicemente pensando a un terzino assente del Fidelis Andria.
Razzi di fuoco è un grande progetto che racchiude un mondo fatto per incantare. Dentro ci sono mille figure, che scorrono vorticosamente. Un album suonato e arrangiato con minuziosa cura.
Per un inizio jannacciano, ci sta bene un finale a tempo di marcia come persino Paolo Conte apprezzerebbe. Il cerchio si chiude, ricordandoci che nulla è davvero retrò, se non si scontra con il futurismo; come a dire che, per quanto immaginiamo di volare a cavallo di razzi interplanetari, siamo ancora incollati al Novecento (con buona pace di Baricco).
